DALL’IRAQ/ Card. Sako: ci hanno tolto la Messa, ma Cristo viene e ci salva

- int. Louis Raphael Sako

“Dio ci riterrà responsabili del nostro amore e del servizio che offriamo agli altri”. Dall’Iraq, parla il patriarca di Babilonia del Caldei, che non potrà celebrare la Messa

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Scontri a Basra, Iraq (LaPresse)

Da tempo l’Iraq è sconvolto da manifestazioni popolari che si sono ben presto trasformate in guerriglia e repressione violenta. A scatenare la protesta sono la profonda crisi economica in cui versa il paese, “in mano alla corruzione e l’incapacità del governo di operare per il bene comune”, spiega il cardinale Louis Raphaël I Sako, Patriarca di Babilonia dei Caldei, la più numerosa comunità cristiana irachena. Secondo alcuni osservatori, dietro alle manifestazioni ci sarebbe il tentativo di allontanare l’Iran, che insieme agli Stati Uniti sostiene l’attuale governo di Baghdad. “La situazione è drammatica, non c’è alcun dialogo tra istituzioni e manifestanti e ci sentiamo abbandonati da tutti a livello internazionale”. Nel suo messaggio natalizio, il Patriarca ha invitato i politici “a evitare soluzioni militari”, perché porterebbero a un’ulteriore escalation delle violenze, e ad ascoltare “la voce del loro popolo in questa terra benedetta da Abramo, la voce di tutti coloro che sono stati uccisi o che sono ancora sottoposti a ingiustizie, miseria e umiliazione”. E ai suoi fedeli chiede di rispondere ai bisogni del popolo, cristiani e musulmani, seguendo l’esempio di Gesù: “Dio ci riterrà responsabili del nostro amore e del servizio che offriamo agli altri”. Ma ad addolorare di più il Patriarca è il fatto che per paura di possibili incidenti, visto che le forze di polizia non garantiscono alcuna protezione, ha dovuto cancellare tutte le messe della vigilia di Natale: “Che altro posso fare? Se qualcuno viene rapito o una chiesa attaccata, i cristiani saranno spinti a fuggire dall’Iraq”.

Com’è oggi la situazione del paese? Continuano le manifestazioni e le violenze?

Le proteste crescono sempre di più, la situazione diventa giorno dopo giorno più drammatica perché sempre più persone scendono in piazza. Ci sono poi gruppi di infiltrati, la cui identità è sconosciuta, che non esitano a provocare scontri sanguinari, tanto che alcuni degli organizzatori sono stati uccisi, e nessuno sa da chi. Non c’è alcun dialogo con le istituzioni, ciascuno si arrocca sulle sue posizioni e non si profila una soluzione vicina.

È vero che dietro le manifestazioni di piazza contro la grave crisi economica ci sarebbe il tentativo di cancellare l’influenza iraniana sul paese?

Si sentono e si leggono slogan che dicono questo, ma la gente è soprattutto infuriata contro la classe politica. Da 16 anni, da quando cioè è caduto il regime di Saddam, l’Iraq non ha saputo costruire uno Stato democratico: non ci sono giustizia sociale, leggi, lavoro, servizi, e soprattutto c’è corruzione generale. Si sono fatti troppi passi indietro.

L’Iraq si sente abbandonato dagli Stati Uniti?

A dire il vero, ci sentiamo abbandonati da tutti. Nessuno chiede di rispettare la volontà della gente: tutti sanno che dilaga la corruzione, ma dopo la caduta di Saddam è crollato tutto.

Come sta vivendo la comunità cristiana questa drammatica situazione? È vittima di violenze?

No, non ci sono violenze particolari contro di noi, ma anche noi siamo parte di questo mosaico e dobbiamo essere prudenti. Abbiamo annullato le celebrazioni del Natale, niente festeggiamenti fuori delle chiese e neppure la Messa della vigilia. Anche a Baghdad ho dovuto annullare tutto (il 31 ottobre 2010 un attentato in una delle cattedrali della capitale uccise circa 40 fedeli e due sacerdoti, ndr). Solo momenti di preghiera al mattino e al pomeriggio, per ragioni di sicurezza, perché non sappiamo se sono in grado di proteggerci. Di notte è pericoloso camminare per le strade e chi ci assicura che non accadrà niente?

L’addolora molto il non poter celebrare la Messa della vigilia di Natale?

Che altro posso fare? Come responsabile della comunità cristiana non posso mettere in pericolo la vita delle persone. Se qualcuno viene rapito o una chiesa attaccata, i cristiani saranno spinti a fuggire dall’Iraq, come succedeva ai tempi dell’Isis.

Quale sarà il messaggio di questo Natale in cui non potrà celebrare la Messa?

Lo festeggiamo al mattino e pregheremo per la pace e la stabilità, per la dignità umana e i diritti di tutti. Il Natale non è una cosa esteriore, è nel cuore della persona.

A proposito di Isis, dopo la caduta dello Stato islamico i cristiani sono tornati in Iraq?

Più della metà è rientrata nella piana di Ninive, abbiamo restaurato le chiese e le case, ma manca la fiducia nel futuro. Non sappiamo che cosa ci riserverà il domani.

La vostra testimonianza è un richiamo forte per i cristiani che vivono in un Occidente sempre più secolarizzato e distratto.

I cristiani dell’Oriente, dall’Iraq alla Siria, dall’Egitto al Libano, sono un dono per i cristiani occidentali, che hanno un po’ perduto i valori della fede. La secolarizzazione ha cancellato questi valori, tutto diventa banale e scontato. Qui no! Nonostante i problemi che viviamo e nonostante le nostre sofferenze, siamo forti e fedeli. E la gente ci rispetta per questo, anche i musulmani.

Questo Natale è l’occasione per guardare al vostro esempio?

Da duemila anni qui affondano le radici del cristianesimo. Se non ci saranno più i cristiani, scomparirà la tradizione della Chiesa, sarà un cristianesimo senza radici. Abbiamo bisogno della vostra amicizia, della vostra solidarietà, del vostro appoggio morale e spirituale.

(Paolo Vites)

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