LETTURE/ Vogel e Munif, desiderare la libertà d’Europa e vederla svanire

- Marco Ricucci

Da Nizza, in compagnia delle pagine di David Vogel a Marsiglia, leggendo “All’Est del Mediterraneo” di Abd ar-Rahman Munif. Prosegue il viaggio nel Mediterraneo di MARCO RICUCCI (3)

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Nizza la Promenade des Anglais (LaPresse)

“Mediterraneo, mare di cristallo” è il taccuino di un viaggio marittimo-letterario realmente compiuto dall’autore grazie a una borsa di studio della fondazione Marc de Montalembert di Parigi (ndr).

Nizza, corpi al sole

Il treno è arrivato in ritardo e ho perso l’ultima coincidenza per Marsiglia.

Mi avvio alla cosiddetta “Promenade des Anglais”, che offriva, a fine Ottocento, la possibilità di godere della vista del Mediterraneo: qui le sue acque, sotto la balaustra in ferro battuto, bagnano i ciottoli della spiaggia. Poco distante c’è la frescura del giardino del Théatre de la Verdure.

Mi siedo in uno dei numerosi bar che si dispiegano lungo la promenade e ordino un caffè, avendo davanti a me la tranquilla distesa azzurra e le pagine del romanzo Davanti al mare dove viene rievocata la mondanità e la frivolezza della Nizza ai tempi dei fastosa belle époque

Riviera francese, anni Venti. Uno spazio magico, apparentemente creato per raccogliere i fiori segreti di passionali peccati. 

Ghina e Adolf Barth, una giovane coppia affiatata, trascorrono i giorni di vacanza sdraiati in spiaggia, o nell’intimità della loro camera in pensione, o nelle feste dove, fino a tarda notte, si incrociano sguardi, promesse, desideri, e secondo le regole dell’attrazione precipiteranno nella rete del tradimento.

Così è l’esordio del libro e del dramma matrimoniale dei due sposi: “Madame Bermont disse: ‘Fate come foste a casa vostra. Non c’è nessuno per tutto il giorno’. Il suo viso grinzoso era piccolo sotto un cappello di paglia a larghe falde. Interruppe il bucato verso il pozzo che si trovava in giardino. Nella stanza che mostrò loro si addensava una calda opaca oscurità, per via delle persiane abbassate. Adolf Barth si asciugava spesso la fronte: ‘E poi avete il mare di fronte. Venti passi. Via, Bijou!’ rimbrottò il cagnolino pezzato bianco e nero con gli occhi languidi, che le si agitava intorno. ‘Lì, abbiamo il mare davanti’. Adolf Barth scambiò in un sussurrò alcune parole con la sua compagna. ‘Bene. Restiamo qui’. Verso sera, quando il caldo s’attenuò, trasferirono i loro bagagli dalla stazione. Il mare era piatto come una carta geografica, di un azzurro intenso. I pescatori si congedavano dalla riva, un barchino qui, un barchino là, verso l’orizzonte, a stendere le paranze. Nel giardino della pensione accanto si preparavano i tavoli per il pasto della sera. Su un variopinto telo da bagno era indolentemente distesa Ghina, avvolta in un costume di lana verde chiaro, che faceva risaltare la sua bella figura. Un parasole cinese a disegni floreali le riparava la testa. Barth, con gli occhiali da sole, giocherellava al suo fianco con la sabbia bollente, tirando pietruzze nell’acqua. Dietro di loro erano stese ad asciugare delle paranze bruno scuro. Ne esalava un odore penetrante di mare e di pesce. L’aria fremeva nella calura vicino a terra. Cicci uscì dall’acqua e venne a sedersi accanto a loro. Incrociò le gambe all’orientale. Sul suo torace peloso restavano solitarie gocce. ‘L’acqua è calda’ disse con un marcato accento italiano“.

