DALLA SARDEGNA ALL’ABRUZZO/ D’Amico (Pd) questa volta è il “Truzzu” imposto dai dem

- Riccardo da Lentini

Tra molte fibrillazioni, destra e sinistra si preparano domenica 10 marzo alle elezioni regionali in Abruzzo. Un contesto molto diverso da quello sardo

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Gli echi delle elezioni regionali della Sardegna non si sono spenti, perché l’avere battuto il candidato di Giorgia Meloni ha subito innescato nel centrosinistra la sensazione che adesso il consenso ottenuto con le elezioni politiche stia scemando, che con le alleanze giuste si possa battere il centrodestra.

In questo contesto le prossime elezioni regionali in Abruzzo hanno acquistato un significato dirimente, tanto per il centrodestra, quanto per il centrosinistra, anche se il primo auspica una conferma del candidato uscente Marco Marsilio e il secondo spera di batterlo, non tanto perché il candidato locale Luciano D’Amico avrebbe fatto la differenza (come in Sardegna), quanto perché crede o auspica una tendenza generale dell’opinione pubblica a suo favore.

Come sempre, i conti veri si potranno fare solo a urne chiuse e a spoglio avvenuto. Al momento, si possono però fare due osservazioni: la prima è che l’Abruzzo non è la Sardegna e la seconda è che, al momento, è difficile cogliere una tendenza determinante per la politica nazionale.

Ogni Regione esprime un proprio sistema politico che corrisponde alla struttura e alla storia del proprio territorio e della propria popolazione, per questo motivo ogni Regione non può essere confusa con un’altra. In Sardegna, da un lato, ha pesato molto il dissidio tra i leader del centrodestra per definire la candidatura del presidente, nonostante il presidente uscente Solinas fosse al primo mandato; poi hanno pesato la scelta compiuta e i modi con cui è stata effettuata.

Dall’altro lato, vi è stata la scelta del Pd di concedere al M5s il candidato – Alessandra Todde –, poi risultato vincente, nonostante i dem avessero sicuramente un consenso superiore a quello di 5 Stelle. Questo ha quietato, almeno per ora, la riottosità di Conte nei confronti del Pd. Infine, ha avuto un ruolo la complicazione del voto disgiunto, che in Sardegna consente all’elettore due voti che possono differire, quello alla lista – con anche il voto di preferenza – e quello al candidato presidente, che può non essere collegato alla lista prescelta.

In Abruzzo, il centrodestra ha presentato senza discussione alcuna il presidente uscente. Marsilio ha lavorato già per il territorio in cinque anni di mandato, trovando anche a livello istituzionale numerosi collegamenti in quanto al momento la maggior parte delle amministrazioni locali sono nelle mani del centrodestra, ed ha alle sue spalle una coalizione coesa. Il centrosinistra ha costruito il cosiddetto “campo largo”, anzi larghissimo, visto che ne fanno parte anche Italia viva e Azione, oltre al M5s, ma D’Amico non è stato scelto in modo condiviso e viene vissuto come un candidato imposto e non a tutti gradito, perché diretta espressione di una parte molto limitata del Pd.

In secondo luogo, la legge elettorale abruzzese, al contrario di quella sarda, prevede il “voto congiunto” e cioè: l’elettore può esprimere il suo voto per una lista, inserendo anche il voto di preferenza, e il voto espresso è contestualmente attribuito al candidato presidente del gruppo di liste o coalizione di liste di cui la lista prescelta dall’elettore fa parte. L’elettore può anche votare direttamente per il solo candidato presidente e non esprimere voto di lista né preferenze. Non è però possibile il voto per un candidato presidente e per una lista diversa da quelle a lui collegate.

Ne consegue che i voti delle liste coalizzate sono anche tutti voti del candidato presidente, il quale può anche avere più voti delle liste, ma non meno voti di queste, come è accaduto in Sardegna.

In terzo luogo, anche i sondaggi sin qui resi noti confermerebbero che il centrodestra è avanti. Certo si tratta di pochi punti percentuali e non potrebbe essere diversamente, perché di fatto le Regioni e il Paese sono per lo più divise a metà.

E questo ci porta alla seconda osservazione.

È difficile cogliere una tendenza determinante per la politica nazionale dai risultati delle regionali. Non che le elezioni regionali non abbiano un rilievo nazionale; anzi, in uno Stato regionalizzato i risultati delle elezioni regionali sono quanto meno di importanza uguale a quelli delle elezioni nazionali. Infatti non si possono considerare le Regioni un semplice ente di rilevanza amministrativa – come avviene invece anche per il più grande dei comuni italiani –, in quanto si tratta di enti territoriali di alto grado politico.

Questo significa che le elezioni regionali – anche se non lo si percepisce bene – sono per definizione elezioni politiche vere e proprie che si svolgono in un determinato territorio e sono espressione di quel territorio. Proprio per questo, per quanto importanti, il giudizio su queste difficilmente risulta estendibile al livello nazionale, non solo perché ogni Regione ha caratteristiche politico-istituzionali sue proprie, ma soprattutto perché le politiche regionali hanno un respiro diverso da quello delle politiche nazionali e gli elettori non sovrappongono più i due ambiti.

Gli imprenditori, i professionisti, i lavoratori e le famiglie sanno bene quello che la Regione può dare loro e valutano la credibilità della classe politica regionale sotto questa luce e non sotto quella della politica estera o europea. Di conseguenza, si illude chi può attribuire un significato nazionale a una o due elezioni regionali, così come si illude chi arriva in un territorio e pensa di poterne disporre senza considerare la classe politica regionale.

Non si vuole peraltro negare che un certo cambiamento possa partire dai territori, così come è fuor di dubbio che l’accrescimento e il rinnovamento della classe politica nazionale può – o deve – passare per quella regionale. Ma ciò confermerebbe che le elezioni regionali non sono un’appendice di quelle nazionali e che per il sistema politico nel suo insieme il territorio è una dimensione ineludibile.

Che poi vi sia sempre più un consenso marginale anche nelle competizioni regionali, questo dipende più dalle spaccature ideologiche che da trent’anni, cioè dalle elezioni del 1994, attraversano l’Italia e che hanno reso la politica italiana poco pragmatica e molto conflittuale, con un allontanamento costante degli elettori dal voto. Se tutti gli attori politici si preoccupassero anche di questo, saremmo a metà dell’opera.

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