LETTURE/ “Di ombra e di luce”: Caravaggio, corpo a corpo tra il bene e il male

- Corrado Bagnoli

“Di ombra e di luce”: un viaggio dentro l’anima tormentata di Caravaggio. Non uno spettacolo ma un evento imperdibile da vivere. Una produzione del Teatro Pedonale. CORRADO BAGNOLI

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Scena da "Di ombra e di luce" (Foto teatropedonale.com)

Segnatevi queste date e questi luoghi: 10 novembre, Missaglia, presso la Traccia; 17 novembre, Inverigo, Piccolo Teatro Santa Maria; 23 novembre Carate Brianza, teatro L’Agorà; 16 gennaio, Seregno, teatro S.Valeria; 23 gennaio, Milano, teatro Rosetum; 9 febbraio, Monza, teatro Binario. In queste date e in questi luoghi potrete avere la fortuna, la grazia, anzi, direi, di partecipare a un evento di straordinaria potenza e intensità. L’altra sera, nel Teatro Don Caccia di Giussano gremito all’inverosimile, centinaia di occhi e di cuori hanno vissuto l’esperienza unica, ormai sempre più rara nel panorama teatrale italiano, di essere letteralmente catapultati dentro l’anima tormentata e inquieta di una vicenda esistenziale e artistica come quella del Caravaggio. 

Di ombra e di luce non è uno spettacolo, non è qualcosa a cui si assiste: scritto da Maurizio Giovagnoni con la consulenza artistica di Gloria Riva, e interamente prodotto e realizzato da Teatro Pedonale con la regia potentissima e lirica insieme di Matteo Riva, Di ombra e di luce è un vero e proprio avvenimento dentro il quale, chi come me ha la fortuna di essere presente, viene chiamato a vivere. 

Matteo Bonanni è Michelangelo Merisi detto il Caravaggio, sul finire della sua vita, davanti al mare che lo separa dal ritorno a Roma dopo il suo esilio: su enormi drappeggi bianchi alle sue spalle si susseguono le immagini di corpi e volti che hanno abitato i suoi quadri e le sue notti. Tutto accade lì, sulla scena e nella carne di un attore che diventano il luogo sacro di una lotta, di un corpo a corpo tra il bene e il male, tra la la luce e l’ombra. E mentre quest’uomo s’interroga e mette a giudizio la sua vita, inizia il dialogo tra lui e la madre, nel ricordo di un’infanzia che era segnata dal perdono e dall’abbraccio materno dentro il quale Michele — come la madre chiamava l’artista da piccolo — ha il desiderio di tornare, come per una nuova nascita, come per un nuovo battesimo che avviene, effettivamente, proprio sulle rive di quel mare, grazie all’acqua dentro la quale egli si trova a lottare e che è insieme distanza e avvicinamento, sconfitta e redenzione. 

Sulla scena appare una figura — incarnata da un’eterea e aggraziata, e al contempo sanguigna ed energica, Roberta Di Matteo — una forma carnale che di volta in volta diviene la soglia di passaggio tra l’ombra e la luce; il demone nero, il segreto avversario che abita nel cuore dell’artista; il nemico che sta fuori di lui, o l’abbraccio pacificato del ritorno alla madre, all’innocenza ritrovata. I corpi degli attori, le immagini che scorrono, le musiche, la scena tutta e le poche cose che ci vivono dentro, divengono il luogo in cui l’impensato accade, diventano il luogo in cui il sacro diventa reale, incontrabile, palpabile. E, viceversa, le umili cose, gli stracci fradici che Michelangelo e la sua ombra sono ora diventati, diventano epifania di quel sacro che adesso cammina, grida e respira con loro e attraverso di loro. 

Nulla era più difficile che trasformare una poetica artistica in un dramma dentro il quale chiamare ciascuno di noi a ripercorrere le nostre miserie, i nostri brevi trionfi, la nostra sete di innocenza impolverata e insanguinata dalle colpe e dai misteri del cuore buio che in noi si agita. Era facile cadere nella didascalia, nella rappresentazione, nello spettacolo, nella narrazione. Qui tutto sembra invece miracolosamente ri-presentarsi, concorrere all’accadere, nella riappropriazione di un destino che è quello dentro il quale il teatro è nato e dentro il quale è chiamato a tornare, grazie a una regia intensa, a una scenografia e una musica che si fanno organi di un solo corpo che si muove e si distribuisce nello spazio, vivificandolo. Come avviene sulla tela del Caravaggio, in cui ogni cosa umile risplende e si fa sacra dentro la luce e l’ombra. 

Ma tutto ciò non sarebbe stato possibile senza un commovente Matteo Bonanni che, dopo avere vestito i panni di un campione della bici in Gimondi, una vita a pedali e del pugile Cesare Bagnoli in Fuori i secondi — un’altra recente produzione di Teatro Pedonale — va ben al di là di una grande, gigantesca prova d’attore: nei quadri che si succedono sulla scena, egli non mette in campo solo l’immenso mestiere, l’istrionismo, la capacità di toccare i toni tragici e il registro comico che pure gli appartiene e appartiene al personaggio di Michelangelo Merisi. Bonanni si fa qui letteralmente attraversare dall’ombra e dalla luce, mette in gioco la sua stessa anima e la sua stessa esistenza per consentire a noi che partecipiamo a questo evento di ripercorrere un viaggio, grazie a lui e al suo Caravaggio, dentro la nostra stessa anima e la nostra esistenza.

“Di ombra e di luce”
regia Matteo Riva
drammaturgia Maurizio Giovagnoni
con Matteo Bonanni e Roberta Di Matteo
assistente alla regia Nicolò Valandro
musiche Danuta Conti
scene Alessandra Gugliara
costumi Max&Teo
video a cura di Ideo
consulenza artistica Gloria Riva


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