L’autore del romanzo, David Vogel, di origine ebraica, nacque nel 1891 a Satanov, un paesino che apparteneva al Regno asburgico. Nel 1929 si trasferì in Palestina dove, famoso poeta, fu accolto con tutti gli onori, ma si trovò a declinare l’offerta di un incarico di insegnante di letteratura ebraica in un prestigioso liceo; l’anno seguente si stabilì a Parigi.

Nel 1934 uscì Davanti al Mare, scritto in ebraico, mentre la lingua madre di Vogel era lo yiddish.

La spensieratezza della Costa Azzurra finì con lo scoppio della seconda guerra mondiale e coinvolse direttamente Vogel.

Quando nel 1939 la Francia entrò in guerra, lo scrittore venne arrestato dalla polizia francese come cittadino di un paese nemico: aveva ottenuto la cittadinanza austriaca dopo l’Anschluss dell’Austria alla Germania. Dopo essere rimasto internato in diversi campi del Sud della Francia, dove nel 1944 fu arrestato dai tedeschi che intanto avevano occupato anche la Repubblica di Vichy, fu deportato verso una località sconosciuta, probabilmente nel campo di sterminio di Auschwitz, da cui non fece più ritorno.

Ritorno alla lettura del romanzo di Vogel, mentre alcuni turisti passeggiano con indolenza di fronte al mare. 

Ghina si alzò per andare a fare il bagno: ‘Allora aspettate un istante che mi spogli’. L’Interprete si nascose dietro la barca e l’Arabo lo seguì. Dopo pochi istanti riapparve nudo. Il candore lucente del suo corpo spiccicava fra la gente abbronzata come un’impudica nudità.
La sua protesi era rimasta coi vestiti e il moncherino del braccio era fasciato da un telo. Lasciò cadere a terra il telo, entrò con un balzo nell’acqua e subito s’allungò per nuotare. L’Arabo non si scostava da lui.
‘Insegnami a nuotare a dorso’ disse Ghina a Barth.
Poi aggiunse: ‘Ti sono venuta dietro a nuoto, ma non ho avuto abbastanza forza e sono dovuta tornare. Vai troppo lontano purché non succeda una disgrazia!’.
Cicci nuotò in cerchio intorno a Ghina. Remava con mani e piedi pesantemente e affannosamente, provocando delle onde.
‘Ecco mi guardi! Deve battere le mani e i piedi così. U-no, du-e! U-no, du-e! U-no, du-e! adesso provi’.
Barth stese le braccia sotto il livello dell’acqua e lei si coricò sopra.
Vicino c’era Marcelle che guardava.
‘Non sa nuotare a dorso signora? Ma è molto semplice, ecco!’.
E subito le dimostrò la sua forza sorridendo con una bocca di denti brillanti da topo.
‘Insomma, quand’è che noi due si fa una gara di nuoto, mademoiselle Marcelle?’.
‘Quando vorrà!’.
‘Oggi pomeriggio andrebbe bene?’.
‘Se non vado a Nizza’.
‘Ti piace, la piccola!’ notò Ghina, quando se ne fu andata.
E a Cicci: ‘Signor Cicci, bisogna che per domani mi insegni a nuotare a dorso, ci tengo!’…
“.

E molti ebrei, come Vogel, non riuscirono a vedere il domani.

Questa amara considerazione rievoca un’altra triste pagina della storia di cui il Mediterraneo è stato testimone: è la storia di cinquecento ebrei, provenienti prevalentemente dall’attuale Croazia, che, a bordo del battello fluviale Pentcho, partirono nel maggio 1940 da Bratislava con l’improbabile proposito (o sogno) di raggiungere la Palestina, ma il battello, dopo sei mesi di straziante navigazione, si incagliò nei pressi di Rodi. Gli ebrei fecero naufragio, ma furono salvati da una nave genovese e con questa deportati in campi di concentramento…

