NEW YORK ENCOUNTER/ Tom, da Ground Zero al sacerdozio: la realtà non tradisce mai

- Antonio Quaglio

“No, la realtà non mi ha proprio mai tradito”. Brother Thomas Bernadette Colucci non cita il titolo del New York Encounter 2017: sta parlando della sua vita. ANTONIO QUAGLIO

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Father Thomas Colucci (Foto dal web)

NEW YORK — “No, la realtà non mi ha proprio mai tradito”. Brother Thomas Bernadette Colucci non cita il titolo del New York Encounter 2017: sta parlando della sua vita. “La mattina dell’11 settembre 2001 — racconta al Manhattan Pavillon, gente in piedi per ascoltarlo — ero a un isolato da qua, all’Engine 3 del New York Fire Department, sulla diciannovesima”. Le Twin Towers erano dietro l’angolo. Colucci, pompiere da vent’anni e capitano, era appena smontato dal turno di notte e stava tornando a casa. Il primo attacco e poi tutto il resto.

La prima impresa è tornare indietro nella città sconvolta. Poi — racconta a lungo con voce tranquilla, ma ogni tanto tra le lacrime — si trova dentro una giornata inaspettata, di cui si ricorderà otto anni dopo, quando da monaco benedettino scegliera il nome della ragazzina di Lourdes: uscita di casa senza sapere cosa la realtà le preparasse, ma pronta ad affrontarla. 

Il capitano Colucci l’11 settembre si è salvato sotto la Torre Nord che crollava, riparandosi a fatica con altri due firemen dietro un camion. Tre dei suoi uomini non tornarono: di due non è mai stato trovato il corpo. Si sofferma su tanti “fratelli” caduti. Father Mike, il francescano cappellano di tutto il FDNY: la vittima V001 dell’11 settembre, sepolto dalle macerie proprio dentro la Torre Nord. Ma anche quelli dell’Engine 14 del Bronx, dove Colucci aveva cominciato a fare il pompiere. Alla fine, però, nel cuore di padre Tom, sono tutti “fratelli” quelli di quel giorno: i medici e le infermiere, i poliziotti i sopravvissuti da portare in salvo e curare, soprattutto chi quel giorno ha perso la vita, i “jumpers” disperati che Colucci vide cadere a pochi metri. E soprattutto tutti quelli che partecipavano ai funerali, “sembrava che ogni giorno non ci fossero altro che funerali”.

“Quel giorno — rammenta — ho lavorato fino a mezzanotte, ma solo il 4 ottobre sono uscito veramente dall’11 settembre: nelle chiesa di San Francesco”. La messa, la messa quotidiana, che aveva accompagnato Colucci per tutta la vita: la vita di un credente, di un cattolico come altri, con un pellegrinaggio a Roma da un ancora giovane Papa Wojtyla. La vocazione, però, matura solo due anni dopo Ground Zero. 

Un’esplosione di gas lo ferisce gravemente alla testa. Colucci subisce due interventi al cervello: un’altra realtà che non tradisce perché ne tiene in serbo un’altra. Un monastero benedettino è la sua nuova realtà: non lo tradisce, con il lavoro nei campi, la preghiera e lo studio con novizi che potevano essere state sue reclute. Nel 2009 è tempo di un’altra cosa “che Dio aveva pianificato per me, ciascuno ha la sua, la realtà è questa”. Il sacerdozio. 

Tre anni di seminario: greco, teologia e filosofia, a più di cinquant’anni può essere anche più complicato che rischiare la vita, ma è la stessa vita di quella giornata di settembre. Lo scorso maggio il cardinale Dolan arcivescovo di New York, lo “arruola”: “Da oggi ricominci a salvare uomini, ma stavolta le anime”.

Alla fine ringrazia, piange a dirotto, l’Encounter attende qualche istante prima di tributargli un’ovazione. “Forse avete qualche domanda…”. Una voce: “La sua benedizione”. Si alza in piedi e sembra di vederlo quel giorno, contro una realtà “in cui sembrava Dio fosse sparito e invece c’era”. Bisogna alzarsi in piedi ogni mattina e “fare quello che Dio vuole per te”.

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