LETTURE/ L’infanzia, un pozzo aperto sull’infinito

- Carlo Bortolozzo

La bellezza dell’infanzia e la sua domanda di felicità sono state raccontate anche dai grandi della letteratura, da Leopardi a Pascoli a tanti altri. CARLO BORTOLOZZO

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Cesare Pavese (1908-1950) (LaPresse)

Che paese meraviglioso può essere l’infanzia, e quale privilegio è abitare nella sua memoria! Da adulti, quasi mai ci rendiamo conto dell’immenso magazzino di immagini custodite o sepolte negli anni infantili, matrice di tanti nostri pensieri e azioni che ci accompagneranno nella vita futura. Di che cosa mai parleranno quei due bambini sulla riva del mare o di fronte al cielo infinito, sorpresi dal nostro sguardo? Non eravamo così forse anche noi, non abbiamo contemplato lo stesso paesaggio, vivendo le stesse emozioni? 

“The Child is the father of the Man”, scriveva Wordsworth, augurandosi di provare anche da vecchio la stessa emozione del bambino davanti a un arcobaleno. Poeti, scrittori e artisti non fanno altro che esplorare questo mondo incantato: essi come i bambini intuiscono, perché lo provano, che l’essere umano è relazione con l’infinito. Nella nostra letteratura, ci sovvengono per primi i nomi cari di Leopardi, Pavese e Pascoli. Per il Recanatese, gli antichi erano caratterizzati dal dono della fantasia e dell’immaginazione, i moderni invece dal prevalere della “filosofia”, cioè della coscienza dell’infelicità del mondo; “così si può ben dire che in rigor di termini, poeti non erano se non gli antichi, e non sono ora se non i fanciulli o giovanetti”; la loro età “tien sempre all’infinito” e proprio “l’emozione infinita” caratterizza la poesia: quando cresciamo, le immagini e le sensazioni indefinite che proviamo derivano dalla fanciullezza, “così che la sensazione presente non deriva immediatamente dalle cose, non è un’immagine degli oggetti, ma della immagine fanciullesca; una ricordanza, una ripetizione, una ripercussione o riflesso della immagine antica”. 

Per questo, ogni visione è sempre in qualche modo “doppia”, in quanto richiama sensazioni già vissute. Saranno quelle immagini primordiali che in Pavese costituiranno la materia del mito. Per recuperare quelle emozioni primarie, indicibili, senza parola (è questa l’etimologia della parola in-fans), “non resta, agli artisti, che rivolgersi all’epoca in cui non erano ancora artisti, e questa è l’infanzia”, afferma nel Mestiere di vivere. 

Pascoli, nella celebre prosa Il fanciullino, ha fatto di queste riflessioni il fondamento della sua poetica. Una disposizione infantile alla meraviglia vive sempre dentro di noi, a richiamarci le verità eterne della vita. Dice, rivolto al bambino che è in noi: “Tu sei il fanciullo eterno, che vede tutto con meraviglia, tutto come per la prima volta (.. ) il mondo nasce per ognun che nasce al mondo. E in ciò è il mistero della tua essenza e della tua funzione. Tu sei antichissimo, o fanciullo”. In-fanzia e in-finito, quindi: una negazione per esprimere una positività, una ricerca inesauribile, che parte dalle nostre radici per inoltrarci verso l’assoluto, sospinti dalla percezione e dall’accettazione di un limite: è questa la “svolta dell’idillio” in Leopardi, come la definisce Luigi Blasucci, soprattutto a partire dal testo fondativo L’infinito. 

Le “opere di genio”, afferma il poeta nello Zibaldone, “raccendono l’entusiasmo”. A Blasucci appare questo l’effetto dell’intera poesia leopardiana, “la carica di vitalità ch’essa riesce a trasmettere anche nelle sue formulazioni più negative”, scrive il critico, ricordando il celebre giudizio del De Sanctis. Il senso dell’esperienza si coglie esplorando le profondità del nostro passato, in un viaggio infinito verso le origini, quello che Ungaretti chiamava il “porto sepolto”, per cui, come ha ben visto Carlo Ossola, la ricerca dell’interno converge con quella verso il misterioso oltre

“Profondo è il pozzo del passato. Non dovremmo dirlo insondabile? Insondabile anche, e forse allora più che mai, quando si parla e si discute del passato dell’uomo: di questo essere enigmatico che racchiude in sé la nostra esistenza per natura gioconda ma oltre natura misera e dolorosa. È ben comprensibile che il suo mistero formi l’alfa e l’omega di tutti i nostri discorsi e di tutte le nostre domande, dia fuoco e tensione a ogni nostra parola, urgenza a ogni nostro problema”. 

