Buddhismo e teoria dei quanti/ Ecco come eliminare la sofferenza e l’attaccamento alle cose

- Raffaele Graziano Flore

Il fisico Carlo Rovelli, in un intervento sul Corriere della Sera, ha messo in luce quelle che sono le affinità tra lo spiritualismo de buddhismo indiano e la fisica con la teoria dei quanti

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Buddha, una statua del mistico indiano (Facebook)

L’INTERVENTO DI CARLO ROVELLI SU “LA LETTURA”

È possibile che in un testo filosofico indiano di quasi diciotto secoli fa e dal nome quasi impronunciabile per noi occidentali vi siano i fondamenti di quella che sembra essere una affinità elettiva tra lo spiritualismo delle regioni indiane e una delle vette raggiunte dalla ricerca scientifica in Occidente, vale a dire l’affascinante meccanica quantistica, vale a dire quella branca della fisica che si occupa di descrivere il “comportamento” della materia? A quanto pare sì e il fisico Carlo Rovelli ne ha parlato nel suo ultimo intervento su “la Lettura”, l’inserto culturale del Corriere della Sera, mettendo così in relazione due ambiti solo all’apparenza lontani, ovvero il buddhismo e la teoria dei quanti. Il volume in questione, un agile libriccino intitolato “Mulamadhyamakakarika” (la cui traduzione letterale è “I versi fondamentali del cammino di mezzo) e scritto attorno a un periodo compreso tra il 150 e il 250 a.C. da un monaco buddhista di nome Nagarjuna, celebre per essere stato il fondator della e fondatore della scuola dei Madhyamika: secondo il 61enne fisico veronese, infatti, la lettura di queste pagine ha notevolmente influenzato il suo modo di pensare e che, pur essendo “venerato” da molti studiosi è poco conosciuto alle nostre latitudini, tanto che lo stesso Rovelli l’ha scoperto in una sua traduzione inglese.

IL FONDAMENTALE LIBRO DI NAGARJUNA

Secondo Carlo Rovelli, l’incontro con il “Mulamadhyamakakarika” non è stato affatto casuale dato che alla lettura è stato spinto da coloro con i quali spesso discute di fisica quantistica o di “altri argomenti legati alla fisica”. Anzi, il diretto interessato premette, nell’articolo apparso sul Corriere della Sera, di aver sempre guardato con un certo sospetto i tentativi di legare “scienza moderna e pensiero orientale”: e invece il testo di Nagarjuna affronta il problema in maniera diversa. Secondo lo scienziato veneto, il fulcro del libro ruota attorno all’idea che niente esiste per conto suo ma che “tutto esiste solo in dipendenza di qualcos’altro”, ovvero le cose hanno una loro intrinseca vacuità (resa col termine “sunyata”): dunque tutto nasce dall’incontro fra la loro apparenza e le sensazioni nella nostra testa, tutte comunque delle “entità vuote”. Insomma, per Nagarjuna non esiste nemmeno un Io, un’esistenza unica ed è così che secoli di soggettivismo occidentale vengono annullati in poche righe dal pensatore indiano. Ma, se secondo lui non esiste alcuna sostanza ultima, allora per Rovelli questa è la sconfitta di ognuna delle metafisiche a cui siamo stati abituati e ciò si ricollega alla “illusorietà del mondo”, cioè quel “Samsara” che, una volta riconosciuta, porta allo stato di beatitudine conosciuto come “Nirvana”.

VERSO UN NUOVO ATTEGGIAMENTO ETICO

Questo ribaltamento delle tradizionali prospettive è sorprendente per Carlo Rovelli dato che fornisce un valido aiuto nel “pensare in modo coerente la fisica quantistica” visto che anche nella teoria dei quanti ogni cosa sembra esistere solo nella sua reciproca influenza con le altre. Inoltre, anche se quando Nagarjuna formulava le sue idee non aveva certo in mente i quanti (non sapendo cosa essi fossero) ma fornisce una valida chiave interpretativa per la scienza moderna: infatti permette di “maneggiare” la filosofia dei quanti concependo una “interdipendenza che richiede di dimenticare le esistenze autonome”, proprio come la fisica che è alla continua ricerca di nozioni relazionali. Quindi, ecco che il pensiero di Nagarjuna ha “qualcosa di vertiginoso” perché evita le trappole in cui sono cadute tante teorie occidentali e, inoltre, ci restituisce un atteggiamento etico che il 61enne fisico definisce “rasserenante”: infatti, accettare la nostra non-esistenza implica anche l’eliminazione della sofferenza e dell’attaccamento alle cose. Rovelli conclude questa sua disamina affermando che, comunque, esistono molteplici letture di questa complessa opera, ma la molteplicità è anzi la forza del libro e della sua vitalità. E “la forza di idee” che emana ricorda, come sottolineato dal titolo dell’articolo, che le cose in fondo sono relazioni.



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