CARAVAGGIO/ “Natività” rubata nel ’69 a Palermo, la verità scomoda dei pentiti di mafia

- Michele Cuppone

Nuove informazioni provenienti dai collaboratori di giustizia e contenute nei documenti della Commissione antimafia svelano la sorte di un famoso quadro di Caravaggio. MICHELE CUPPONE

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Caravaggio, "Natività", già Palermo, oratorio di San Lorenzo, 1600 (rubata nel 1969)

Della Natività del Caravaggio già nell’oratorio di San Lorenzo a Palermo, molto si è detto e scritto dopo il furto avvenuto nella piovosa notte tra venerdì 17 e sabato 18 ottobre 1969. Giornalisti, scrittori, storici dell’arte, pentiti di mafia … ognuno ha fornito una versione dei fatti, tra semplici ipotesi e menzogne gratuite, se non depistaggi.

La verità su quel che accadde realmente, in relazione in particolare al movente del crimine (oramai prescritto), spunta fuori solo oggi, dopo quasi mezzo secolo. E questo grazie a indagini cui nuovo impulso è stato dato dalla Commissione parlamentare antimafia della trascorsa XVII legislatura, che ha appena rilasciato la relazione conclusiva delle sue attività. In tale occasione, si è convenuto di stralciare alcuni argomenti come l’uccisione di Mico Geraci, la morte di Attilio Manca e appunto il furto della Natività del Caravaggio, per farne oggetto di tre specifiche relazioni a parte (per quest’ultimo, il Doc. XXIII, n. 44). Quanto si pubblica di seguito integra attraverso fonti dirette la documentazione ufficiale, contenente stralci di interrogatori.

La svolta sul Caravaggio si deve principalmente alle confessioni incrociate e convergenti dei pentiti Gaetano Grado e Francesco Marino Mannoia, il secondo dei quali ha peraltro ritrattato quanto dichiarato in seno al processo Andreotti, quando testimoniò di aver rubato e poi bruciato egli stesso la tela oramai invendibile, per i danni subiti nel corso del maldestro furto. Ma la ricostruzione dei fatti si deve in gran parte a Grado, all’epoca latitante ma che di fatto circolava tranquillamente nel centro di Palermo che, per di più, sovrintendeva.

Si apprende così che tutto nacque da quattro ladruncoli, ultimamente identificati e interrogati. Con estrema facilità essi si impossessarono del quadro, allora custodito, si fa per dire, da sistemi di sicurezza obsoleti e senza un allarme. Caricato su un Fiat 642, fu portato in una fabbrica di ghiaccio in disuso. Mannoia stesso, pur non partecipando alla sottrazione materiale a opera dei quattro (“quella sera — racconta — ero con una ragazza”), fu coinvolto nell’organizzazione del furto, facendo una prima ricognizione in oratorio. E all’indomani della sparizione del Caravaggio se ne tentò già la vendita con un potenziale acquirente che tuttavia, sgomentato anche per aver constatato alcuni danni, andò via adirato contro gli sprovveduti membri della gang.

È dal lunedì 20 ottobre che entra in gioco Cosa nostra, quando leggendo la notizia sulla stampa viene a conoscenza del valore incommensurabile dell’opera, da qualcuno stimata in oltre un miliardo di lire. Ed è amaro constatare che, nonostante posti di blocco e l’intensificarsi delle ricerche, la mafia arrivò dove lo Stato non riuscì; in soli cinque giorni dal furto, essa raggiunse e si fece cedere il dipinto dalla piccola banda di criminali — sfrontati al punto da chiedere una sorta di riconoscimento, che pure ottennero (“4 o 5 milioni”, mentre alcuni di loro entrarono poi nelle stesse fila della mafia). Chi entrò in possesso de “’U Caravaggiu”, come da lui sbrigativamente nominato, fu Gaetano Badalamenti, tristemente noto peraltro come mandante dell’assassinio di Peppino Impastato e a quel tempo rappresentante di tutte le famiglie mafiose siciliane. Egli, totalmente disinteressato all’aspetto estetico del capolavoro, vi guardò come una mera fonte di guadagno alla stregua di una partita di droga o di sigarette di contrabbando. Chiese di procurarselo a Grado, il quale si rivolse alla sua rete di contatti malavitosi, con un coinvolgimento di Stefano Bontade. Raggiunta l’ambita preda, vi furono alcuni passaggi da un nascondiglio palermitano all’altro, dalla vecchia ghiacciaia a una casa diroccata in un quartiere malfamato, a una cava in una grotta di San Ciro Maredolce, fino a Cinisi.

Nel frattempo partono le negoziazioni con un anziano trafficante di opere d’arte venuto in Sicilia dalla Svizzera, probabilmente da Lugano. Questi, una volta a destinazione e messosi a sedere, “non faceva altro che guardare il quadro, e piangere. E Gaetano Badalamenti lo sfotteva. […] Piangeva, piangeva… Gaetano Badalamenti l’ha preso per stupido”. A ogni modo il dipinto prese la via degli stessi traffici illeciti diretti verso la Confederazione elvetica, caricato su un camion “di quelli per la frutta”. Partito intero nei primi mesi del 1970, con una possibile sosta a Milano, venne poi forse frazionato oltralpe in più parti (si dice, dalle quattro alle otto), in modo da massimizzare i profitti e mimetizzarne la provenienza furtiva. Badalamenti, dal canto suo, ricevette diversi milioni di franchi svizzeri, di cui per riconoscenza ne offrì 50mila a Grado, che nulla aveva chiesto a riguardo.

Questo, in sostanza, quanto si apprende oggi dalla Commissione antimafia e che sgombra il campo da vecchie illazioni, come quella secondo cui il quadro veniva esposto come stendardo nelle riunioni della cupola. In merito, Mannoia afferma “Tutte queste buffonate. Non esistono queste cose! Cosa nostra è una delle organizzazioni più serie che esistano sul pianeta!”.

A ogni modo ricerche negli ultimi tempi sono state fatte anche sul fronte storico-artistico. Si è scoperta ad esempio l’esistenza di una copia appartenuta al gerarca fascista Luigi Federzoni ma, ironia della sorte, dispersa anch’essa a seguito di ruberie durante la seconda guerra mondiale. Tuttavia la vera sorpresa, nuovi documenti alla mano, riguarda la genesi del dipinto caravaggesco: non fu realizzato, come si pensava, durante gli ultimi tormentati anni dell’artista, ma a Roma nel 1600 e poi spedito in Sicilia. Tanto che chi vorrà contentarsi di rivedere in qualche modo il bel volto della Madonna palermitana può recarsi presso Palazzo Barberini, davanti alla Giuditta e Oloferne (eseguita due anni più avanti, nel 1602): la modella, è la stessa fanciulla.

Che fine ha fatto la Natività, ovvero i brani in cui sarebbe stata suddivisa? Pur tenendo secretate molte delle informazioni utili alla prosecuzione delle ricerche, per Nicola Candido comandante del reparto operativo Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale, sarebbe stata “commercializzata forse anche in Giappone … Paesi dell’Est asiatico”. Le indagini e gli sforzi per risolvere il caso, ricostruiti ora i passaggi nei soli primi sei mesi dall’ottobre 1969, se possibile si complicano ancora di più.

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