STORIA/ Helmut Kohl: il genio politico, la fortuna e i limiti del “gigante nero”

- Markus Krienke

Helmut Kohl (1930-2017) colse tra il 1989 e il 1990 la peculiarità del momento storico e divenne l’artefice dell’unità tedesca. Commettendo come tutti anche degli errori. MARKUS KRIENKE

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Helmut Kohl (1930-2017) nei primi anni Ottanta (LaPresse)

Come nessun altro, Helmut Kohl (3 aprile 1930 – 16 giugno 2017) colse tra il 1989 e il 1990 la peculiarità del momento storico e divenne l’artefice dell’unità tedesca, proprio quando le forze politiche sia dall’interno che dall’esterno tendevano verso soluzioni diverse. 

Da un lato, le forze della sinistra e del centrosinistra immaginarono un lungo processo di avvicinamento dei due stati tedeschi, ancora saldamente fermi nella loro divisione. Dall’altro lato, non solo Gorbaciov e Thatcher si mostravano contrari all’unificazione tedesca, ma inizialmente anche il presidente francese Mitterrand. Inoltre, specie per la presenza massiccia di presidii militari sovietici sul suolo della Germania dell’Est, un solo passo falso sulle strade calde del 1989 avrebbe significato una nuova guerra. Nella notte del 10 novembre Gorbaciov contattò Kohl, preoccupato della notifica falsa che la Stasi e il Kgb gli avevano appositamente trasmesso: le masse della Ddr sarebbero state in procinto di aggredire le istituzioni strategiche e militari sovietiche. In tal caso, il presidente dell’Unione Sovietica sarebbe stato costretto a far aprire il fuoco. Anche questa volta l’amicizia e la fiducia incondizionata tra i due riuscì a impedire il peggio. Come ricorda Jacques Delors, nelle vicende tra il 1989 e il 1990 Kohl si dimostrò “in ogni momento e al 100 per cento maestro della situazione”. 

Fu tuttavia solo in George Bush che Kohl trovò sin dall’inizio un partner incondizionatamente aperto al processo di unificazione, a condizione che la nuova Germania divenisse parte della Nato. Con Gorbaciov la musica era cambiata soltanto quando Kohl, tra le lunghe passeggiate nel Caucaso del luglio 1990, gli aveva assicurato aiuti consistenti. A tale incontro si aggiunse anche l’obbligatoria cena a base di “Saumagen” nel novembre dello stesso anno nella patria di Kohl, il Palatinato nel sud-ovest della Germania (“Pfalz”). La richiesta di Mitterrand — anche lui ospite del banchetto — che l’unificazione tedesca potesse avvenire soltanto all’interno di un processo rafforzato e velocizzato di integrazione europea, specialmente quella monetaria le cui basi risalgono al 1988, non costituiva una contraddizione alle sue idee più profonde, anzi Kohl si trovava rispetto a esse in profonda sintonia. Solo alla Thatcher il “Saumagen” non è mai piaciuto. In questo modo, il “gigante nero” — chiamato così dai giornali per la sua statura fisica e la sua saldezza nei valori cristiano-democratici — realizzò a livello di politica estera le visioni cristiano-europeiste di Konrad Adenauer, che quest’ultimo non a caso aveva condiviso con Robert Schuman e Alcide De Gasperi. 

Senz’altro, è notevole che grazie a Kohl le richieste della nuova Germania verso gli alleati mai apparvero né arroganti né di carattere nazionalista. L’amicizia franco-tedesca, insieme all’integrazione europea attraverso l’euro (Maastricht) e l’accordo di Schengen, e la considerazione particolare anche dei membri più piccoli dell’Unione: ecco gli elementi fondamentali della visione europeista di Helmut Kohl. Nel processo di unificazione tedesca, Kohl si dimostrò un vero stratega, ad esempio quando nella prima metà degli anni novanta non cedette alle pretese di solidarietà finanziaria del vecchio sistema della Ddr, come tante istanze politiche (centrosinistra) e mass-mediatiche (Die Zeit) pretesero, trovandosi in sintonia con l’opinione pubblica della Germania dell’Est che era d’accordo a non alimentare ulteriormente un sistema politico ormai tramontato. Nelle prime elezioni libere per i cittadini della Germania dell’Est dopo sei decenni, in cui “per la prima volta le persone nella Ddr si sono costituite come popolo libero” (Lothar De Maizière), il 18 marzo 1990 l’alleanza di Kohl prese 192 mandati (Spd: 88; Liberali: 21), che lo rese “il signore dello scenario europeo” (Gerhard von Glinski).

