LETTURE/ L’uomo e la nostalgia del dio: così il Verbo che viene ha cambiato tutto

Anche oggi si può “giocare” col mito antico, inesauribile fonte di ispirazione. Ma qualcosa di irrevocabile è accaduto per sempre. A proposito del lavoro di Roberto Calasso. GIULIA REGOLIOSI

25.12.2017 - Giulia Regoliosi
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Caravaggio, Narciso (1597-99)

La recente pubblicazione del libro di Roberto Calasso L’innominabile attuale ha riproposto all’interesse il suo libro più famoso, Le nozze di Cadmo e Armonia (Adelphi 1988). Si potrebbe anzi dire che i due libri a distanza di quasi trent’anni si richiamano o meglio sono speculari: un libro sui miti greci, intrisi del divino, e un libro sull’attuale homo saecularis, incapace di coglierlo; un libro che indica le possibili connessioni fra miti diversi e tradizioni diverse e un libro che vede in un vicino futuro l’impero del Big Data, impersonale operatore di connessioni coatte fra i dati d’informazione.

Torniamo quindi alle Nozze di Cadmo e Armonia. Il senso del libro ci pare sia espresso in un passo di pag. 172, a proposito di un’interpretazione del mito di Apollo e Dafne: “Appena lo si afferra, il mito si espande in un ventaglio dai molti spicchi… Ogni atto avvenne in questo modo, oppure in quest’altro, oppure in quest’altro. E in ciascuna di tali storie divergenti si riflettono le altre, tutte ci sfiorano come lembi della stessa stoffa. Se, per un capriccio della tradizione, di un fatto mitico ci rimane una versione sola, è un corpo senz’ombra e dobbiamo esercitarci a disegnare mentalmente la sua ombra invisibile”. 

Il compito che l’autore si assume è appunto questo: seguire il ventaglio delle varianti di ogni mito o episodio mitico, e disegnare mentalmente l’ombra invisibile dei miti “a una dimensione”. Ne nasce una narrazione complessa e fascinosa, sempre condotta con capacità straordinaria di affabulatore, che ha attratto e continua attrarre lettori di ogni formazione e lingua. L’appendice di Fonti non è semplicemente un apparato di note, anzi le note mancano del tutto in un testo assolutamente compatto e per così dire autonomo: è l’elenco quasi riga per riga dei riferimenti da cui ogni volta l’autore trae un frammento del grande affresco che ricrea.

Come ci siamo detti più volte, il mito può essere affrontato in diversi modi: con uno studio antropologico, scientifico, che ne indica le possibili origini storiche, istituzionali, cultuali; con uno studio letterario, che indaga sul significato che ogni autore ha trovato e comunicato in quella particolare vicenda in quella particolare variante; come emanazione di questo modo, con uno studio storico sull’evoluzione di quel mito e quel personaggio quale testimonianza del variare del pensiero nel tempo; come rilettura e rielaborazione personale del mito. Proprio di recente nel mio liceo è stato affrontato, in un lavoro comune di docenti e studenti che è divenuto una mostra, ancora un altro modo: il confronto fra alcuni temi del mito antico (l’eroe, il mostro, il desiderio di immortalità) esemplificati in figure cantate da diversi poeti ciascuno con le sue varianti, e figure dei nuovi miti presentati da film, serie televisive, videogiochi, fumetti, al fine di rinvenire tensioni umane comuni nella diversità delle tipologie e delle modalità comunicative.

Calasso opera ancora diversamente, o forse con una commistione di modi: c’è sicuramente al di sotto una lettura antropologica del mito, anche se non acquista l’aspetto di un’esposizione scientifica; c’è uno studio dei diversi miti con le loro varianti e c’è una personale rielaborazione letteraria. Ci sembra però che manchi il volto umano di chi ha rivissuto il mito in una delle sue varianti per indagare sulla realtà del suo tempo e dialogare col pubblico, facendosene compagno e, in ambiti come la polis ateniese, maestro. Il lungo elenco di fonti presenta nomi ben noti e altri meno conosciuti del mondo antico, ma estrapolati dal contesto storico e dal genere letterario di ciascuno, dall’occasione e dal pubblico specifici e divenuti quindi, in fondo, solo strumenti per un’indagine che vede nell’autore un protagonista e un disegnatore di ombre, che arditamente collega e pone dei nessi anche dove sono solo fragili ponti fra diverse vicende.

Un libro intriso del divino, si diceva. Ma con disincanto. Le nozze a cui il titolo allude, così come altre nozze, quelle di Peleo e Teti, o altre tavolate cui partecipano uomini e dèi, segnano una frattura fra di essi e iniziano una serie di sventure. Dice Calasso (pag. 433): “Che cosa concludere? Invitare gli dèi rovina i rapporti con loro, ma mette in moto la storia. Una vita dove gli dèi non sono invitati non vale la pena di essere vissuta. Sarà più tranquilla, ma senza storia. E si può pensare che quell’invito pericoloso sia ogni volta ordito dagli dèi stessi, che si annoiano degli uomini che non hanno storia”. 

Forse per l’uomo antico, il pagano dal rapporto sempre problematico con gli dèi, è stato così. Resta da ripensare ad una storia di uomini in cui l’invito di Dio alla mensa è la forza positiva che la muove.

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