L’Interprete e l’Arabo si avvicinarono. L’interprete si abbassò immergendosi fino al mento nell’acqua che in quel punto gli arrivava sino al torace. Restò così per tutto il tempo in cui rimase vicino a loro. Ciononostante, il suo braccio mutilato brillava attraverso l’acqua limpida.
Ghina faceva una battaglia di spruzzi d’acqua con Cicci, mentre Barth dispiegò le braccia come fossero ali e s’inoltrò nel freddo azzurro. Quando tornò, rammentò a Ghina che era tardi e bisognava rientrare per il pranzo. Adesso il sole sostava proprio sopra il loro capo. Sulla strada maestra, un’unica fila di case davanti al mare, come spaccata per il lungo, i riverberi di luce fluttuavano come una lozione arancione, incandescente

Nella mia mente si affollano le immagini del film Shoah di Claude Lanzmann, che, secondo il giudizio di Moni Ovadia, solamente “è riuscito nell’intento di sfiorare il labile confine in cui il reale e il narrare per immagini si incontrano all’infinito come due linee parallele nell’indefinibile tempo delle emozioni che scavano nell’animo umano un solco come la goccia d’acqua persistente scava la pietra. Lanzmann ha scelto la voce e i volti dei testimoni senza alcuna enfasi, senza gli atroci documenti dell’orrore con la consapevolezza che nulla ci racconta l’uomo stesso che si narra: con le sue censure, le dilatazioni, le omissioni, i pudori, le ritrosie, i sorrisi con cui si schermisce, le lacrime che non trattiene malgrado ogni sforzo”.

E mi concedo l’ultimo sorso del caffè amaro, davanti al mare, dove posso ancora vedere che “Barth dispiegò le braccia come fossero ali e s’inoltrò nel freddo azzurro“.

Marsiglia, il gusto della libertà

Ho preso il treno per Marsiglia. Il treno procede veloce, mentre sento, sotto il pavimento, il rumore metallico delle ruote che vorticosamente girano, girano.

Attraversare la Provenza vuol dire colorare gli occhi con l’azzurro di un cielo limpido ed essere accompagnati dal Mediterraneo che segue la ferrovia con il suo blu immenso.

Il treno procede fermandosi in piccole stazioni, dove salgono e scendono mamme con il velo variopinto; bambini che giocano e vociferano; e padri con la carnagione della sabbia arida che inizia laddove finisce il Mediterraneo, e con gli occhi neri come la notte fredda del deserto, e con la voce dalle tonalità delle tradizioni tramandate di generazione in generazione: sono gli immigrati che la Francia ha accolto dalle sue ex colonie.

Il treno riparte strattonando e fa il suo ingresso alla stazione di Saint Charles, olimpicamente illuminata da ampie vetrate che raccolgono le ultime sfumature del cielo provenzale.

Scendo e trovo subito la metropolitana, due fermate per riemergere nella via principale, La Canebière, dove mi accoglie Marsiglia con la sua luce straordinaria e con la sua gente chiassosa.

La Canebière è il viale principale che taglia la città e termina a Port Vieux: è fiancheggiata da ampi marciapiedi con banche e negozi. Oggi è sabato, il giorno deputato allo shopping e allo svago: Marsiglia si riversa qui per adempiere al rituale. Il mio albergo è, secondo le indicazioni scaricate da internet, in una delle strette vie laterali de La Canebière. Giro nella viuzza e mi trovo in un suk arabo! Ci sono donne che indossano il velo, intente a vagliare la merce delle bancarelle disposte a destra e a sinistra.

E in questo gran via vai, trovo l’albergo.

Mi sdraio, indugiando in questo brusio di suoni incomprensibili che provengono da fuori, immaginando il Sahara con le sabbie leggerissime delle sue dune, la luna argentea inchiodata al cielo, specchio dove si riflettono le acque del Mediterraneo…ma è ora di scoprire questa città.

