VERSO IL 2017/ Quella gioia insulsa che ignora la “crepa” in ogni cosa

- Silvia Ballabio

A gran voce la rete chiede la fine del nefasto 2016 e invoca il 2017, con quel rito augurale che non vuol vedere che c’è una crepa in ogni cosa e puntualmente sempre ci sarà. SILVIA BALLABIO

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Papa Francesco (LaPresse)

Anno nefasto il 2016, che si è portato via fidanzatine d’America, principesse stellari, grandi interpreti, star melanconiche e star trasgressive, in un elenco che i media non hanno mancato di sottolineare, servizio per servizio. Necrologi che cercano di cogliere il valore di una vita sulla base del numero delle copie di dischi vendute, sull’originalità o la quantità delle dissolutezze compiute, sull’incisività di una vita nell’immaginario collettivo.

A gran voce la rete chiede la fine del nefasto 2016, ed invoca il 2017, con quel rito augurale che non vuole vedere che “there is a crack in everything”, c’è una crepa in ogni cosa, e che il crack si ripeterà, infallibilmente, nel 2017, magari con nomi che non saranno così noti da creare l’impressione che il rapace Divoratore di Mondi sia stato più attivo di quanto non lo sia di solito.

Sorella Morte ha compiuto il suo mandato e ha traghettato fuori del tempo nel 2016 vittime di guerra, mare e terremoti, questi con riti non collettivi, perlopiù in totale assenza di riti, laici o religiosi che fossero. Solo la crepa nella terra sotto i nostri piedi ha smosso; per guerra e mare, molto oblio, servizi di media inesistenti o sporadici, con nessuna conta dei morti, nessun grido collettivo per la nefandezza dell’atroce oblio. Morti di massa, non di singoli conosciuti, e pertanto capaci di far gridare, sempre, puntualmente, ogni volta, senza mai cessare, solo Papa Francesco, da una finestra di Piazza San Pietro che si affaccia sulla vita dell’umanità intera.

Solo Papa Francesco vede la crepa aprirsi in ogni morte; a noi tocca per il momento il destino più banale, meno umano, di vederla solo se si apre proprio sotto i nostri piedi. Un’amica che ha combattuto una lunga battaglia e l’ha persa quando sembrava che avesse vinto, una che l’ha persa perché non poteva vincerla, un nonno che lascia in due ore nipoti e figli, un padre anziano che non può più continuare, una mamma che lascia tutti uscendo un pomeriggio, ognuno di noi può mettere lì, sulla credenza, più o meno foto di volti in un anno. La vicinanza ed il numero aiutano a vedere il crack, la crepa, sulla quale non vi è altro oro da mettere, nel tempo del  divenire, che quello del ricordo, che altro non è che il valore che una madre o un padre o un nonno o un cantante o un attore hanno depositato nella nostra anima, grazie alla crepa che il loro dipartire ha creato in noi. 

Nel tempo dell’eterno, non vi è oro a riempire la crepa, per una integrità che può sopravvivere solo esaltando la crepa stessa, ma un peso ponderale più elevato, una realtà più densa, che dall’interno riempie i corpi e dà loro quella solidità che nel tempo del divenire fu tanto desiderata.

La solidità è quell’umanità piena che ha camminato sulla terra in Palestina, e che ha avuto la sua crepa, e più di una, a mano di uomini, e che ha lasciato il sepolcro camminando, e non per se stesso, ma per noi, per il nostro 2016 così pieno di crepe, e per il nostro 2017.

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