LETTURE/ Samizdat, metti Solzenicyn in un fustino di detersivo

- Elena Freda Piredda

Viene inaugurata in questi giorni all’Università degli Studi di Milano la mostra “Dalla censura e dal samizdat alla libertà di stampa. URSS 1917-1990”. ELENA FREDA PIREDDA

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Edizione samizdat di "Arcipelago Gulag" di A. Solenicyn nascosta in un fustino del detersivo

Viene inaugurata in questi giorni all’Università degli Studi di Milano la mostra “Dalla censura e dal samizdat alla libertà di stampa. URSS 1917-1990”, organizzata da Memorial Mosca e dalla Biblioteca Statale di Storia della Federazione Russa e dedicata al dissenso in Unione Sovietica e al suo eccezionale strumento, il samizdat. Questo termine fu coniato negli anni Quaranta dal poeta Nikolaj Glazkov per indicare l’autopubblicazione delle sue raccolte di opere. Le copertine riportavano la definizione “sam-sebja-izdat” (edizione di me stesso medesimo), che parodiava i nomi delle diverse istituzioni sovietiche per l’editoria (Gosizdat, Politizdat, ecc). Col tempo questa denominazione venne semplificata nella formula “samizdat”, che lo scrittore dissidente Vladimir Bukovskij negli anni Settanta avrebbe così spiegato: “Io stesso redigo, mi correggo, mi censuro, mi stampo, mi diffondo, sconto una pena”.

L’epoca del samizdat ebbe inizio nella seconda metà degli anni Cinquanta e si concluse nella seconda metà degli anni Ottanta, quando la morsa della censura si andò allentando e il paese venne sommerso da un’ondata di pubblicazioni fino ad allora proibite. Negli anni Cinquanta la società, liberatasi dalla paura dopo la morte di Stalin e il XX Congresso del 1956, cercò un’alternativa al monopolio dello Stato sulla cultura. Il samizdat della prima generazione del Disgelo fu alimentato da un boom poetico senza precedenti: venivano diffuse copie dattilografate di poesie di autori proibiti o semi-proibiti come Cvetaeva, Gumilëv, Mandel’štam, Pasternak, Achmatova. Questo fenomeno metteva al centro del processo editoriale non solo l’autore dell’opera, ma anche i fruitori, che erano chiamati a diffonderla, copiandola clandestinamente. Come ricorda Boris Belenkin, uno dei curatori della mostra, “la specificità, la differenza di un’edizione samizdat da una ufficiale, ‘legale’, sta proprio nel fatto che qui l’autore non è l’elemento più importante. L’elemento più importante è chi riproduce, chi fa ‘viaggiare’ il testo”.

Ma il samizdat non fu un fenomeno esclusivamente letterario: trovò infatti ampio spazio la diffusione illegale di opere di stampo politico, filosofico, religioso e legate alla difesa dei diritti dell’uomo. Le opere pubblicate attraverso il samizdat non erano necessariamente delle testimonianze di dissenso ideologico, ma le autorità assunsero un atteggiamento ostile nei confronti della pubblicazione clandestina, percepita come un fenomeno che minava la coesione del sistema. È d’altro canto naturale che lo Stato temesse questo fenomeno: la lettura di testi non censurati alimentava l’autonomia di pensiero e di azione e inneggiava quindi a una libertà interiore che il regime non poteva ammettere. Non tutti gli autori di samizdat erano per forza dissidenti, ma tutti i dissidenti erano autori di samizdat. Il samizdat diventò così un fenomeno che vide coinvolta l’intera società, che riuscì così ad affermare la propria libertà e indipendenza da un regime che pretendeva di controllare ogni ambito della vita umana. 

La mostra, che presenta con inedita ricchezza di immagini i protagonisti e i documenti dell’opposizione al regime sovietico, verrà inaugurata lunedì 26 settembre alle 11.30 all’Università degli Studi di Milano (Via Festa del Perdono, Sala Malliani), dove rimarrà fino al primo ottobre. L’inaugurazione vedrà la presenza, oltre che dei curatori Boris Belenkin e Elena Strukova, anche di Laura Rossi (Università degli Studi di Milano), Carlo Montalbetti (Direttore generale Comieco), Elda Garetto (Università degli Studi di Milano), Sergio Rapetti (traduttore e consulente editoriale) e Valentina Parisi (Scuola Traduttori e Interpreti, Milano). E ci sembra particolarmente significativo che una mostra dedicata alla libertà di stampa sia inaugurata a pochi giorni di distanza dall’ennesima vittoria di “Russia unita”, il partito di Vladimir Putin, e dall’iscrizione nel registro degli agenti stranieri del Centro Levada, storico ente di monitoraggio dell’opinione pubblica russa, che rischia in questo modo di essere costretto al silenzio: l’interessante riflessione, proposta dalla mostra, sulla censura e sulla possibilità di forme di libertà all’interno di un regime ci convince infatti di quanto questo tema, apparentemente così distante dal nostro mondo in cui le notizie corrono veloci — e libere? — in rete, sia non solo di estrema attualità, ma anche, si spera, di monito per il futuro.

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