Consapevolezza storica, radicamento nei valori cristiani della persona, e natura guerriera: questi tre elementi sono stati decisivi per la sua ascesa veloce nella politica e per diventare uno dei personaggi senza i quali l’Europa di oggi non sarebbe tale. Già nel 1976, in occasione delle prime elezioni che lo videro capo del partito nazionale della Cdu, ottenne quasi la maggioranza assoluta, divenendo in Parlamento leader dell’opposizione e attuando una critica forte e duratura nei confronti del cancelliere Helmut Schmidt. Divenuto cancelliere nel 1982 per l’istituto costituzionale della “sfiducia costruttiva”, si fece riaffermare nel 1983 in seguito a elezioni nazionali, dopo le quali affermò che “la domanda del futuro non è quanto più lo stato possa fare per i suoi cittadini, ma come si possono realizzare in modo nuovo la libertà, la dinamica e l’auto-responsabilità”. Riprendendo queste parole, tra il 1989 e il 1990 convinse i capi delle quattro potenze che occupavano la Germania a concordare in favore della riunificazione tedesca, mettendo l’accento sul momento storico di autodeterminazione libera di un popolo. Questa è uno dei diritti politici fondamentali che, come Kohl riuscì a capire, si rendono evidenti in certi momenti storici. Allora è politicamente prudente e conveniente riconoscerli invece che combatterli.

Poco prima, nel 1989 Kohl sventò grazie alla sua natura da “guerriero” una rivolta all’interno del suo partito che lo volle destituire a causa dell’insuccesso e della staticità della sua politica interna. Ma in questo momento furono gli avvenimenti internazionali a salvarlo: l’apertura delle frontiere da parte dell’Ungheria si concretizzò proprio nei giorni decisivi del congresso di partito. Il “Piano di dieci punti”, quale programma per la riunificazione tedesca, fu presentato da Kohl il 28 novembre 1989 senza averne messo al corrente gli altri capi di stato e nemmeno il suo ministro degli Esteri, Hans-Dietrich Genscher. 

Quelle stesse caratteristiche di decisionalità e determinazione furono responsabili anche della parabola discendente del suo potere: da un lato sta la candidatura del 1998, contro ogni ragionevolezza politica, per l’evidente e dichiarato motivo di voler assicurare l’introduzione dell’euro (1999-2002) e di portare a compimento l’unificazione politica dell’Europa; dall’altro lato non si può trascurare la sua crisi politica dovuta alla promessa e alla “parola d’onore” di non svelare i nomi di una serie di donatori di somme consistenti al partito. Entrambi gli episodi gli costarono una memoria gloriosa e senza macchia. Nel 1998 la Cdu ottenne l’esito peggiore da sempre in elezioni federali, e successivamente, dopo lo “scandalo dei donatori” nel 1999 Kohl fu costretto a deporre la presidenza onoraria del partito. E’ stata, infatti, proprio la sua natura guerriera e testarda ad averlo condotto fino in fondo in queste ultime e difficili battaglie, stavolta, però, senza esito lieto: in ogni caso, successivamente avvenne la riconciliazione con la Cdu.

Certamente, Helmut Kohl è stato molto criticato — soprattutto per certe miopie a livello di politica interna e di politica economica: sia a livello nazionale, soprattutto durante la riunificazione (ad es. il cambio da un marco est a un marco ovest a 1:1, oppure il finanziamento dell’unificazione quasi esclusivamente attraverso l’indebitamento pubblico e lo svuotamento delle casse di solidarietà), che anche a livello europeo nell’impostazione del mercato unico e della moneta unica (soprattutto i cosiddetti “criteri di Maastricht”). Ma la sua sensibilità e consapevolezza per una lettura del presente in chiave storica, le sue visioni, e la determinatezza di realizzare le decisioni prese, lo rendono uno dei grandi esempi del mondo politico europeo, che ci aiuta a comprendere la miopia politica sia dei popolarismi attuali, sia di chi vuole uscire dall’euro attraverso la deposizione dei trattati fondamentali dell’Ue, invece di procedere sulla strada delle riforme e di una maggiore integrazione europea. Anzi, la “lezione Kohl” afferma la grande irresponsabilità davanti alla storia e ai valori europei di chiunque spinga in questa direzione. 

Kohl chiederebbe all’Europa oggi non di distruggere in fretta ciò che la storia ha costruito, ma forse semplicemente di aspettare, di saper ascoltare: “Non si può creare qualcosa da soli, si può soltanto aspettare, fino a quando si sente il passo di Dio attraverso gli avvenimenti. Poi si deve saltare fuori e aggrapparsi alla punta del suo mantello” (parole di Kohl a Gorbaciov il 15 luglio 1990). Questi avvenimenti quali potrebbero essere oggi? La sfida dell’immigrazione, la politica di Trump, la nuova situazione geopolitica globale, la crisi dell’Ucraina, solo per menzionarne alcune.

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