A Marsiglia è sbarcato anche Rayab, protagonista del romanzo All’Est del Mediterraneo, di Abd ar-Rahman Munif, nato in Giordania nel 1933 da padre saudita e da madre irachena. Rayab, dissidente del regime dittatoriale del proprio paese, ad est del Mediterraneo, era stato buttato nelle carceri e aveva subito i più duri trattamenti. Essendo molto ammalato, e ormai sfiancato dalle torture, viene costretto a firmare la propria dichiarazione di colpevolezza e, in virtù di questo atto, gli viene consentito di imbarcarsi sulla nave Akhilleus per venire in Francia, dove sarebbe stato curato adeguatamente.

Ormai sono al porto di Marsiglia, a Port Vieux, dove la nave Akhilleus, dopo aver toccato vari porti del Mediterraneo, ha appena attraccato: Rayab ha visto e ha respirato, finalmente, la libertà tra le brezze del Mediterraneo, mentre la nave scivolava, in fuga, verso un sogno di libertà. “Ondeggia, Akhilleus, oscilla ancora. Trasformati in balena, per emergere all’improvviso e travolgere ogni cosa. E quando attorno a te vedrai galleggiare creature morte, sfigurate, raccoglile una ad una. Poi ingoia quegli esseri smarriti, i ricordi, le debolezze. Mi ascolti, Akhilleus? Ascolta ogni parola, così i rimorsi, le incertezze svaniranno e saprai deciderti. L’Akhilleus, nave greca, attraversa il Mediterraneo. Se la pioggia cessa e il mare continua a essere così calmo, come un uomo imperturbabile, al tramonto saremo al Pireo. Il Pireo, primo frammento di terra greca. Mi fermerò soltanto per lo scalo, non voglio vedere una Grecia torturata. Saluterò i suoi uomini da lontano e continuerò il mio viaggio. Dicono che la libertà si trovi in un’altra terra, più lontana dalla Grecia, dove è possibile vivere senza essere svegliati all’alba dalla voce degli informatori e dal rumore dei loro passi. E io andrò lì“. 

A Port Vieux i traghetti turistici salpano per brevi escursioni verso le isole prospicienti Marsiglia. 

Attendo di imbarcarmi per l’isola di If: qui si erge poderosa e inespugnabile la fortezza-carcere dove fu prigioniero anche il Conte di Montecristo.

La sirena annuncia la partenza, si è alzato il vento e l’odore marino diventa quasi nauseante tanto è forte. Marsiglia si allontana mentre lasciamo Port Vieux, i suoi palazzi si rimpiccioliscono, la musica dei saltimbanchi si perde nel vento, non le parole della Dichiarazione dei diritti umani che Munif cita all’inizio del suo romanzo pubblicato nel 1975: 

Ogni individuo ha diritto alla vita, alla libertà e alla sicurezza della sua persona.

Chiudo gli occhi per abbandonarmi completamente alle brezze provenienti dall’Est del Mediterraneo, che mi raccontano di prigionieri più o meno letterari. “L’Akhilleus, tutto su questa nave mi ricorda quei giorni. Ieri sono sceso nella stiva. C’erano carbone, riserve, e uomini di cui si intravedevano le ombre lungo i corridoi male illuminati. Vedevo me stesso nei loro occhi. Vedevo la rabbia, l’odio, gli insulti. Perché tanto odio, tanto rancore? Mi distesero su una tavola, ero completamente nudo, la faccia rivolta a terra. La mia testa era martellata di botte, non so quante sigarette mi spensero sulla schiena, sulla nuca, nelle orecchie o tra le natiche. All’inizio ridevano e io mi dibattevo e tiravo calci per cercare di liberarmi. Mi mossi due o tre volte, ma alla quarta mi legarono i piedi e cominciarono a gridare: ‘Confessa! Parla, bastardo!’. Ricordo che risposi: ‘Non so niente, non dirò niente, cani!’. Mi frustarono. Mi presero a calci, soprattutto sul viso, mentre la testa mi cadeva da un lato. Uno di loro mi montò sulle spalle, avevo le mani legate sulla schiena. Sentivo le mie ossa scricchiolare, la mia nuca era come spezzata, ridotta in frantumi. Gridai:Non so niente, niente!’“.

