LETTURE/ Meglio un artista senza fede o un sant’uomo senza arte?

- Elena Pontiggia

“L’Annunciazione” (1933) di Arturo Martini ribalta gli schemi. Spesso però la fede cristiana è prigioniera dei cliché e non si accorge della vera arte. Perché? ELENA PONTIGGIA

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Arturo Martini, Annunciazione, particolare (1933)

Qualche considerazione, alla buona, sul tema dell’arte sacra contemporanea. Oggi se ne parla molto ed è un bene, al termine di un secolo che ha visto le nostre chiese arricchirsi, anzi impoverirsi, di opere che d’arte non avevano nulla e di sacro tanto meno. 

Il fatto è che non ci può essere arte sacra senza arte e lo squallore di tante basiliche moderne dipende dall’averne affidato dipinti e arredi non a uomini di poca fede, ma a uomini di poco talento. Meglio un artista senza pietas che un sant’uomo senza arte. Certo, l’ideale sarebbe unire fede e grandezza espressiva ma, in assenza dell’ideale, il male minore è commissionare un’opera al primo, non al secondo. A patto che il primo, cioè il presunto “laico” (perché chi può giudicare sulla fede di una persona? Non c’è da augurarsi che si distribuiscano tessere del Partito Unico dei Credenti, si appongano timbri di autenticità religiosa, si rilascino passaporti di spiritualità. Lo Spirito soffia dove vuole e non sta allo storico dell’arte — né, per la verità, a nessun altro — giudicare chi abbia avuto il dono della fede e in che misura); a patto, dunque, che il presunto agnostico sia non solo rispettoso dei contenuti di fede, ma vi si immedesimi completamente. Allo stesso modo un artista può dipingere una splendida maternità senza aver mai partorito, avendo però una nozione approfondita e commossa di ciò che significa essere madre. 

Succede invece che la committenza si rivolga non alla strada maestra dell’arte, cioè ad artisti per quanto possibile storicizzati e riconosciuti, ma segua canali diversi. In teoria potrebbe essere un buon metodo, perché aiuta a evitare il conformismo. In pratica, però, si è risolto spesso nel coinvolgimento di dilettanti e mestieranti.

Ma, poi, è proprio vero che dal ventesimo secolo a oggi sono stati così pochi gli artisti che hanno saputo esprimere una dimensione religiosa? Chi partecipa a conferenze, convegni, corsi di aggiornamento, tavole rotonde sull’arte sacra contemporanea sa per esperienza che, appena si apre la discussione con gli ascoltatori, nove volte su dieci ti chiedono del crocifisso immerso nell’urina di Serrano o, se va bene, di Chagall e Rouault.

E gli altri? Ci sono tesori d’arte contemporanea di soggetto religioso che sono completamente sconosciuti. Mai nessuno che citi, per far un solo esempio tra i molti possibili, Arturo Martini. Eppure si deve a lui una delle dichiarazioni più belle sull’arte sacra. E’ in una rivista del 1942. Sentiamo: “Per noi artisti Cristo rappresenta la figura più grande e più espressiva del nostro mondo.[…] Con Cristo nasce per noi l’espressione, cioè l’antitesi dell’olimpicità greca. Questo lo dico per dimostrare che la nostra Arte è nata con Lui e chi vuol vivere fuori di Lui non fa che delle esercitazioni scolastiche di forma”.

Del resto un punto di forza nell’arte contemporanea di soggetto religioso c’è: gli artisti hanno saputo creare immagini e scene inedite, spesso inaspettate. Ne citiamo una, appunto, di Martini: L’Annunciazione, 1933.  

Oggi la si può vedere al Museo del Novecento di Milano, ma fino a qualche anno fa era seppellita in un ufficio e, quando nel 2006 la Fondazione Stelline e la Permanente la vollero esporre in un’antologica dell’artista, dovettero far abbattere una porta perché altrimenti l’opera, alta quasi tre metri in pietra di Vicenza, non poteva essere spostata.

Ma vediamola più da vicino. Per la prima volta, nella millenaria storia del tema, l’angelo non è davanti alla Vergine, più o meno fermo o inginocchiato, ma scende a precipizio sulla terra e si rovescia sul corpo di Lei, segnandone con la mano il grembo. Si assiste così non a un dialogo statico fra l’Annunziata e l’Annunziante, come in tutte le rappresentazioni classiche del soggetto, ma a un vorticoso moto a spirale. La Vergine alza le braccia di fronte all’inconcepibile evento e quasi fonde in sé l’angelo diventando l’unica protagonista della composizione. Intanto la luce abbagliante, soprannaturale, invade lo spazio, mentre il volto di Maria è avvolto da un cono d’ombra che allude alle parole evangeliche: “Su di te stenderà la sua ombra la potenza dell’ Altissimo” (Lc,1,35). 

Un’opera così potrebbe stare benissimo in una chiesa. Peccato che nessuno se ne sia mai accorto.

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