PIETRO INGRAO/ Realismo vs. utopia, lui scelse la seconda

Pietro Ingrao è stato tra le figure di maggiore spicco del Pci nell’intero dopoguerra. La sua politica, perdente, ha condizionato però generazioni di giovani. Perché? GIOVANNI COMINELLI

30.09.2015 - Giovanni Cominelli
ingrao_pugno_r439
Pietro Ingrao (1915-2015) (Infophoto)

Credo siano pochi coloro, tra quelli che hanno attraversato la sinistra italiana, passando per il Pci e dintorni, che non sono stati ingraiani, almeno per un attimo. Ai giovani, che si affacciavano sulla scena sociale e politica, l’Ingrao degli anni 60 pareva offrire una terza via tra il togliattismo filo-sovietico e il doroteismo democristiano. Difficile sottovalutare, agli occhi delle giovani generazioni dell’epoca, una frase di Pietro Ingrao come questa: “Se parliamo di fare il possibile, sono capaci tutti. Il compito della politica è pensare l’impossibile. Solo se pensi l’impossibile, hai la misura di quello che puoi cambiare”. 

“Pensare l’impossibile” scolpiva in due parole l’ansia utopistica di una generazione, quale emergeva dai pensieri, dalle canzoni, dai modi di vestire, dai comportamenti. Con Ingrao il comunismo perdeva la durezza del “soviet marxism”, cui Herbert Marcuse aveva dedicato un saggio e del togliattismo machiavellico, per trasformarsi nel sogno realizzabile di una società, nella quale a ciascuno fosse dato secondo i suoi bisogni. 

Con ciò il messaggio ingraiano recuperava, tolta di mezzo la spessa coltre burocratica del leninismo, il marxismo autentico, quello della Critica al programma di Gotha: “In una fase più elevata della società comunista, dopo che è scomparsa la subordinazione asservitrice degli individui alla divisione del lavoro, e quindi anche il contrasto fra lavoro intellettuale e fisico; dopo che il lavoro non è divenuto soltanto mezzo di vita, ma anche il primo bisogno della vita; dopo che con lo sviluppo onnilaterale degli individui sono cresciute anche le forze produttive e tutte le sorgenti della ricchezza collettiva scorrono in tutta la loro pienezza, solo allora l’angusto orizzonte giuridico borghese può essere superato, e la società può scrivere sulle sue bandiere: Ognuno secondo le sue capacità; a ognuno secondo i suoi bisogni!”. 

La frase finale di Marx, gran conoscitore della Bibbia, era in realtà tratta dagli Atti degli Apostoli (4, 32-36), dove si descrive la comunanza dei beni dei primi cristiani e la distribuzione a ciascuno “qualunque bisogno avesse” (echasto cathoti an tis chreian eichen). La vicenda  politica di Ingrao è stata raccontata in questi giorni: l’Ingrao della fine degli anni 30, che aderisce ai Guf, come molti giovani intellettuali romani, e poi alla Resistenza — memorabile la foto che lo riprende in piedi su un carro armato nei pressi di Porta Venezia a Milano — e che poi si impegna nel Pci, e che poi scrive sull’Unità un’orribile giustificazione dell’invasione sovietica dell’Ungheria nel 1956 (di cui farà autocritica, con qualche ritardo, nel 2001), l’Ingrao che alimenta e copre e, alla fine, abbandona il dissenso del gruppo del Manifesto, accettandone l’espulsione…  

L’Ingrao di partito era poco attraente, ma l’Ingrao utopistico, dubbioso, inquieto, curioso del mondo, attento all’evoluzione del neo-capitalismo, poeta e appassionato di cinema, questo secondo Ingrao ha esercitato un notevole fascino sulle giovani generazioni, spingendole all’impegno politico. Se il suo utopismo sia stato uno sviluppo creativo del pensiero politico della sinistra o piuttosto la continuazione con altri mezzi dell’ideologia italiana arretrata, che ha pesato negativamente fino ad oggi sul pensiero della sinistra, è la domanda che la sua morte costringe a porci, ancora una volta. Davvero compito della politica è “pensare l’impossibile”?

Dietro “il principio di irrealtà” dell’utopismo ingraiano e di tutti coloro che ne hanno condiviso qualche tratto di strada o tutta, sta, in verità, una ubris, una volontà di potenza che si è illusa di forgiare l’uomo, la società e la storia secondo un disegno di liberazione di élite giacobine. Sta una cattiva laicizzazione del messianismo del regno di Dio in terra. La storia del Novecento è stata attraversata per intero da questa pulsione, il cui esito è stato il totalitarismo. Nella sua summula teorica Masse e potere del 1977 — che echeggia nel titolo Massa e potere di Elias Canetti del 1960 —, Ingrao si è illuso di poter tenere aperta l’utopia di un nuovo regime sociale, il comunismo, insieme a quella della via democratica per realizzarla. Le masse avrebbero costruito nel tempo le passerelle istituzionali — cioè valide per tutti — della transizione verso la terra promessa di un nuovo regime sociale, ben oltre l’asfissia della democrazia liberale. Era delineata una specie di totalitarismo… democratico, ossimoro che pareva conciliare comunismo e democrazia. Era la ripresa della vecchia democrazia progressiva, che Togliatti aveva usato con un pizzico di cinismo per sedare le pulsioni rivoluzionarie del “partigianesimo” — l’espressione è di Togliatti stesso — deciso a fare in Italia come in Russia o, almeno, come in Cecoslovacchia e che Ingrao tentava di rifondare teoricamente, forse credendoci. 

E’ evidente, in questa prospettiva ideologica, che la politica diveniva un’attività soteriologica, sganciata da ogni approccio realistico. Del quale invece Togliatti era maestro. La sinistra attuale ha preso un’altra strada: quella della piena accettazione della democrazia liberale e dei suoi fondamenti storico-economico-sociali, generati dal capitalismo industriale degli ultimi tre secoli. Non tutta la sinistra: una parte rimprovera a questa sinistra la piena accettazione del capitalismo, cioè di essere di destra. Continua ad essere ingraiana.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori