DALLA CINA/ Lao Xi: abolire le elezioni, dove porta il sogno pericoloso di Conte

- Lao Xi

Conte vuole estendere lo stato di emergenza fino a dicembre, ma così l’Italia scivola fuori dalla democrazia che è fatta di prassi che non possono essere forzate o incrinate a piacimento

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LaPresse

L’estensione dello stato di emergenza fino a dicembre è un tema non banale. Sabino Cassese domenica sul Corriere spiegava che non ci sono le esigenze di urgenza per prolungare il decreto di emergenza. Lo stesso giorno Mattia Feltri sull’Huffington Post parlava di democrature, e Maurizio Molinari su Repubblica scriveva di autocrazie.

Questi giornali non tifano per il centrodestra ma tutti argomentano che non ci sono motivi “sostanziali” per legislazioni speciali.

Si capiscono invece meglio i motivi “altri” di tali scelte. Prorogare l’emergenza fino alla fine dell’anno consente di evitare ogni ricorso allo scioglimento delle camere. Poi da gennaio 2021 all’inizio del semestre bianco (inizia il 1° luglio 2021) ci sarebbero tempi strettissimi per il voto. A quel punto, con in vista le elezioni del presidente della Repubblica, la legislatura è finita.

In altri termini, allungare lo stato di emergenza sembra un trucco per evitare le elezioni. Non sarà così, ma le apparenze sono importanti.

Non è questione di essere a favore o contro il voto in astratto, ma oggi ci sono due elementi in forte contraddizione. Un Parlamento che non rappresenta davvero la realtà del paese, e un governo abilissimo a tirare in lungo ma incapace di “mettere fichi nel paniere”, come si dice in meridione. La coincidenza delle due cose dovrebbe spingere tutti verso le elezioni.

Anche perché la crisi economica in corso peggiora ad ogni rinvio.

Pesa la minaccia di un downgrading delle agenzie internazionali di rating. Una bocciatura farebbe aumentare gli interessi sul debito che a fine anno sarà del 170% sul Pil.

Un disavanzo maggiore, tra i grandi paesi sviluppati, ce l’ha solo il Giappone, che però ha una grande fiducia politica interna. I suoi elettori sono contenti di comprare buoni del tesoro nazionali sostanzialmente a un tasso inferiore a quello di inflazione.

Un governo debole in mezzo a una crisi economica (e quindi sociale) forte significa consegnare il paese all’opposizione, che pure forse non è di qualità eccelsa.

Infatti essa oggi non pare premere troppo. Sembra aspettare la crisi incombente. Forse meglio se arriva in momenti strutturalmente delicati, magari durante il semestre bianco, cosa che potrebbe scatenare un terremoto istituzionale.

Certo, se si fosse andati alle elezioni l’anno scorso la crisi l’avrebbe governata oggi la Lega di Matteo Salvini. Essa ora probabilmente sarebbe usurata e pronta a essere messa da parte. Inoltre i 5 Stelle sarebbero ridotti ai minimi termini. Invece non essere andati al voto un anno fa ha contribuito a portarci alla situazione di oggi.

Sicuramente un anno fa non si poteva prevedere il Covid–19, ma era più che evidente la fragilità strutturale del Governo e del Parlamento, incapaci di sostenere un soffio di vento figuriamoci una tempesta. Era quella fragilità che andava gestita, proprio perché il futuro è incerto, e se le cose possono andare male certamente vanno peggio.

Nel futuro il rischio maggiore pesa sul Pd, ultimo erede delle grandi organizzazioni della prima repubblica, e ultimo partito strutturato. Facilmente potrebbe diventare preda di opposte ire salvinian–meloniane da una parte e pentastellate dall’altra. Entrambi sono pronti a spartirsi il paese avendo eliminato ogni vestigia della prima ma anche della seconda repubblica, visto che anche Forza Italia già è un fantasma.

Inoltre a questo punto c’è la Costituzione che perde pezzi. Il prolungamento dello stato di emergenza non va contro lo spirito della legge, della Costituzione? Ciò al di là dell’osservanza formale e anche dell’attento esame legale di Cassese su quali leggi usare e quando.

Ma – ci permetta il professor Cassese – il problema forse non è legale ma politico. Si rischia di far scivolare il paese in un terreno paludoso dove la forzatura legale di questo governo finirebbe per giustificare forzature legali magari maggiori di altri governi, del tipo: tu hai fatto 10? Io faccio 11 o 12 o … A meno che (e certo sarebbe ancora peggio) non si pensi di eliminare le elezioni e la Costituzione.

Questo governo può piacere. Ma pensare a misure ritagliate su questo esecutivo non è pericolosissimo? Ciò apre le porte del baratro. A) Questo governo potrebbe forzare ancora, ma di forzatura in forzatura siamo in un altro spazio costituzionale; B) questo governo si ferma, si va alle elezioni e queste forzature le fa un governo che non ci piace, giustificato dagli abusi di un governo che ci piace.

La democrazia in generale ma il governo in particolare è fatto di regole, ma soprattutto di prassi, che non possono essere forzate o incrinate, perché la democrazia è un equilibrio fragile e instabile. I celebri pesi e contrappesi.

Con il decreto infatti forse si è passato il Rubicone.

Sarebbe grave concedere la forzatura, ma anche concedere al governo di ritirare la forzatura e continuare come fosse stata una gaffe.  

Che il decreto di emergenza sia prolungato o meno il tentativo è stato fatto. Se si consente al governo anche di fare marcia indietro e dire “abbiamo scherzato”, o “è stata una gaffe”, si consacra il precedente drammatico. 

Altri governi potrebbero fare la stessa cosa e di gaffe in gaffe portare l’Italia fuori dal quadro democratico senza quasi essersene accorti.

Pare di vedere lo spostamento tettonico che avvenne già tra prima e seconda repubblica quando consuetudini, prassi consolidate vennero mutate dalla sera alla mattina con l’idea che “tanto siamo nella legalità”. Ma si cambiava tutto.

È giusto cambiare, ma bisogna farlo in modo chiaro, aperto, altrimenti salta tutto. Anche qui si può sempre decidere di far saltare tutto, ma se teniamo il quadro democratico questo deve essere fatto con un dibattito pubblico, con spiegazioni puntuali.

Senza questo, è un’altra cosa.

Quindi, la ferita deve essere riparata il prima possibile con l’unico mezzo disponibile nel sistema politico italiano: un ricorso alle urne che restituisca voce all’elettorato e dia una rappresentanza un po’ più salda al paese in un momento estremamente drammatico.

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