LETTURE/ Noi, orfani di un “avviso di splendore”

- Gianfranco Lauretano

Il poeta Davide Rondoni ha pubblicato la sua ultima raccolta, “La natura del bastardo”. Un libro fatto di amore e movimento, esplorazione del mondo, viaggio. GIANFRANCO LAURETANO

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LaPresse

L’isola da lontano lanciava ancora bagliori, feriva
gli occhi, forse segnali millenari, sogni,
fiori bianchi a miriadi di notte sulle scogliere…

L’inizio di questa poesia ci introduce in un mondo di bellezza e di storia, di luce e di notte. Si tratta di una delle poesie dell’ultimo libro di Davide Rondoni, dal titolo certamente particolare, La natura del bastardo (Mondadori). Un libro fatto non solo di luce vertiginosa che continua a balenare nel buio, ma anche di amore e movimento, esplorazione del mondo, viaggio. Un verso di una poesia di Pascoli, “Nebbia”, sulla quale Rondoni ha scritto la tesi di laurea, dice che le grandi domande dell’uomo, le questioni centrali del suo cuore, “vogliono che ami e che vada”: amare e andare, due verbi che ben sintetizzano la poesia dello stesso Rondoni. Essi vanno considerati contemporanei: mentre vado (vivo, compio il mio percorso), amo. Il mondo va conosciuto, attraversato e vissuto con amore, curiosità, voglia di rischiarsi e sfidarlo; l’opera di un poeta è tanto più valida quanto più risulta impressionata dal mondo. Le parole per Rondoni sono come la pellicola fotografica. Torniamo a questa poesia, esemplare del lavoro che il poeta ci presenta in questo libro: dopo un’affascinante apertura sull’isola, che è la Sicilia, lo vediamo camminare, sfinito dal lavoro ma addolcito da ciò che sente, per le strade della sua città più grande:

Palermo, sono dolci le sere
a camminare sperduti
dopo aver lavorato, sfiniti
e la mente non sa più che pensare
vuole solo sentire lui
il respiro del mare…

Si tratta di un passaggio in cui c’è molto di noi, del nostro lavorare eccessivo, del desiderio di far riposare la mente, magari fuggendo. Solo che, di solito, ciò avviene davanti a uno schermo, mentre qui il poeta cerca il respiro del mare, coerentemente con il luogo. In questo il suggerimento del poeta trascende il suggerimento della società, lo supera e migliora: quando il respiro si fa corto (per la fatica o le ferite della vita) è meglio cercare un respiro più grande. Poi accade in questa poesia quel che accade nella nostra migliore letteratura, un incontro:

E tu che gesticoli al telefono e vai
ti discosti e mi lanci un’occhiata
ragazza maghrebina,
dolce, ferita, innamorata –

sei oro che la lontananza fa brillare

Una cosa da niente, nulla di epico: a tutti noi capita di incontrare ragazzi al cellulare, maghrebini o no. Ma quasi mai ci capita di considerare quell’incontro “oro che la lontananza fa brillare”. Ecco, stiamo perdendo uno sguardo così. Un diffuso sentimento di sospetto verso l’altro, di difesa da possibili e oscure violenze, di paura per ciò che è diverso, non ci permette più di guardare l’altro così. Lo sguardo di Rondoni è lo sguardo che costruisce e che accoglie.  

Mi si consenta un collegamento forse troppo coraggioso: è lo sguardo che aveva l’Europa e che l’ha fatta quel che è e forse sta smettendo di essere. Gli europei sono stato questo: una volontà di lavoro e di esplorazione che li ha portati dappertutto e ne ha fatto, per secoli, il centro propulsore del mondo stesso. Sarà stata anche volontà di potere: ma prima era volontà di conoscenza e capacità di stupore per l’inesauribile possibilità di incontro che è il mondo stesso. E possibilità di accoglienza di chi veniva da noi, da ovunque, a qualunque titolo, tanto che, in fondo, la razza europea non esiste, essendo il frutto di un crogiolo ininterrotto di genti. È così che un lunghissimo percorso europeo ha inventato e custodito la persona, custodendo ciò di cui viviamo la perdita, che è la vera crisi europea: la facoltà di percepire in ogni uomo l’oro nascosto, “questo avviso di splendore”:

e mi ricorda ama, ama senza disperare
ama con dolore,
bastardo trovatore, ama
per non meno di questo avviso di splendore

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