DAZI USA CONTRO UE/ Il doppio rischio che corre l’Italia

- Paolo Annoni

La Wto ha approvato ieri la richiesta americana di poter imporre dazi sull’importazione di beni Ue per circa 7,5 miliardi di dollari

Il presidente americano Donald Trump
Il presidente americano Donald Trump (LaPresse, 2019)

La Wto ha approvato ieri la richiesta americana di poter imporre dazi sull’importazione di beni dall’Unione europea per circa 7,5 miliardi di dollari. È la risposta agli aiuti di stato “illegali” che i governi di Germania, Francia, Spagna e Regno Unito hanno dato al consorzio Airbus. Il commissario per il Commercio europeo, Cecilia Malstrom, ha dichiarato che se gli Stati Uniti daranno seguito ai dazi l’Europa non potrà fare altro che rispondere. Il contesto economico generale non è esattamente favorevole a una guerra commerciale perché i segnali di forte rallentamento ormai sono evidenti; infatti, i “mercati” cominciano a mostrare anche in superficie segnali di stress. Immaginate cosa accadrebbe se interi settori fossero colpiti da dazi.

Dopo la Cina nella lista dei partner commerciali americani per deficit viene l’Unione europea. Nell’Ue il primo posto, di gran lunga, è occupato dalla Germania seguita dall’Italia. La Francia ha un deficit commerciale che è la metà di quello italiano che, a sua volta, è la metà circa di quello tedesco. È chiaro quali siano i Paesi destinati a subire i danni maggiori.

La questione però non finisce qua. La lista delle importazioni che potrebbero essere colpite è sterminata e c’è un elevato grado di discrezionalità. Facciamo finta che l’assenza del Governo italiano nel consorzio Airbus non sia una questione e che, al fondo, ci sia solo la volontà americana di riequilibrare gli squilibri commerciali. La questione che si pone è cosa esattamente verrà colpito e quale approccio negoziale avrà il commissario europeo dato che i Paesi europei esportano cose diverse.

Il rischio in sostanza è duplice. Il primo, banale, è la risposta di politica economica dell’Unione europea a fronte di un provvedimento che mette in crisi il suo modello economico di esportatore. Il secondo è di “politica interna” all’unione. Un Paese che ha sostanzialmente sempre obbedito alle richieste “geopolitiche americane” si potrebbe risentire se fosse penalizzato come un Paese che ha fatto quello che ha voluto. Pensiamo alle vicende dei gasdotti per esempio. Sempre ammesso che chi tratta per conto dell’Europa abbia un approccio neutrale nei confronti dei governi europei. Una premessa che non è per nulla scontata visti i precedenti dei commissari su tante questioni interne all’Europa. Un commissario tedesco o francese è prima di tutto tedesco e ha ben chiaro gli interessi del Paese che l’ha messo lì. È la storia di un’unione in cui finora hanno comandato i governi, soprattutto alcuni governi.

Un Governo disposto o obbligato per tante ragioni a stare con gli americani avrebbe da ridire se a causa dell’appartenenza all’Unione europea pagasse come tutti gli altri; i quali scaricherebbero parte della punizione sui “condomini” dell’Unione europea. Tutto ciò è esacerbato dal difficile contesto economico internazionale.

Come si fa a spiegare a un produttore di Grana italiano che deve pagare i dazi per gli aiuti ad Airbus, come scotto all’appartenenza a un’unione in cui ognuno fa quello che vuole in politica estera, per esempio bombardando la Libia, o in economia violando le regole europee sui surplus commerciali interni? O l’Europa è di tutti, “dei popoli”, ma allora bisognerebbe rivedere radicalmente i meccanismi politici interni oppure è una prigione in cui alcuni sono usati come un ostaggio umano. Il contesto esterno rischia di mettere sotto grande pressione l’Unione europea. Quello che abbiamo visto con la nomina del Presidente della Commissione non promette benissimo.

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