DALLA CINA/ Lao Xi: il proporzionale M5s-Pd consegna l’Italia al caos

- Lao Xi

Il governo Conte 2 ottiene la fiducia al Senato con 169 sì, 133 no e 5 astenuti. Ora M5s e Pd intendono accelerare sulla riforma del sistema elettorale

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Nicola Zingaretti, segretario del Pd (LaPresse)

Ormai è praticamente cosa fatta: l’Italia ritorna al proporzionale, proclamano i giornali, quasi che si trattasse di un’età dell’oro da cui il paese si è allontanato per dabbenaggine senile. Si vuole dire che ai tempi belli, quelli della Dc, il sistema di voto era proporzionale, con una correzione minima, e ora con il ritorno a quei tempi anche i momenti belli torneranno. Ma non è così, e non solo perché le età dell’oro non ritornano, ma perché quel proporzionale formale si basava su una legge informale, che bloccava i due estremi, di destra e sinistra, dell’arco parlamentare. Il Pci e il Msi non potevano partecipare al governo. Il congelamento di fatto di un terzo dei voti e la centralità della Dc mediante il suo rapporto stretto con la Chiesa bloccava al governo un altro terzo dei voti. L’altro terzo fluttuava, convergendo alla fine comunque intorno alla Dc.

Stavolta invece il proporzionale, che fa parte dell’accordo di governo M5s-Pd, non sembra debba essere contemperato da regole non scritte che proibiscono a un partito il governo. Né per ora si parla di soglie di sbarramento intorno al 5% che per esempio in Germania tentavano di impedire l’effetto “Repubblica di Weimar” di moltiplicazione infinita di soggetti minuscoli che aumentano esponenzialmente l’entropia del parlamento. Inoltre, persino in Germania dopo la fine della grande forza di attrazione dei due blocchi popolare e socialista anche lo sbarramento al 5% ha minato la governabilità. Il problema in astratto è uno: come contemperare governabilità e rappresentatività. Certo, la rappresentatività non va uccisa a favore della governabilità. Ma se la rappresentatività uccide la governabilità, come successe con Weimar negli anni 30, allora alla fine la gente sceglie la governabilità anche a costo di uccidere la rappresentatività.

Il grande saggio del Pd Arturo Parisi ha spiegato: “Quello che conta è che da 14 anni si è tornati a una logica spartitoria dentro e tra i partiti che ormai domina il paese. Solo Comuni, Regioni ricordano che ci fu un brevissimo periodo nel quale si immaginò che il tutto venisse prima delle parti. Chi mai potrà mettere mano alla soluzione della questione del debito pubblico con un assetto di questo tipo?”. Questo era il problema che si voleva correggere per anni modificando il proporzionale quando saltò il veto al Pci e al Msi. Oggi un proporzionale puro potrebbe portare a 10, 20 o anche 30 partiti in parlamento; sarebbe impossibile governare così. Ora che si va indietro, non si apre l’Italia a un nuovo effetto Weimar? Certo la storia non si ripete identica. Non c’è l’inflazione straordinaria della Germania degli anni 30, ma ci sono segnali profondi di sfiducia della gente dalla politica, come abbiamo già scritto. Solo il 50% della gente va a votare, gli italiani investono all’estero invece che in patria, mandano i figli a studiare e lavorare all’estero mentre il 10-15% della forza lavoro regolare in Italia paga le tasse ma non vota.

Questi problemi profondi e reali non sono toccati dal patto sulla nuova legge elettorale, che sembra volere togliere il premio maggioritario al 40% per timore che oggi lo prenda la Lega. La Repubblica di Weimar spalancò la strada di Hitler al potere perché non affrontò i problemi reali, a cominciare da quello dell’inflazione, non perché avesse predisposto un artificio che gli consentisse di avere pieni poteri. Oggi il ritorno di un Hitler appare per il momento almeno molto difficile. Gli Stati europei sono sottoposti a forti contrasti reciproci e con gli Stati Uniti. C’è violenza verbale ma, per fortuna, non c’è quella violenza diffusa per le strade di allora. Il problema simile agli anni 30, però, è lo scioglimento della capacità di decidere dello Stato, che apre un enorme vuoto politico.

Tale vuoto ha un impatto sull’economia, perché imprese grandi e piccole perdono referenti strategici politici e perché il vuoto di decisione politica viene riempito da altri, e ciò, di nuovo, a lungo termine, ha un impatto sull’economia. È vero, alcune imprese eccellenti fanno molto bene, ma nel suo complesso l’economia italiana è ferma da almeno 15 anni. Ma in questo modo, e con l’aggiunta del proporzionale, il paese progressivamente si scioglie, e in tale disfacimento aumentano le grida per l’uomo forte che avvelenano il dibattito politico.

Non solo. A livello locale il Nord è amministrato meglio del Sud. È un fatto, qualunque sia la ragione. Se il governo centrale si indebolisce ancora, come succederebbe col proporzionale, si accelererebbe la spaccatura politica già in corso del paese. Ma questo forse è troppo lontano dai calcoli di chi decide su tale legge. In ogni caso tutto, così, si avvita.

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