Quando apro gli occhi siamo ormai in prossimità di If e già intravedo il piccolo molo, dove sono radunati alcuni turisti in attesa di prendere la coincidenza per ritornare sulla terraferma.

Il nuovo gruppo — per lo più anziani —, appena sbarcato, avanza con lentezza per l’asperità e la ripidità del sentiero. In un momento di pausa, volgo lo sguardo in direzione del molo e balza agli occhi il colore verde-turchese che il Mediterraneo ha assunto in questo angolo di mondo, quasi a voler tranquillizzare i prigionieri che qui venivano per rimanere chiusi a scontare la loro pena.

Raggiungiamo la vetta, dove si erge poderoso e inquietante, minaccioso e ingombrante per le dimensioni rispetto all’isola-scoglio, il carcere.

L’entrata è libera fino alla prima cinta muraria, mentre all’interno c’è un museo che documenta, con un’esposizione permanente di macchine di tortura, le attività della fortezza-carcere nel corso di più di trecento anni di funzionamento. 

Salgo su un bastione da dove si domina una vista mozzafiato: all’orizzonte appare la città di Marsiglia che si adagia, come una donna che si addormenta, lungo la costa, e campanili di chiese, e le barche ormeggiate a Port Vieux.

Su questo bastione, o dalla grata di una cella, i detenuti avevano almeno il sollievo di far spaziare, in lungo e in largo sul Mediterraneo, i loro occhi, inspirando a pieni polmoni aria di libertà, mentre i visitatori di oggi entrano nel museo carcerario a respirare aria di urla taciute negli ultimi trecento anni.

Decido di entrare in un piccolo caffè molto accogliente, perché l’isolotto-scoglio è spazzato dal vento freddo.

Ai muri sono appese alcune fotografie che ritraggono navi e vedute di paesaggi marini. L’orologio a parete è incorniciato entro un timone di legno. Il proprietario è un vecchio molto loquace. Conversiamo per qualche minuto.

Ogni sera, anche lui ritorna a casa nell’entroterra, a Marsiglia; rimane solo il guardiano, che abita in una casa solitaria dall’altra parte dell’isolotto-scoglio: è un uomo solitario, che ha scelto di starsene solo, a vegliare un carcere vuoto, in compagnia di qualche gabbiano e del mare.

Ho di fronte un caffè bollente, nel cui fumo non riesce a dileguarsi il tormento del protagonista del romanzo nel momento in cui non riesce a trovare le parole giuste per scrivere la sua storia di torture all’est del Mediterraneo: “A Marsiglia frequento di solito tre, quattro bar. Ci vado la mattina presto e, dopo aver preso con calma un caffè, comincio a invocare le parole. La prima ha gli occhi da ladro e la seconda un sorriso beffardo. La terza, la quarta e la quinta portano lamenti e sofferenze, parlano della prigione e dei giorni d’inverno.
Poi si interrompono. Sei diventato uno schiavo Ragiab? Su chi vorresti scrivere? E quali parole potrebbero salvare quegli uomini ai quali la prigione ha vietato tutto, perfino di strappare i pacchetti di sigarette in piccoli quadrati e trasformarli in pedine per giocare? Hanno loro proibito tutto, perfino di modellare il pane, con le loro abili mani e pazienti, per giocare a scacchi.
‘Figli di puttana, non lo sapete che è proibito giocare? E inoltre siete dei bari. Non potete fabbricare le pedine con le molliche di pane…’. Poi li bastonavano, li prendevano a calci e gli sputavano addosso. Cosa posso scrivere per salvarli?
I caffè, le donne anziane, gli amanti, i marinai non mi possono dare la tranquillità necessaria per scrivere. Vago da un caffè all’altro e, per strada, penso a quello che devo scrivere. Quali parole potrebbero salvare Amigiad e Ibrahim? A volte sento che alcune parole significative percorrono la mia memoria, come i chiodi nei ferri di cavallo. Così entro in un caffè e, con accanto un bicchiere di vino, spiego i miei fogli come un mendicante. Guardo attraverso i vetri, osservo le facce delle persone, scrivo la prima parola, poi la seconda. Poi una vecchia signora mi guarda scrivere da destra a sinistra. Stupita, continua a guardarmi e, muovendo appena le labbra, commenta qualcosa fra sé e sé. Vorrei dirle che la scrittura è il solo tesoro intatto della nostra cultura. Tutto il resto non ha valore, soprattutto l’uomo, che, nei nostri paesi è al di sotto di ogni cosa. Perfino le cicche di sigaretta valgono di più: ‘Se lei potesse visitare una delle migliaia di celle sparse all’est del Mediterraneo, nei deserti lontani, scoprirebbe quei relitti umani che vivono, ansimanti, in un’attesa senza speranza. E cos’altro ancora? I volti dei carcerieri che scoppiano di salute e di arroganza. Ma non dovrà stupirsi di niente, perché ciò di cui si meraviglia qui, laggiù è una cosa normale’.

