LETTURE/ Dalla Catalogna all’Irlanda del Nord, consigli a Rajoy per evitare un “Bloody Sunday”

- Paolo Gheda

Il commissariamento del governo catalano da parte di Madrid e la fase di incertezza che ne consegue ha un precedente similare nella vicenda dell’Irlanda del Nord. PAOLO GHEDA

margaret_thatcher_1_lapresse_1985
Margaret Thatcher (1925-2013) nel 1985 (LaPresse)

Quando la sovranità di uno Stato moderno si è trovata a essere delegittimata dalle spinte indipendentistiche di una parte del proprio territorio, la sua risposta è stata spesso quella della chiusura, dell’irrigidimento del controllo, in sostanza della ri-centralizzazione. Quello che in queste ore sta succedendo in Spagna, ovvero la sospensione da parte di Madrid del governo devoluto della comunitat catalana e la destituzione del relativo capo dell’esecutivo regionale e di tutte le principali cariche pubbliche, comprese le forze dell’ordine, fino a nuove elezioni nazionali, non si può certo definire come un comportamento inedito nella recente storia europea. Persino quando, agli albori della recente storia del leghismo nostrano, alcuni “irredentisti” veneti compirono una dimostrativa “presa” del campanile di San Marco a Venezia, issandovi la rosseggiante bandiera della Serenissima, il governo italiano reagì con particolare severità, e gli autori del gesto vennero regolarmente processati. Gli appena conclusi referendum sull’autonomia celebrati appunto in Veneto e pure in Lombardia, al di là della loro (discussa o meno) efficacia, rappresentano bene il momento che sta attraversando il quadro istituzionale continentale, dove l’erosione sistemica del perimetro di legittimità dello Stato-nazione sta facendo emergere localismi antichi e più recenti, spesso alimentati da tendenze di autotutela economica, talvolta sovrastanti la stessa rivendicazione di appartenenza particolare, sia essa di motivazioni religiose, linguistiche, etniche o geografiche, o più spesso un mix di queste stesse componenti. Se oggi la glocalizzazione, per dirla con Bauman, è un fenomeno sociologico prima ancora che politico, persino più vasto e in parte indipendente dalla pur evidente crisi identitaria dei paesi continentali, è comunque indubbio che la geografia ottocentesca, alla fine ribadita in sostanza dopo i due conflitti mondiali, con la fine della Guerra fredda è diventata per svariate comunità locali un vestito sempre più stretto, si potrebbe dire fuori stagione, da indossare.

Ma il comportamento attuale madrileno ha un illustre — almeno sotto il profilo dell’autorevolezza istituzionale — prodromo nelle scelte adottate dal governo britannico nel 1972 in Irlanda del Nord, dopo la tragica “Bloody Sunday” di Londonderry che mise sotto i riflettori internazionali il profondo malessere sociale che stava investendo l’Ulster a guida protestante. Allora, quando si arrivò al punto che soldati della nazionale British Army sparassero mortalmente (e del tutto ingiustificatamente — ora lo ha ammesso anche Londra) sui civili cattolici del centro industriale nordirlandese, il governo di Stormont (Belfast) non parve in grado, agli occhi delle autorità britanniche, di saper gestire quella che, pur non volendolo ammettere, si stava profilando a tutti gli effetti come una guerra civile interna al paese. E fu inevitabile la mossa di sospendere un gabinetto esecutivo e un intero parlamento regionali, non tanto perché non trovassero (e, d’altro canto, mai avevano trovato) una legittimazione presso una minoranza di grandi proporzioni numeriche della popolazione, quanto perché avevano manifestato la propria incapacità a mantenere il controllo del paese.

L’introduzione della cosiddetta “Direct Rule” da parte del governo di Westminster sull’Irlanda del Nord dipese quindi da un quadro ancor più complicato dell’attuale situazione catalana: là due comunità violentemente opposte all’interno della regione, delle quali solo una riconosceva l’autorità dello stato centrale, mentre l’altra manifestava una crescente volontà secessionistica; nella penisola iberica una sola comunità indipendentista, apparentemente compatta nella volontà di trasformarsi al più presto in un diverso stato dalla Spagna.

La centralizzazione decisa da Madrid, vale così — come valse nel 1972 per Londra su Belfast — come la riaffermazione della piena legittimazione dello stato spagnolo, peraltro nel quadro di un subito ribadito riconoscimento delle specificità “speciali” della regione catalana. Ma esprime anche un’indubbia sofferenza istituzionale — e persino morale — rispetto al fallimento di una politica inclusivista di tipo federalista che ha tentato di armonizzare aspirazioni diverse e per molti versi inconciliabili di Barcellona e Madrid stessa. Lo stesso disagio che si può ampiamente cogliere nelle passate dichiarazioni dei leader britannici sulla necessità della “Direct Rule” in Ulster, lo stesso imbarazzo che colse il cabinet nel gestire la “pelosa” situazione sotto il profilo anche dei media interni e internazionali, e che trasuda con evidenza nell’apparente fermezza delle odierne affermazioni del primo ministro Rajoy. 

Nel Regno Unito poi ci fu l’avvento della “Iron Lady” Thatcher, e la sua fermezza inossidabile — piaccia o meno — costituì una solida per quanto cinica base su cui definire un nuovo equilibrio in un paese che stava istituzionalmente collassando, creando le necessarie premesse per una futura soluzione diplomatica alla questione. Ma oggi ci sarà (e sarà opportuno che sia, eventualmente), uno o una “Maggy” in Spagna, capace innanzitutto di tenere la barra a dritta, rispetto alle montanti pressioni interne ed esterne al paese? E questo, pure nonostante la recente “fuga” a Bruxelles dell’ex(?) presidente catalano Puigdemont…

Se la storia dovesse servire a qualcosa nell’indirizzare le scelte dei leader politici, ad uso madrileno si potrebbe di nuovo citare l’evoluzione della situazione nordirlandese, che vide la conclusione di una lunga stagione di “Direct Rule” solo dopo la stipula di accordi internazionali (l’Anglo-Irish Agreement del 1985), e un lungo cammino successivo di costruzione di dialogo tra le comunità cattolica e protestante, e tra loro e il governo centrale, un peace process che dovette concludere una drammatica stagione con più di quattromila vittime, solo ormai verso la fine del millennio, con la stipula dello “Stormont Agreement” — i cosiddetti accordi del “Venerdì Santo” — del 1998.

Si spera naturalmente che l’analogia tra caso irlandese e caso iberico si fermi solo alla parte diplomatico-istituzionale, e nulla di tragico possa accadere dentro o fuori le mura di Barcellona, ma proprio questo passato dà a pensare su quanto sia oggi strategico e urgente individuare forme di confronto e soluzioni di equilibrio che scongiurino al più presto conseguenze drammatiche rispetto a scenari che nella storia europea non possono assolutamente ritenersi come irriproducibili. Anche durante la Belle Époque, pochi avrebbero sospettato gli imminenti orrori novecenteschi, e oggi si deve far tesoro di tutti i passati confronti sul tema dell’autonomia affinché si possa produrre nel nostro continente un nuovo spirito federalista, e si scongiurino secessionismi grondanti di sangue.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori