LETTURE/ L’arte contemporanea e la Chiesa? Mai state così amiche

- Elena Pontiggia

Quando due anni fa la Santa Sede presentò per la prima volta un suo padiglione alla Biennale di Venezia, alcuni si stupirono dell’iniziativa. A torto. Un libro lo dimostra. ELENA PONTIGGIA

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Michelangelo, Pietà Vaticana, particolare (1497-99) (foto J.M. Romero, Wikipedia)

Quando due anni fa, nel 2015, la Santa Sede presentò per la prima volta un suo padiglione alla Biennale di Venezia, alcuni si stupirono dell’iniziativa. Ma questo accadeva perché nessuno aveva ancora letto l’importante volume di Micol Forti, coadiuvata da Federica Guth e Rosalia Pagliarani, Attraversare la storia. Mostrare il presente. Il Vaticano e le Esposizioni Internazionali (Edizioni Musei Vaticani, ottobre 2016).

Il libro, che allora non era ancora uscito, è un lavoro fondamentale per comprendere qualcosa che pochi sanno, anche tra gli specialisti, e cioè che il Vaticano ha partecipato a tutti i maggiori Expo internazionali, dal 1851 a oggi, proponendo riflessioni sui vari temi, coinvolgendo architetti e artisti, presentando capolavori del passato e opere contemporanee. 

Attraversare la storia. Mostrare il presente è infatti uno di quei saggi che non si scrivono a tavolino consultando dati già noti, ma richiedono anni di ricerche in decine e decine di archivi. Che poi un lavoro così rigoroso e definitivo, uscito sotto l’egida della gerarchia (la presentazione del libro è firmata dal cardinale Gianfranco Ravasi), sia stato svolto da una studiosa come Micol Forti e da due sue collaboratrici, ci dice molto non solo sul genio femminile, ma anche sul suo riconoscimento all’interno della Chiesa. 

Gli Expo, come è noto, sono appuntamenti internazionali, molti dei quali sono rimasti pietre miliari anche della storia dell’arte. Pensiamo al primo della serie, la Great Exhibition of the Works of Industry of All Nations (questo il nome ufficiale dell’Expo di Londra del 1851), per cui fu costruito il Crystal Palace, un edificio pionieristico in vetro e ferro che oggi si trova su tutti i libri di architettura. Pensiamo all’Exposition Universelle di Parigi del 1889, per cui fu eretta la Tour Eiffel; oppure all’Expo di Milano del 1906, nato per festeggiare il traforo del Sempione, che si estendeva gigantesco con i suoi 225 padiglioni tra il parco che si chiama ancora del Sempione e la piazza d’Armi, dove oggi sorge la Fiera Campionaria. Pensiamo, infine, all’Exposition Internationale des Arts Décoratifs et Industriels Modernes del 1925 che consacrò l’Art Déco (abbreviazione appunto di Décoratifs); all’Expo 1929 di Barcellona, per cui Mies van der Rohe costruì il padiglione tedesco, emblema del razionalismo architettonico; o all’Expo di Parigi del 1937, dove fu esposta Guernica.

A tutti questi appuntamenti la Santa Sede era presente con un suo padiglione, dimostrando tra l’altro, agli inizi del Novecento, una profetica preferenza per l’America del Nord, che allora non era certo l’America di oggi. Di eventi ne organizzò anche in proprio, per esempio l’Esposizione Mondiale della Stampa Cattolica del 1936, dove Pio XI scelse come coordinatore generale Gio Ponti. E’ questa, anzi, la prima grande mostra che fu interamente affidata all’architetto, qui anche in veste di artista: era suo il monumentale Cristo in ceramica che dominava la galleria centrale. 

Il volume ricostruisce anche fatti più noti, come il prestito della Pietà di Michelangelo alla World’s Fair di New York del 1964, che tra l’altro portò a “raddrizzare” il gruppo marmoreo, eliminando il sopralzo laterale settecentesco. Qualcuno criticò lo spostamento di un tale capolavoro. E pensare che l’opera tornò da Manhattan sana e salva, mentre otto anni dopo, quando stava tranquilla nella basilica di San Pietro, fu presa a martellate da uno squilibrato…

Intendiamoci, nei saggi di Micol Forti, Federica Guth e Rosalia Pagliarani non c’è nessun trionfalismo. Anche le assenze della Santa Sede sono segnalate, per esempio quella all’Expo di Parigi del 1900, che aprì non solo cronologicamente il secolo breve. Tuttavia raccogliendo e analizzando sistematicamente tanti dati, quasi sempre per la prima volta, permette di comprendere che il più contiene il meno. E cioè che guardare all’eterno non impedisce di far parte del proprio tempo. Anzi, aiuta. 

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