DA HAITI/ “Le gang non vogliono più il premier: c’è un rischio escalation, serve un’iniziativa Usa”

- int. Flavia Maurello

Il centro di Port-au-Prince controllato dalle bande, il primo ministro che non rientra: Haiti è allo sbando. E per ora non si vede un'alternativa. Si rischia la somalizzazione

haiti 1 ansa1280 640x300 Ad Haiti (Ansa)

Bande criminali che controllano il centro della capitale, Port-au-Prince, dopo aver preso d’assalto le carceri e liberato 4mila detenuti. Il primo ministro, Ariel Henry, al quale viene impedito di rientrare nel Paese dopo il viaggio in Kenya per firmare un accordo relativo a una missione multinazionale per la sicurezza, che dovrebbe mettere a disposizione un migliaio di soldati. Haiti è allo sbando, con un primo ministro considerato illegittimo dagli oppositori (e che Biden ha invitato a dimettersi) e ancora nessuna alternativa politica concreta da poter proporre come soluzione. Le bande, spiega Flavia Maurello, responsabile Paese di AVSI per Haiti, non hanno niente a che vedere con le milizie protagoniste di colpi di Stato in altre nazioni, né le capacità politiche di gestire il potere. Se non cambiasse la situazione, tuttavia, le gang potrebbero prendere sempre più piede: già ora girano armate a Port-au-Prince, dove diversi negozi sono stati saccheggiati.

Come si è arrivati alla situazione attuale dopo l’assalto alle carceri per liberare i detenuti? Cosa l’ha scatenata?

La situazione è molto grave e a tratti surreale. Il primo ministro ha annunciato la data delle elezioni nel 2025 mentre era in viaggio in Kenya. Le sue dichiarazioni hanno causato una rivolta da parte della popolazione. L’intenzione di Henry era di formare un governo fino al 2026, ma il suo mandato è scaduto il 7 febbraio, benché lui abbia l’interim del presidente, dopo l’assassinio di Jovenel Moïse nel 2021. Di fatto non è più eleggibile. E nel Paese l’impossibilità di tenere delle elezioni è evidente a tutti quanti.

Tutto è precipitato, però, nello scorso weekend. In che modo?

Ci sono state delle bande criminali che si sono coalizzate per attaccare le prigioni; quella di Port-au-Prince ora è vuota, così come altre. Sono rimasti un 10% di detenuti perché non sapevano dove andare. I detenuti sono andati a rinforzare le fila delle gang, che di fatto in questo momento controllano il centro della capitale. È stato dichiarato lo stato di emergenza del Paese per 72 ore a partire da lunedì, con un coprifuoco dalle 6 di sera alle 5 del mattino.

Non ci sono esercito e polizia che possono contrastare le gang?

Le bande hanno iniziato ad attaccare commissariati e posti di polizia; gli agenti si sono asserragliati nelle loro sedi, tanto che non si vedono circolare poliziotti e neanche ci sono più i posti di blocco in cui erano impegnati abitualmente.

A Port-au-Prince, come si vive ora?

La parte alta della città funziona: gli esercizi commerciali, i supermercati e le banche sono aperti. E questo è abbastanza paradossale perché scendendo verso il centro il nostro staff ci racconta della presenza di uomini armati a controllare le strade.

Il primo ministro intanto non si vede, come mai?

Ha provato a rientrare lunedì, ma gli aeroporti del Paese sono stati presi d’assalto dalle bande che non volevano farlo tornare. A Port-au-Prince ci sono stati degli episodi molto gravi: alcuni proiettili hanno colpito velivoli che provenivano da Cuba e non ci sono più compagnie che garantiscono voli. Allora Ariel Henry è tornato nel New Jersey. Quindi ha provato ad andare in Repubblica Dominicana, ma gli è stato negato l’accesso, chiudendo frontiere terrestri e spazio aereo con Haiti. A quel punto è atterrato a Porto Rico, dove il suo arrivo ha suscitato moltissime proteste, infine si è diretto in Giamaica per cercare di rientrare da lì. Questo ha un impatto sulla sua legittimità; se non rientra, la perde. Anche il presidente USA, Joe Biden, gli ha chiesto di dimettersi e di mettere come primo ministro ad interim il ministro delle Finanze.

Oltre a USA e Kenya, ci sono attori internazionali che possono incidere in qualche modo sul futuro di Haiti?

Il CARICOM (Caribbean Community), l’organizzazione economica del Caribe, si è espresso in favore di una transizione tra Henry e una nuova soluzione, ma non si vede una vera alternativa. E non è che Stati come Antigua, Barbados e Giamaica abbiano una soluzione da proporre. È stato programmato un Consiglio di sicurezza dell’ONU su Haiti; possibile che ci siano delle risoluzioni sul caso. Però gli Stati Uniti hanno già detto che non si vogliono esporre, ed è difficile che ci siano altri Paesi che lo facciano se gli americani non fanno il primo passo.

Cosa ha significato la rivolta per la gente di Haiti, come è cambiata la loro vita in questi giorni?

Siamo preoccupati; si tratta di una crisi grave e mai vista. Come AVSI abbiamo aperto il nostro ufficio, ma nella capitale non riusciamo a svolgere attività, mentre nelle aree periferiche del Paese i progetti stanno andando avanti. A Port-au-Prince lavoriamo nelle bidonvilles, che in questo momento sono teatro di violenza: non riusciamo ad assicurare un primo soccorso e i servizi che siamo soliti garantire. La preoccupazione principale è per il nostro staff che vive in queste zone. Ci sono persone che non riescono a entrare a casa, altri che l’hanno persa, altri ancora che si sono rifugiati nelle chiese. Continuiamo ad aprire l’ufficio perché lo staff ce lo chiede e perché stare insieme ci conforta. Questa parte della città funziona, ma ci aspettiamo un’escalation. In centro ci sono stati dei saccheggi, soprattutto negli esercizi commerciali. Da quello che vediamo, non siamo un target; di fatto, il target è il rientro del primo ministro.

Ma chi può prendere l’iniziativa, quali scenari si possono aprire?

Non è facile dirlo. Magari il primo ministro riesce a rientrare e ci saranno giorni un po’ delicati in cui dovremo stare chiusi in casa. Se la situazione non cambia, la preoccupazione principale è per il potere che le bande possono prendersi allargandosi nel resto della città: sarebbe la somalizzazione del Paese.

Qual è il vero motivo per cui le bande si sono ribellate?

Per cambiare lo stato delle cose. Dietro di loro, però, c’è qualcuno; anche gli attacchi alle prigioni sono stati pagati: ci sono interessi socioeconomici di vari gruppi nel Paese. Basta vedere anche il processo per l’assassinio dell’ex presidente. Ci sono gruppi che non vogliono più Ariel Henry perché evidentemente non fa più i loro interessi.

(Paolo Rossetti)

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