D’Avenia “cosa vuoi fare di grande”/ “Scuola-desiderio, solo l’educazione fa fiorire”

- Niccolò Magnani

Alessandro D'Avenia per i 700 anni di Dante riflette sul rapporto maestro-discepolo: “‘cosa vuoi fare di grande’ è la domanda dell'educatore, solo così l'uomo fiorisce”

D'Avenia Alessandro D'Avenia (LaPresse, 2021)

Sarà capitato a tutti di venire investiti da domande incessanti di amici/parenti/genitori durante la nostra adolescenza: «cosa vuoi fare da grande?». Ecco, oggi sul Corriere della Sera lo scrittore e insegnante al liceo Alessandro D’Avenia ribalta quella domanda e lancia una sfida a tutti, ragazzi, educatori e adulti: «cosa vuoi fare di grande?». Una piccola preposizione che cambia tutto e per sempre: «L’uomo fiorisce solo attraverso la cura: è l’unico essere vivente che viene educato e non semplicemente addestrato. Per questo invece di chiedere ai bambini che cosa vuoi fare “da” grande, dovremmo domandare che cosa vuoi fare “di” grande, perché la grandezza dell’umano non è qualcosa che si raggiunge per età o successo, ma è già tutta lì», scrive lo scrittore siciliano nella sua rubrica “Ultimo Banco”.

Nell’anno (e nel giorno, il 25 marzo) che celebra i 700 anni di Dante Alighieri, con una pandemia che ancora costringe a socialità quasi azzerata per i ragazzi, il “piglio” non rassegnato mai banale di D’Avenia scuote le coscienze anche di chi quei banchi è da anni che non li vede più: «Dante ha descritto in pochi versi l’essenza del rapporto tra maestro e discepolo» nel XV Canto dell’Inferno con la figura di Brunetto Latini descritta da chi ne era stato suo discepolo. La meraviglia e lo stupore che il Sommo Poeta descrive nel vedere Brunetto è il senso per nulla nascosto di quel legame tra maestro e scolaro: «Se tu segui tua stella/ non puoi fallire a glorioso porto/ se ben m’accorsi ne la vita bella», così parla Brunetto Latini indicando a Dante semplicemente il suo destino.

IL DESIDERIO E IL PORTO

Centrale è quell’aggettivo “glorioso” secondo D’Avenia: «non indica la fama ma l’impegno di Dio per il compimento di ogni creatura, il completo venire alla luce della sua unicità, le cui potenzialità sono già presenti ma da attualizzare, e questo è affidato agli altri uomini». Il ‘maestro’ segnala al suo prediletto, al suo educando, come potersi “eternare”, ovvero «diventare chi, solo lui, può diventare: il modo unico in cui realizza l’umano». Essere guardati in un modo talmente unico che fa sentire immediatamente “grandi”, ridimensionando in pochi secondi «la nostra paura di non essere abbastanza o all’altezza, oggi evidente nella forma dell’ansia, prodotta dalla cultura della perfezione (anziché del compimento) e della prestazione (anziché della presenza)».

Per l’insegnante-romanziere, discepolo di Don Pino Puglisi e amante di Dostoevskij, si può essere maestri in tanti modi: «Attraverso un libro, uno sguardo, una chiacchierata… un maestro segnala al discepolo come diventare eterno, cioè come ”vivere”, e non gli permette di accontentarsi di ”vivacchiare”. Nel sistema scolastico odierno farlo è difficile, per questo dovremmo trasformare la scuola-catena-di-montaggio in scuola-bottega: l’umano non è mai in serie, è sempre un pezzo unico». Per ognuno, per davvero, esiste quel “porto glorioso” e la scuola oggi per D’Avenia è esattamente il luogo e il tempo dove poter scoprire “la mappa del desiderio”: «invece spesso i ragazzi escono da scuola sapendo poco di tutto e nulla di sé, esito del divorzio tra istruzione (il cui fine è la cultura) e educazione (il cui fine è la libertà)». Sapere e indicare cosa fare “di grande” è invece il modo per ribaltare il tutto: «non significa inseguire miraggi di fama, ma aiutare l’altro a riconoscere la sua grandezza, anche nei limiti, come la rosa nel seme».





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