Sono le parole, celebri, con cui Thomas Mann inizia la sua quadrilogia Giuseppe e i suoi fratelli, le quali potrebbero fungere da epigrafe al bel libro di Magda Szabó, Il vecchio pozzo, recentemente riedito da Einaudi. Nota, anche in Italia, soprattutto per il romanzo La porta, la scrittrice ungherese (1917-2007) in questo romanzo autobiografico scritto nel 1970 rievoca la sua infanzia con parole indimenticabili. “Vicino al portone di casa nostra, appena si entrava nel cortile, in un angolo c’era un cumulo di sassolini scintillanti. Se pioveva, lo scroscio della grondaia tergeva e rimescolava quei piccoli ciottoli tondi e lucidi. Mi avevano detto di non giocarci, ma faticavo a rispettare il veto perché amavo tutti i sassolini, e tutte le pozzanghere. I miei occhi infantili vedevano in quella ghiaia levigata e variopinta un tesoretto di pietre preziose; e le pozzanghere erano l’infinito, cieli d’acqua nell’acqua, nuvole che riflettevano altre nuvole, la casa, io, tutto era vero e nello stesso tempo non era vero”. 

Magda Szabó ricorda con lieto e vigile abbandono il paradiso perduto della sua infanzia, in cui i genitori costruiscono per lei un mondo fantastico, popolato di letture affascinanti, avventure fiabesche, invenzioni mirabolanti, giochi inesauribili: “casa nostra era un continuo giocare e recitare, apparenza e realtà si amalgamavano insieme, gli spettacoli che vedevamo a teatro costituivano la naturale continuazione di una inesauribile meraviglia domestica”. La bambina cresce nell’atmosfera incantata di un “mondo semplice, gioioso, rassicurante”; per quanto vivessero in una situazione non facile, l’Ungheria degli anni Venti e Trenta, a differenza di altre famiglie, in casa loro nessuno si lamentava, “anzi, si rideva di continuo”. I genitori assecondano la naturale disposizione della bambina, incline alla fantasia e alla creatività. Da qui la sua riconoscenza: “Ebbi subito chiaro, fin da piccolissima, che i miei genitori mi stavano regalando un’infanzia straordinaria, ben più felice degli altri bambini, mi stavano offrendo grande ricchezza umana e culturale – anche estetica, avrei detto, se avessi conosciuto questa parola”. Colma di “immensa gratitudine per i genitori per l’opportunità di vivere che mi avevano regalato”, la protagonista esprime nel modo più immediato la sua gioia: “ero felice di essere nata, ogni mattina mi svegliavo entusiasta al pensiero di trovarmi di fronte a una nuova giornata ricca di novità, e specialmente di gioia”. 

In un contesto familiare così propizio, si sviluppa in lei la scoperta dell’espressione poetica, sulla scia della lettura di una ballata di Arany. La scoperta delle parole è insieme la scoperta di un mondo: la possibilità di esprimere le proprie emozioni. “Piangevo di gioia, felice per la bellezza scoperta, capivo che le parole avevano un valore, che usandole così si potevano dire certe cose, e che le parole di un libro esprimevano anche l’inesprimibile”. Il fenomeno della creazione artistica viene descritto con precisione: la giovanissima lettrice intuisce che lo scrittore “si strazia fin nelle ossa ” per distillare “il meglio della sua anima”; ma prima di tutto attesta che per lei “leggere poesie era felicità”; “non capivo ciò che accadeva nella poesia, ma ero così schiava dei versi in modo totale, da non voler nemmeno sapere cosa mi soggiogava”. 

Chi ama davvero diventa esigente: la giovane (ma è chiaro che qui si sovrappone il giudizio della scrittrice adulta) formula con chiarezza il suo credo estetico: “è impossibile analizzare un’opera d’arte nel minimo dettaglio; appena si cerca di dissezionarla la si fa morire. Occorre spingersi fino a un certo punto in cui si è complici e al tempo stesso vittime dell’artista, crollare ai suoi piedi vinti dai suoi colpi, lasciarsi uccidere dall’emozione di un’esperienza senza cercare di conoscere l’arma che è stata usata”. 

Con le parole inequivocabili dell’artista, Magda Szabó pronuncia il suo inappellabile giudizio sulle derive iperanalitiche della critica letteraria attuale, ma anche della didattica, trovando magnifica consonanza con le autorevoli voci di George Steiner e Tzvetan Todorov.

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