DAL MEETING/ Lupi: c’è ancora un posto in cui litigare per il bene di tutti

- Maurizio Lupi

Al Meeting di Rimini si è svolto l’incontro sul Parlamento promosso dall’Intergruppo parlamentare per la sussidiarietà

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L'incontro promosso eri al Meeting dall'Intergruppo parlamentare per la sussidiarietà (LaPresse)

Di solito fa “notizia” chi non c’è. Gli anni scorsi all’annuncio del tradizionale incontro dell’Intergruppo parlamentare per la sussidiarietà al Meeting di Rimini gli inviati scorrevano la lista dei relatori e titolavano: “Manca Di Maio”, “Mancano i 5 Stelle”. Quest’anno Di Maio c’era e con lui tutti i leader dei partiti presenti in Parlamento (Speranza, Delrio, Boschi, Tajani, Meloni, Salvini). Vedremo i titoli. La prima nota è questa: c’è un posto in cui si può parlare, discutere, attaccarsi senza insultarsi e senza azzuffarsi, confrontarsi senza venir meno alle proprie idee, avanzare proposte condivise: questo è l’Intergruppo per la sussidiarietà. E questo è anche il Meeting di Rimini. La presenza tutti insieme dei leader politici che ho citato è secondo me un grande riconoscimento del Meeting come luogo di incontro e di dialogo, un omaggio al coraggio dei suoi organizzatori, che hanno voluto confermarlo (pur in forma ridotta anche se molto più social). Tutti l’hanno detto con la loro stessa presenza, Salvini l’ha esplicitato: sono contento che ci si veda fisicamente, c’è bisogno di incontri reali con persone reali.

Il titolo dell’incontro poteva sembrare una domanda retorica, “Serve ancora il Parlamento?” ma con le domande retoriche non ci si impegna. E invece ho ascoltato risposte in cui ognuno si implicava personalmente. Mi ha colpito, per esempio, l’onestà di Luigi Di Maio quando ha detto che la disaffezione dei cittadini verso il Parlamento è generata anche da una crisi dell’idea stessa di legge: “Le norme vengono usate come comunicati stampa, per annunciarle, senza poi la preoccupazione della loro messa a terra”. Non ha accusato gli altri, ha detto: il primo a farlo sono stato io.

Speranza non era formale quando, rivendicando il ruolo dei partiti, ha detto che l’epidemia ha messo alla prova le democrazie, e mentre tutti pensavamo che lockdown e altre misure drastiche fossero possibili e più facili in paesi “meno liberali” (un modo delicato di definire il regime cinese), si è invece dimostrato che i paesi democratici hanno risposto meglio e in modo più efficace.

Maria Elena Boschi ha detto una cosa che condivido molto: il rapporto cittadini e istituzioni deve essere biunivoco, le istituzioni devono riconquistarsi la fiducia dei cittadini, ma anche noi politici dobbiamo avere fiducia nella società.

Salvini non è stato tenero col governo, ha detto che ha usato il Parlamento come un citofono, per informarlo delle decisioni già prese, ma ha voluto prendere in parola l’affermazione di Speranza sul fatto che il luogo che deciderà la destinazione dei 220 miliardi del Recovery Fund sarà il Parlamento. Ha poi difeso Orbán per le sue politiche per la famiglia, Delrio gli ha fatto notare che ne abbiamo appena approvata una anche noi, che per lui “è più avanzata di quelle di Orbán”.

Delrio è forse stato il più esplicito nel rispondere alla domanda del titolo: “L’unico modo serio per rispettare il popolo è rispettare il Parlamento. Togliamoci l’illusione che la sovranità popolare possa essere rappresentata dal leader. Non abbiamo bisogno di un uomo forte ma di una società forte”.

Tajani non ha risparmiato critiche soprattutto alla componente grillina del governo. È stato molto duro sulle invasioni di campo della magistratura e sull’uso disinvolto dei decreti del presidente del Consiglio: “Ci lamentiamo di Orbán, ma non è che da noi si sia fatto molto di meglio”. Tajani, da ex presidente del Parlamento europeo, tiene molto alle prerogative delle assemblee elettive, trova inconcepibile che l’unica istituzione europea eletta dal voto popolare non abbia tra le sue prerogative l’iniziativa legislativa. Difficile dargli torto.

Giorgia Meloni è stata altrettanto diretta: il Parlamento, soprattutto in questi ultimi mesi, è stato marginalizzato, il presidente Conte ci informava di ciò che faceva, “ma deputati e senatori non sono spettatori di ciò che il governo decide”.

Poi si è parlato molto anche di legge elettorale, di presidenzialismo, di elezioni regionali, di scuole da riaprire, di investimenti nella sanità e nelle imprese, di riforme istituzionali… insomma, politica. Quindi, come è giusto che sia, disaccordi, ma idee a confronto. Delrio ha detto che servono più idee perché la politica è contaminazione. Sono d’accordo, il nostro scopo – quello dell’Intergruppo – non è metterci d’accordo, ma vivere un dialogo vero che porti a risultati concreti. La sussidiarietà è la risposta alla domanda sull’utilità del Parlamento, la messa alla prova nei fatti, nelle norme approvate (non sto qui a rifarne l’elenco, ricordo solo il 5 per mille e le due proposte che andranno in discussione prossimamente su educazione e formazione professionale) della fecondità di questo dialogo che non può avere altro luogo che il Parlamento. Giorgio Vittadini nelle sue conclusioni ricordava un episodio raccontatogli da Luciano Violante, di un deputato del Pci, operaio, che aveva insultato un collega missino durante tutto il suo intervento. Il suo capogruppo, finita la seduta, gli disse: “Adesso vai a prendere un caffè con lui e gli chiedi scusa, perché con lui ci devi lavorare per fare buone leggi”.

Questa concezione e questa pratica della vita parlamentare non c’è riforma (pur necessaria) che ce la possa dare, è una cultura diffusa che dobbiamo riconquistare, una tensione alla coesione sociale che se viene meno, ed è venuta meno in questi anni, indebolisce le istituzioni. Giancarlo Giorgetti mi raccontava di un suo compaesano che tutte le domeniche fuori da Messa gli chiedeva: “E allora a Roma?”, e lui doveva rendere conto tutte le volte, anche se Giovanni (così si chiama l’anziano signore) non era un suo elettore. “Questa è partecipazione – commentava Giorgetti – e oggi ci manca esattamente questa partecipazione dal basso”.

Vorrei evitare la scontata citazione del grande Giorgio Gaber, in questo caso preferisco Vaclav Havel, il grande dissidente e presidente cecoslovacco, l’uomo che ha riportato alla democrazia il suo Paese: la prima politica è vivere. “Il problema – diceva – è se si riuscirà in qualche modo a ricostruire il mondo naturale come vero terreno della politica, a riabilitare l’esperienza personale dell’uomo come criterio originale nelle cose, a porre la morale al di sopra della politica e la responsabilità al di sopra dell’utilità, a restituire un senso alla comunità umana e un contenuto al linguaggio dell’uomo, a far sì che il punto focale dell’azione sociale sia l’io umano, autonomo, integrale e degno, capace di rispondere di sé stesso perché in rapporto con qualcosa che è al di sopra di lui, capace di sacrificare qualcosa o, in casi estremi, l’insieme della sua vita privata e della sua quotidiana prosperità perché la vita abbia senso. Molti occidentali comprendono ancora poco di ciò che è in gioco realmente oggi”.

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