DALLA CINA/ Lao Xi: le due incognite di Mattarella e Salvini

- Lao Xi

Due incognite gravano sulla crisi: una riguarda il parlamento, non più rappresentativo, e interpella Mattarella. L’altra riguarda Salvini

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Sergio Mattarella con Giancarlo Giorgetti, sottosegretario alla presidenza del Consiglio (LaPresse)

C’è ancora grande confusione in quel poco che si intravede dalla polvere alzata per la caduta del governo già azzoppato guidato da Giuseppe Conte.

Conte per primo ne esce male, come rilevano praticamente tutti i commentatori della stampa italiana. L’ormai ex premier ha fatto un discorso non alto, forse rancoroso, che non spiega perché ha sopportato per 14 mesi un’alleanza con Salvini per poi insultarlo quando questi ha tolto la spina.

Soprattutto non dà conto del fatto che il passo indietro della Lega sul governo gialloverde è probabilmente una sconfitta per prima sua. Chiamato a essere mediatore tra 5 Stelle e Lega, se il governo è finito è colpa oggettiva del mediatore. Egli al massimo avrebbe dovuto richiamare tutti all’ordine, o ritirarsi ben prima che tutto precipitasse.

Infatti i mercati hanno salutato l’uscita di Conte con un ribasso dello spread. Cioè per il mercato è meglio un’Italia senza governo che con un governo Conte.

L’ipotesi quindi di un Conte bis parte debole. Essa poi sarebbe poggiata forse solo da una parte dei 5 Stelle. I quali sono al 32% in parlamento, ma se si andasse al voto domani raccoglierebbero forse meno del 10%.

La differenza enorme tra rappresentazione parlamentare (che fotografa M5s maggioranza relativa) e realtà nel paese (dove i pentastellati sembrano sulla soglia di estinguersi) è il vulnus più importante di questo parlamento. Non si tratta, come ai tempi del duello Dc-Pci, di pochi punti percentuali che si sono spostati a destra o a sinistra, oppure all’interno della maggioranza o dell’opposizione; è in corso un terremoto nei consensi della popolazione che rende nei fatti questo parlamento non rappresentativo. Mantenerlo non sarebbe dunque un tradimento allo spirito della democrazia?

Questa domanda, che a migliaia di km di distanza sembra quella più legittima, darebbe una forte giustificazione al leader della Lega Matteo Salvini per chiedere il ricorso alle urne. Ma tale domanda Salvini non l’ha posta. Nei giorni scorsi ha esitato, ed è sembrato zoppicante anche nel chiedere la crisi.

Se Salvini non rimette la barra al centro rischia di rimanere fra due sedie: troppo debole per governare, troppo forte per non governare. Questa situazione sarebbe un ostacolo oggettivo alla sua stessa sopravvivenza, e il presupposto perché qualcuno, dentro o fuori la Lega stessa, lo elimini. Certo, oggi non si può pensare che Salvini sia finito: la sua forza elettorale sembra essere intorno al 30%, leader del maggiore partito italiano. Ma è abbastanza per pensare che la Lega possa non trionfare in un eventuale voto, e in questo caso il suo partito dovrebbe imporre a Salvini di cambiare molte cose.

Ieri il Pd guidato da Nicola Zingaretti ha trovato l’unanimità nel chiedere un governo alternativo forte o un ritorno alle urne. Dato che non si intravede oggi alcuna vera possibilità di un’alternativa di governo forte, allora Zingaretti dice in sostanza “al voto”. Qui il Pd guadagnerebbe e forse limiterebbe l’ombra di Matteo Renzi, anche se non riuscirebbe a sbarazzarsene, visto il ruolo di “scompaginatore” che ha avuto negli ultimi giorni.

Questa situazione almeno per ora non basterebbe a promuovere davvero Zingaretti. Egli emerge oggi perché agisce da prudente giocatore di rimessa, ma se davvero il segretario del Pd vuole andare al governo, deve correre sotto la rete a cercare il gol, cioè organizzare una squadra vera e prendersi dei rischi. Per ora questo non c’è.

Fra la polvere, quindi, non si può escludere non un Conte bis, ma un Conte “ricontato”. Cioè non è del tutto escluso che l’attuale maggioranza, per timori vari e incrociati, non si rappezzi in una specie di nuova creatura.

Intanto, nel buio della notte ha cominciato a sferragliare anche il treno del giornale partito dell’editore Cairo, che in queste ore pare usare il vecchio e nobile Corriere della Sera come rompighiaccio per allargare la strada a una nuova formazione di centro. Il centro è infatti il grande spazio ideale, dove si colloca il 70% degli italiani e che ad oggi è scoperto.

La confusione potrebbe essere ancora lunga e nuovi ingegni potrebbero emergere da questa notte. Il faro sembra essere il presidente Mattarella, che stavolta ha fatto sapere di non volere tempi lunghi.

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