LETTURE/ Da Atene al vangelo di Giovanni, così Dio ha avuto bisogno degli uomini

Gli antichi Greci per primi hanno percepito cosa rende l’essere umano unico nel mondo, perché capace di comunicare e ragionare. Il cristianesimo ha compiuto questo sforzo. GIULIA REGOLIOSI

27.03.2018 - Giulia Regoliosi
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Michelangelo, creazione di Adamo, Giudizio universale (1511)

I Greci hanno individuato due aspetti dell’umano che rendono l’uomo straordinario, più di ogni altro essere animato. Il primo di questi aspetti è il logos, la ragione che si comunica, si rende parola. La più compiuta individuazione del logos come peculiare dell’uomo si trova in un passo della Politica di Aristotele: “L’uomo, unico fra gli esseri viventi, ha il logos; ora, la voce esprime il doloroso e il piacevole, e per questo ce l’hanno anche gli altri esseri, la cui natura giunge fino al punto di avere sensazione del dolore e del piacere e di segnalarselo reciprocamente; ma il logos serve a mostrare l’utile e il dannoso, quindi anche il giusto e l’ingiusto; questo infatti rispetto agli altri esseri è proprio dell’uomo, percepire il buono e il cattivo e il giusto e l’ingiusto e quant’altro; e la comunanza di questi crea la famiglia e la città”. 

Aristotele insiste sull’aspetto comunicativo del logos, cioè sulla sua valenza politica: la società umana, piccola o grande, si fonda su criteri che devono poter essere messi in comune perché siano condivisi e accettati da tutti i suoi membri. Ma prima di questa condivisione bisogna che vi sia un giudizio: la ragione valuta e critica, coglie le differenze, poi le esprime con la parola. Pertanto molta parte della cultura greca si basa sulla parola: in politica, soprattutto ad Atene dove chiunque poteva parlare in assemblea e fare proposte; nell’ambito giudiziario, dove ogni cittadino poteva accusare o difendersi; nel teatro, dove al poeta tragico o comico viene chiesto di essere maestro della città attraverso le opere recitate sulla scena; nelle scuole filosofiche basate sull’ascolto e sul dialogo; nelle conversazioni fatte in piazza, l’agorà da cui proviene uno dei verbi del dire, agoréuo, “parlo in pubblico”.

Ma come ogni aspetto dell’umano, anche il logos è rischioso, sia come ragione, soggetta a decadere in un razionalismo che mette in crisi tradizioni e fedi, sia come parola, che può essere usata per ingannare e frodare. Il commediografo Aristofane introduce nelle Nuvole un dibattito fra due personaggi simbolici, il Logos giusto e il Logos ingiusto, che si contendono l’educazione del giovane Fidippide: finisce per prevalere l’ingiusto, promettendo di insegnargli un modo di argomentare con cui potrà avere la meglio nei processi e sui creditori.

Tale ambiguità ci porta all’altro aspetto dell’umano, la sophìa, l’intelligenza che opera. E’ propria di inventori e scopritori: nel mito è tipica di Palamede, l’inventore superiore a Odisseo in sophìa, come lo chiama Pindaro, tanto da essere oggetto di gelosia da parte dell’eroe di Itaca; definisce le più grandi scoperte, come il numero, eccellente fra i ritrovati della sophìa, secondo le parole di Eschilo; è caratteristica dei poeti e degli artisti come dei maghi, gli uni e gli altri capaci di modificare la realtà; è dote di politici e oratori, in grado di persuadere e di influire su opinioni e umori. Ma proprio questa capacità di comprendere la complessità del reale e di entrarvi per cambiarlo ha in sé un pericolo, già intuito dai Greci: lo stesso termine sophìa, come l’aggettivo sophòs e sostantivi e verbi derivati, comporta accezioni differenti a seconda dei contesti, o si carica di precisazioni. Due frasi di poeti esemplificano tale visione positiva e negativa insieme della sophìa: Sofocle, alla fine del grandioso elogio dell’uomo che costituisce un brano corale dell’Antigone, così si esprime: “(L’uomo), che possiede oltre ogni attesa come aspetto della sophìa l’ingegnosità artistica, ora va verso il bene ora verso il male”; ed Euripide nelle Baccanti usa arditamente parole corradicali contrapponendole: “non è sophìa ciò che è sophòs e pensa in modo non adatto ai mortali”.

Eppure questo continuo richiamarsi al senso del limite, all’uso moderato delle qualità umane, tipico dei Greci in tutta la loro storia e presente come impegno in ogni riflessione educativa,  non impedisce di amare tali qualità, di considerarle come aspetti speciali di quell’essere, quel microcosmo, che è l’uomo nel più grande cosmos. Non a caso, quando la civiltà ebraico-cristiana ha iniziato a parlare greco, ha scelto queste due parole per l’annuncio di Dio. Uno degli ultimi libri dell’Antico Testamento, scritto in lingua greca, ha come titolo e come tema la Sophìa, tradotta nella Vulgata latina con la parola Sapientia, in assenza di un termine del lessico latino che avesse tutta la pregnanza dell’originale. Il testo sacro tende a presentare la Sophìa non solo come una qualità pur grande, ma come una manifestazione di Dio, in un’epoca che si avviava alla piena comprensione del mistero trinitario: “La Sophìa è più mobile di ogni moto e per la sua purezza attraversa e penetra ogni cosa. E’ infatti un’emanazione della potenza divina e un’irradiazione tutta pura della gloria di Dio: per questo nulla di macchiato può insinuarsi in lei. Infatti è uno splendido riverbero della luce eterna, specchio puro dell’attività di Dio, immagine della Sua bontà. Sebbene sia unica, può tutto, pur rimanendo in se stessa rinnova ogni cosa”. 

E San Giovanni nel prologo del suo Vangelo utilizza per indicare la seconda persona della Trinità il termine Logos, tradotto con Verbum nella Vulgata senza poter conservare tutta la ricchezza di senso dell’originale: il pensiero/parola che da sempre era presso Dio, che era Dio, e attraverso il quale è stato creato “tutto ciò che esiste”.

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