LETTURE/ Diventare vescovo significa “fare carriera” nella chiesa?

- Leonardo Lugaresi

A rigor di logica (e di teologia) no, per almeno due buoni motivi. Avrebbe senso oggi oppure no tornare al canone XV del concilio di Nicea (325)? Il commento di LEONARDO LUGARESI

concilioniceaR439 Immagine dal web

Diventare vescovo significa “fare carriera” nella chiesa? A rigor di logica (e di teologia) no, per almeno due buoni motivi. 

Il primo è che, propriamente, nella vita cristiana la carriera, intesa alla maniera del cursus honorum, cioè come una successione graduata di dignità, incarichi e prerogative crescenti, ciascuna delle quali si appoggia, per così dire, sui meriti e sui gradi precedentemente acquisiti, non esiste affatto.

La qualifica più importante, la sola veramente decisiva e imprescindibile per un cristiano, è infatti quella di essere battezzato, dignità che tutti acquisiscono all’inizio del loro percorso nella chiesa (e, da noi, quasi tutti poco dopo l’inizio della loro stessa esistenza). Per il papa, è molto più importante essere battezzato che essere tutte le altre cose che stanno scritte nell’annuario pontificio: vescovo di Roma, vicario di Gesù Cristo, successore del principe degli apostoli eccetera.

La seconda ragione è che se consideriamo storicamente il munus episcopale, possiamo osservare che quando l’episcopato monarchico si è strutturato e poi si è imposto nella chiesa come forma normale di governo delle comunità cristiane, esso si è radicato teologicamente nel concetto di successione apostolica: i vescovi sono tali in quanto successori degli apostoli. Basti pensare alla centralità di questo concetto in Ireneo di Lione (II secolo). Ma il collegio apostolico, nella chiesa primitiva, era a sua volta definito dall’essere il frutto di una libera, autonoma e gratuita elezione di Gesù Cristo: «non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi» (Gv 15,16). Farne parte non è il premio di niente, non è il risultato di nessuna valutazione comparativa, l’esito di nessun concorso o graduatoria. 

Questa logica è compresa e rispettata dai discepoli di Gesù anche dopo la sua ascesa al cielo, come si vede limpidamente nel racconto di Atti 1,15-26: il criterio adottato dagli apostoli per reintegrare il loro collegio dopo la defezione di Giuda prende in considerazione un solo requisito, quello di essere stato testimone oculare di tutta l’attività pubblica di Gesù, dall’inizio fino alla resurrezione (cfr. Atti 1,21-22). Poi la modalità di scelta è il sorteggio e le qualità personali dei candidati sono irrilevanti: vale la pena di notare, anzi, che dei due che vengono presentati, «Giuseppe detto Barsabba soprannominato Giusto e Mattia», a “vincere” non è quello che sembrerebbe, almeno a giudicare dal soprannome, il più titolato.

La funzione episcopale, proprio perché teologicamente concepita in essenziale continuità con il collegio apostolico, deve ripeterne le caratteristiche, pur nelle mutate esigenze di una situazione ecclesiale molto più variegata e complessa. Da questo nucleo, si svilupperà nel corso dei primi secoli una teologia dell’episcopato che, tra le altre cose, sottolinea il legame spirituale profondo e indissolubile, quasi sponsale, tra il vescovo e la sua chiesa, il che porterà anche ad escludere, in linea di principio, la possibilità per un pastore di trasferirsi da una sede meno importante ad un’altra più prestigiosa ed influente. 

Tale principio viene anche codificato dal canone XV del concilio di Nicea (325): «Per i molti tumulti ed agitazioni che avvengono, è sembrato bene che sia assolutamente stroncata la consuetudine, che in qualche parte ha preso piede, contro le norme ecclesiastiche, in modo che né vescovi né preti, né diaconi si trasferiscano da una città all’altra. Che se qualcuno, dopo questa disposizione del santo e grande concilio, facesse qualche cosa di simile, e seguisse l’antico costume, questo suo trasferimento sarà senz’altro considerato nullo, ed egli dovrà ritornare alla chiesa per cui fu eletto vescovo, o presbitero, o diacono». 

Questo articolo è molto interessante perché — come ogni norma giuridica sanzionatoria — testimonia indirettamente l’esistenza del fenomeno che intende colpire: il problema del carrierismo ecclesiastico è già presente agli inizi dell’era costantiniana e anzi la precede. Di prelati ambiziosi ce ne sono sempre stati, anche prima della cosiddetta svolta costantiniana. Basti pensare, per esempio, al caso di Paolo di Samosata, divenuto vescovo di Antiochia negli anni sessanta del III secolo con il decisivo appoggio dei principi di Palmira Odenato e Zenobia e accusato da due sinodi antiocheni di essersi enormemente arricchito e di comportarsi come un alto funzionario imperiale più che come un vescovo, «così che per il suo fasto e per l’alterigia del suo animo la nostra fede è invidiata ed odiata», come dicono i vescovi che lo condannano (Eusebio, Storia ecclesiastica, VII, 30,8). 

Non c’è da scandalizzarsi di questo: per un credente, la storia della chiesa è edificante non per le virtù umane che in essa possano eventualmente rifulgere, ma perché documenta come, proprio in mezzo alle contraddizioni e alle debolezze degli uomini, la grazia di Dio abbia sempre continuato ad agire producendo effetti storicamente apprezzabili. Nella chiesa antica si diventava vescovi in modi e per ragioni che non sempre oggi ci sembrerebbero teologicamente e canonicamente impeccabili: il che non ha impedito il fiorire di esperienze straordinarie (accanto, certamente, ad altre mediocri o addirittura discutibili). 

Ne citiamo due, che ci sono richiamate dalle memorie liturgiche di queste settimane: il 7 dicembre abbiamo ricordato sant’Ambrogio, uno dei pochissimi santi che la chiesa ci fa celebrare non nell’anniversario della nascita al cielo, ma in quello dell’elezione episcopale, quasi a volerci ricordare che questo grand commis dell’impero romano, messo a capo della chiesa di Milano quando non era ancora battezzato, non fu fatto vescovo perché era santo, ma si fece santo perché prese sul serio il suo essere vescovo. 

Il 2 gennaio è la festa di san Basilio di Cesarea e san Gregorio di Nazianzo, due grandi santi che vengono ricordati insieme (e anche questo è inconsueto) perché furono grandi amici. Vescovi entrambi, fu proprio la nomina di Gregorio a Sasima, voluta da Basilio, che era già vescovo di Cesarea, per ragioni di politica ecclesiastica a mettere in crisi per un certo periodo la loro amicizia. Sasima era un’insignificante località della Cappadocia e Gregorio non andò mai a risiedervi, anzi se la prese moltissimo con l’amico per averlo forzato ad accettare l’episcopato. 

Qualche anno più tardi, tuttavia, egli accettò la proposta di occupare la cattedra di Costantinopoli, ben più prestigiosa — benché, fino all’arrivo di Teodosio, di fatto la sua autorità si limitasse alla piccola comunità di osservanza nicena in una metropoli a maggioranza omeousiana. Il suo fu un episcopato breve e travagliato, che si concluse nel 381 con le dimissioni durante il concilio di Costantinopoli, e tra le accuse che lo spinsero alla rinuncia vi fu anche quella di avere violato il canone di Nicea per essersi trasferito da una sede episcopale ad un’altra. Però la sua sconfitta umana si tradusse in una grande vittoria della fede: la straordinaria produzione teologica di quei due anni di episcopato ebbe infatti un peso decisivo nella soluzione della controversia trinitaria, grazie a quello stesso concilio di Costantinopoli che lo vide personalmente perdente. Il credo che professiamo ogni domenica è anche il frutto di quella complicata vicenda.





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