IL CASO/ Dossier Mitrokhin e politica, quando i pm difendono la libertà di ricerca

La Corte d’appello di Bologna ha assolto Salvatore Sechi da un’accusa e da un tentativo rivolto a limitare fortemente la libertà di critica e di ricerca. MAX FERRARIO

22.01.2018 - Max Ferrario
comunismo_stalin_unita_pci_lapresse_1953
L'Unità del 6 marzo 1953 (LaPresse)

Il primo dicembre scorso la Corte d’Appello di Bologna ha assolto con la formula più ampia (“perché il fatto non sussiste”) il prof. Salvatore Sechi, collaboratore del sussidiario (le motivzioni sono state comunicate un paio di giorni fa).

L’ex capogruppo dei diessini (ora aderente ai Liberi e uguali di Pietro Grasso) nella Commissione parlamentare d’inchiesta sul dossier Mitrokhin, Valter Bielli (difeso dall’ex pm bolognese avvocato Libero Mancuso), insieme al giudice Alessandro Mancini, aveva accusato Sechi di averlo diffamato. In due suoi articoli sui quotidiani L’Opinione (28 novembre 2006) e sul Corriere della Sera (29 novembre 2006) Sechi lo avrebbe presentato come sodale del servizio segreto sovietico, il Kgb. Si tratta di un’accusa che Sechi ha sempre negato. 

La sua assoluzione è una buona notizia anche per i giornalisti e più in generale per il mondo dei ricercatori e degli studiosi. Fare informazione, magari traendola dai risultati degli studi di docenti universitari e semplici cittadini che  consultano archivi e rinvengono documenti interessanti, nel nostro paese è diventato sempre più difficile. E comunque comporta un rischio non solo in termini penali. Bisogna infatti tenere conto anche delle spese, per non parlare del grande stress e della perdita di tempo per l’estrema lunghezza dei processi. 

Ma la notizia dell’assoluzione di Sechi non si è ancora asciugata che dobbiamo segnalarne un’altra. A Pescara, alla fine di un dibattito per la presentazione del libro di Elena Aga Rossi (Cefalonia. La resistenza, l’eccidio, il mito, il Mulino, Bologna 2016) a finire sotto inchiesta giudiziaria sono stati uno dei giornalisti più noti e potenti, Paolo Mieli, e un cronista del Corriere, Giovanni Morandi. Avrebbero contribuito alla de-mistificazione della tragedia che si consumò a Cefalonia. Nel 1943 la divisione Acqui, col suo comandante Antonio Gandin, fu decimata orrendamente dall’esercito tedesco per non essersi arresa e non aver collaborato con essi. Molto opinabile è stata invece la storia che ha raccontato, e fatto diffondere per decenni, il gen. Apollonio, come ha dimostrato Elena Aga Rossi.

Una vicenda dello stesso tipo è avvenuta qualche tempo fa tra l’ex ministro Francesco Storace e un gruppo di intellettuali di destra legati a Gianfranco Fini. 

A sinistra come a destra, dunque, l’obiettivo sembra essere quello di rendere sempre più difficili, se non impossibili, inchieste, studi e ricerche su eventi cruciali della nostra storia più recente.

L’aria si sta facendo pesante perché chi usa l’arma della querela non intende demordere. Infatti nel caso di Sechi l’assoluzione ha avuto luogo in Corte d’Appello di Bologna. I magistrati (presidente Luca Ghedini, consiglieri Sergio Affronte e Giuliana Mori, procuratore generale Gianluca Chiapponi) hanno ribadito il giudizio emesso il 30 marzo 2012, cioè circa 5 anni prima, dal Tribunale monocratico di Forlì guidato da Massimo De Paoli.

Dunque, si è voluto  proseguire nella  kermesse (se così possiamo chiamarla) trasferendola dal primo al secondo grado di giudizio. Nel caso specifico del nostro collaboratore la materia del contendere  ha due aspetti.

La prima riguarda la mancata candidatura per un terzo mandato parlamentare (dopo 12 anni) del Bielli. Secondo l’accusa, l’articolo del prof. Sechi sul Kgb avrebbe indotto la federazione diessina di Forlì e il segretario Piero Fassino a non ripresentarlo.

In realtà, l’on. Bielli dieci mesi prima che L’Opinione e il Corriere della Sera pubblicassero l’articolo di Sechi aveva annunciato spontaneamente ad un quotidiano locale, Romagna oggi, che non intendeva candidarsi. L’accusa mossa al nostro collaboratore non aveva dunque nessun fondamento nella realtà.

Il secondo aspetto è di natura storico-politica. Sechi è stato consulente della Commissione sul dossier Mitrokhin presieduta dal sen. Paolo Guzzanti, che lo ha nominato col consenso dei rappresentanti di tutti i partiti per i suoi studi sul comunismo e la sua attività di docente universitario.

Durante il lavoro svolto per conto della Commissione si è occupato della penetrazione del contro-spionaggio sovietico nelle istituzioni, nell’economia, nelle forze armate e in seno agli stessi partiti (compreso il Pci).Contestualmente i suoi interessi sono stati rivolti alla formazione, per un certo periodo di tempo durante la guerra fredda, di una struttura para-militare tra i comunisti italiani. “Non ho mai considerato il Bielli una spia del Kgb — ha detto Sechi —. E credo che il Kgb non abbia mai mostrato interesse né a reclutarlo e neanche a contattarlo. Pertanto non ho mai avuto rapporti con lui. Né di lavoro (non è uno studioso) e neanche per prendere un caffè. L’accusa che mi ha mosso è stata puramente pretestuosa. Ma su di me e sulla mia famiglia ha avuto pesanti conseguenze. L’abbiamo vissuto come una sorta di avvertimento”.

Chi vive di stipendio o di pensione non può far fronte sorridendo allo stress che comporta la richiesta, fatta dal Bielli (titolare di un vitalizio di circa 4.500 euro per 12 anni di mandato parlamentare), di un risarcimento di oltre 150mila euro. Al pari di Sechi, la maggior parte degli studiosi del comunismo non sono in grado di correre il pericolo di soccombere in un processo che abbia questa pesante posta in gioco. Per questa ragione l’insistente tentativo dell’on. Bielli di far condannare da due tribunali lo studioso bolognese equivale ad una minaccia all’esercizio non solo del diritto di critica, ma alla stessa libertà di ricerca.

Proprio su questi due elementi hanno insistito i difensori di Sechi (Marco Zanotti e Massimo Donini, professori di diritto penale nelle università di Bologna e di Modena). 

Sono valori della cultura e della civiltà liberale. Uno dei maggiori rappresentanti dell’illuminismo francese Jean-Baptiste Le Rond (detto d’Alembert) fin dal Settecento ha identificato il ruolo dell’intellettuale nella critica del potere, di tutti i poteri. Fa ben sperare anche ai giornalisti che la loro salvaguardia abbia trovato accoglimento nella sentenza emessa dal presidente del Tribunale bolognese Luca Ghedini.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori