LETTURE/ “Placuit Deo”, attenti a quelle due eresie che non muoiono mai…

La Lettera “Placuit Deo”, pubblicata dalla congregazione per la Dottrina della fede, mette in guardia vescovi e fedeli da due eresie sempre vive, pelagianesimo e gnosticismo. MONICA MONDO

07.03.2018 - Monica Mondo
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Andrej Rublëv, Cristo Salvatore (XIV sec.)

E’ un giorno qualunque, tra neve e pioggia e la primavera che appare lontana. Mentre lavori butti l’occhio alle news e appare, tra le ultime, una notizia dal Vaticano: la Congregazione per la Dottrina della fede scrive una lettera ai vescovi della Chiesa cattolica su alcuni aspetti della salvezza cristiana. Non sei un vescovo, il titolo Placuit deo fa subodorare sforzi di traduzione e interpretazione, e poi della dottrina interessa ancora a qualcuno? Tra i cristiani, dico? Parole parole parole, parole tra noi, e i “noi” sono sempre meno. Ma se appartieni alla Chiesa tocca pur leggerla, una lettera approvata dal Papa. E ti appare subito come un faro, nelle nebbie in cui troppo spesso fatichi a districarti, una boccata d’aria, un orizzonte dopo un sentiero tortuoso, in salita, nel bosco più fitto. 

Non l’aspettavi, uno scritto così, proprio adesso. Ti spiega, con semplicità, nonostante la pregnanza e l’ufficialità del testo, quel che puoi toccare con mano: che oggi anche tra i cristiani le trasformazioni culturali incidono e spingono all’individualismo, oppure alla visione di una salvezza puramente interiore. Ma la sapienza della Chiesa ha memoria, e ricorda subito che si tratta di due tentazioni antiche, e qui saltano fuori i nomi trascurati di pelagianesimo e gnosticismo. Due eresie, di altri tempi e luoghi, forse riesumati in qualche seminario o corso di filosofia (difficile) eppure non così lontani dal nostro sentire. L’individuo “radicalmente autonomo, pretende di salvare se stesso” con le sue opere, con le strutture che mette in piedi. E poi c’è chi pensa di “elevarsi con l’intelletto al di là dell’incarnazione di Cristo, verso i misteri della divinità ignota”. In un caso, io faccio, e penso di salvarmi da me; nell’altro la tensione è a liberarsi dei legami, degli impedimenti materiali a indiarsi, a raggiungere la beatitudine puramente personale. 

Poi la Lettera ricorda il cuore della fede cristiana, con quella memorabile e definitiva chiosa che papa Francesco riprende da papa Benedetto: “All’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva”. Un Dio fattosi uomo si è reso incontrabile, ha condiviso tutto di noi, pane, vino, pesci, materia, dolore, pietà, gioia, e ci ha indicato, per salvarci, una vita di comunità, non individuale, ma di Chiesa. E nella Chiesa tutto è compreso, con uno sguardo positivo sull’uomo, sulla realtà.

Si dirà, che c’è di nuovo? Grazie a Dio nulla, ma nulla è più nuovo del mistero della fede, nulla più inedito della verità rivelata, quando ci si è adagiati a dimenticarla. Fa effetto, un testo così autorevole, quando solo ieri parlavi con un sacerdote di lunga esperienza che provava a spiegarti che “ognuno si sceglie il suo Dio, Dio è secondo l’immagine che ne abbiamo”. Fa colpo, per tutti noi che ci arrabattiamo a sentirci più santi perché capaci di generose opere di carità, o che ci sentiamo migliori perché capaci di isolarci dal mondo, e cercare in un Dio sulle nubi la forza interiore per elevarci da terra. Poi, nel foglietto che distribuiscono alla Messa domenicale, leggi con attenzione l’inizio della seconda lettura, primo capitolo della lettera di san Paolo ai Corinti: “Fratelli, mentre i Giudei chiedono segni e i Greci cercano sapienza…”. I segni, la sapienza: la pretesa nell’uno e nell’altro caso di trovare noi la via, la riduzione di un fatto, caratteristica di ogni eresia. E continua: “Noi invece annunciamo Cristo crocifisso: scandalo per i Giudei e stoltezza per i pagani”. Un avvenimento, in un luogo e in un giorno della storia, perché è stato detto “Io sono con voi tutti i giorni”.

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