DALLA CINA/ Lao Xi: riapertura scuole, l’Italia torna al feudalesimo

- Lao Xi

L’Italia si gioca davvero molto con la riapertura delle scuole. L’esempio storico della Cina può aiutare a capirlo meglio

riapertura scuole
Immagine di repertorio (LaPresse)

Per avere un metro di paragone di quello che sta per succedere in Italia con l’apertura a singhiozzo, zoppicante delle scuole possiamo pensare solo all’esempio della rivoluzione culturale in Cina. Nel 1966 Mao decise di chiudere tutte le scuole medie, i licei, le università. Il motivo, che poteva essere anche nobile, ufficialmente, era quello di dare un’educazione più pratica, più realistica e meno libresca agli studenti. Gli intellettuali cinesi avevano come tradizione di essere distaccati dalla vita della gente normale e per questo Mao li precipitava in mezzo alla gente più normale che c’era: i contadini. Naturalmente c’era anche un motivo più torbido, che era quello di svuotare le città dalle opposte bande di guardie rosse che si facevano la guerra in tutti i centri cinesi. Cioè si trattava di riportare una qualche forma di ordine al Paese dopo il caos provocato dallo stesso Mao che aveva usato le guardie rosse per attaccare i suoi oppositori politici nel partito armati con fucili distribuiti dall’esercito.

Quello che accadde in pratica alla Cina dopo la decisione di mandare i ragazzi in campagna fu molto semplice: per 10 anni chi andava al liceo poteva andare all’università solo dopo aver trascorso un periodo piuttosto lungo nelle campagne, in una fabbrica o nell’esercito. Cioè si spezzò la continuità tra liceo e università con l’idea che un’educazione pratica attraverso l’esperienza con le classi più umili del Paese sarebbe stata migliore di una pura educazione accademica continuativa.

L’idea non era banale. E aveva un fondamento di verità, perché effettivamente l’educazione antica cinese era molto astratta e aveva una forma di arroganza verso chi non aveva avuto accesso all’educazione. Ma da un punto di vista pratico ha creato buchi di formazione pesantissimi. Una generazione di cinesi ha cognizioni frammentarie talvolta casuali rispetto a quelle che dovrebbero essere i fondamenti di qualunque persona normalmente educata. Inoltre, questa generazione di persone ha spesso un rapporto controverso di amore e odio con l’educazione e con le classi umili con cui è stato costretto a vivere per tanti anni. Secondo alcuni cinesi, alla radice di tanti mali attuali del Paese c’è anche il fatto che al Governo c’è una classe venuta fuori collettivamente da questa esperienza.

I danni di circa un decennio in cui i ragazzi non hanno frequentato le scuole medie e il liceo sono dunque immensi e potrebbero essere pagati dal Paese ancora per molti anni. Quali saranno i danni per l’Italia dell’interruzione dell’educazione in sostanza per due anni o tre?

Diversamente rispetto a quanto avvenuto in Cina, in Italia l’interruzione della scuola si sta verificando a tutti i livelli, dall’asilo all’università. Ci può essere quindi un danno sistematico al sistema di formazione del Paese a tutti i livelli e senza precedenti nella storia recente. Si rischia di gettare il seme della disintegrazione della nazione. Di fatto continuano a studiare e hanno studiato solo quelli che hanno famiglie importanti alle spalle, che hanno fatto lezione ai propri figli o hanno preso insegnanti privati. Si ritorna nei fatti a un sistema feudale, pre-moderno, in cui i disagiati e le classi medie non hanno accesso a un’educazione vera, che torna a essere un privilegio dei benestanti. Si porta l’Italia verso un ritorno al feudalesimo.

A livello di competizione globale, la mancanza di un’educazione di massa e di qualità è un danno incalcolabile per il Paese. Lo sviluppo di nazioni asiatiche come Cina, Giappone, Corea del Sud, ecc. è basato sul valore dell’elemento umano: l’educazione di massa di qualità data alla propria popolazione. Lo stesso vale nei paesi del nord Europa – Germania, Svezia, Olanda e Finlandia -: il grande motore del loro sviluppo è una scuola di grande qualità.

Oggi in Italia la questione della scuola è ridotta, almeno così pare, a un problema di lunghezza dei banchi, di salute dei professori e dei bambini. Tutti questi sono, per carità, elementi importantissimi, ma che non devono nascondere la questione più fondamentale: la qualità della vita che si può dare ai ragazzi attraverso la scuola e il valore del futuro che si dà al Paese attraverso giovani ben educati.

Oggi in Cina le scuole sono riaperte senza alcuna precauzione. Questo è stato possibile perché è stata imposta una chiusura draconiana al Paese per 8 mesi. Simili misure non sono possibili in Italia o in altri Paesi occidentali. Bisogna sempre contemperare il rispetto della persona, i diritti individuali, con il rispetto del bene collettivo. È un equilibrio fragile, delicato, che se rotto porta alla rovina una nazione, se trovato, invece, la fa sviluppare in modo sano nel lungo termine. Ci sono il presente e il futuro del Paese in gioco con l’apertura della scuola.

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