Il Mediterraneo solcato dalla nave Akhilleus è la pagina azzurra dove vengono scritte con il sangue le dolorose storie di uomini che navigano alla ricerca della libertà, uno dei grandi ideali della Rivoluzione francese. “Ah, gente di Parigi, se veniste, con le vostre librerie, in questi paesi all’est del Mediterraneo, trascorrereste il resto dei vostri giorni in prigione! Sareste divorati dal rimorso, non sapreste cosa pensare. Dovreste stare attenti, non parlare di partiti politici, ogni più piccola parola è ascoltata, amplificata e considerata una cospirazione, un atto sovversivo. Paghereste il prezzo delle vostre parole rinchiusi per tutta la vita nelle prigioni del deserto. E lì conoscereste la tubercolosi, il tifo, la morte! Ma la Parigi che vedo ora, è stata così da sempre? La Parigi della ghigliottina, della gogna e delle decapitazione sanguinose, la Parigi della Resistenza dei martiri, Parigi ha saputo costruire la sua libertà. Ma io non posso parlare di libertà dopo aver firmato quel maledetto foglio. Non sono degno di parlare della libertà di Parigi, di niente. Se fossi stato un uomo, sarei rimasto laggiù e avrei resistito fino alla morte“. 

Munif, infatti, dopo una brillante carriera facendo affari col petrolio, visse per alcuni anni in Francia per poi trasferirsi a Bagdad, dove è morto nel 2004.

Ma io so che Munif nel 1982 tentò di scrivere un libro a due mani con Giabra Ibrahim Giabra, l’autore di origine palestinese che mi farà compagnia in una successiva tappa del mio viaggio verso il Mediterraneo orientale. Il titolo è significativo: Un mondo senza carte geografiche. Mi piacerebbe leggerlo, ma non esiste, per quanto mi sia dato sapere, una traduzione italiana; perciò lo leggerò scritto con i caratteri spumosi sulla grande pagina del Al-bahr al-abyad, del Mare Bianco, il nome con il quale viene chiamato nella lingua araba il Mediterraneo.

Un mondo senza carte geografiche vuol dire anche un mondo senza confini che spesso la poesia riesce a superare: leggo i versi di Pablo Neruda citati all’inizio di questo romanzo che ripercorre, attraverso l’esperienza di un prigioniero sopravvissuto alle torture di un carcere all’est del Mediterraneo, la testimonianza della sofferenza di migliaia di esseri umani imprigionati nella privazione non solo della loro libertà, ma anche della dignità umana, a nord, a sud, a est, a ovest del Mediterraneo: “Che le mie palpebre si avvicinino a queste tenebre// Fino a conoscerle/ Fino a ferirsi/ E il mio sangue conservi questo sapore/ Che ora mi farà dimenticare“.

E io ho già gli occhi chiusi, mentre a bordo del traghetto di ritorno a Marsiglia solco un mare che non dimentica.

(3 – continua)

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