SPILLO/ Da Calenda a BreVerse: tutti quelli che “gli elettori sbagliano”

- Nicola Berti

Gli elettori hanno sempre ragione o no? Calenda si sa come la pensa. Ma si sbaglierebbe se pensasse di dimostrarlo appellandosi ai malumori per la Brexit che serpeggiano in Uk

eletti terzo polo friuli Matteo Renzi e Carlo Calenda (LaPresse)

Carlo Calenda ha fatto inarcare molte sopracciglia quando – a caldo dopo la pesante sconfitta del terzo polo sia in Lombardia che nel Lazio – ha affermato che “gli elettori decidono ma non hanno sempre ragione, altrimenti non saremmo messi così”. Una posizione nei fatti non troppo diversa da quella espressa anni fa da una figura politica molto particolare: l’allora pm Antonio Ingroia, secondo il quale compito della magistratura sarebbe “correggere gli errori della democrazia”. Quelle parole non portarono però fortuna a Ingroia quando, nel 2012, confermò la sua personale interpretazione dei principio costituzionale della separazione dei poteri e lasciò l’ordine giudiziario per candidarsi alle imminenti elezioni politiche. Il suo movimento – battezzato “Rivoluzione (non Democrazia, ndr) civile” – non riuscì tuttavia a portare in Parlamento né il suo leader né altri candidati.

Il terzo polo – un cartello elettorale alla vigilia dell’ultimo voto politico – è composto anche da Italia viva. Il suo leader Matteo Renzi ha un passato politico significativo anche sul crinale sottile e complicato della “democrazia reale”. Nel dicembre 2016 Renzi si dimise “ad horas” da premier, prendendo atto della sconfitta elettorale al referendum istituzionale. Quest’ultimo era stato però brandito da Renzi in una campagna martellante incentrata su una questione di fiducia  diretta del Paese nei suoi confronti di capo dell’esecutivo. E nell’esito negativo di una sfida democratica com’è sempre un referendum, Renzi scontò probabilmente anche questo: l’aver confuso il proprio interesse politico e personale di premier con l’interesse ampio della democrazia costituzionale, appannaggio principalmente del Parlamento.

L’ex sindaco di Firenze era d’altronde entrato a Palazzo Chigi mille giorni prima, senza mai essere stato eletto in Parlamento. Avvenne perché – poco prima – il Pd lo aveva incoronato segretario sulla base di una consultazione “primaria” priva di tradizione e collaudo non solo fra i “dem” ma nella civiltà politica nazionale. E il cambio della guardia fra Enrico Letta e Renzi si materializzò in una crisi extraparlamentare, tutta interna al partito che aveva appena confermato Giorgio Napolitano al Quirinale (con una maggioranza minima e “di parte”) dopo la “non vittoria” del Pd al voto politico 2013.

Il fastidio di Calenda (altro ex Pd) per la democrazia elettorale sembra dunque avere radici tutt’altro che episodiche nel neonato terzo polo. Una forza politica che pure rivendica nel suo Dna le migliori tradizioni cosiddette  “liberali” italiane ed europee.

Quando il leader di Azione lamenta i rischi e i danni di una democrazia a suo dire imperfetta è comunque difficile non vedere un riferimento a M5s e a Giuseppe Conte. Quest’ultimo ha occupato per trenta mesi Palazzo Chigi – con due incarichi distinti e consecutivi a capo di governi politici – senza mai essere stato eletto in precedenza a una sola carica pubblica. È vero che il partito che l’ha espresso (M5s) aveva ottenuto il 32,5% dei consensi alle elezioni politiche 2018: e infatti il suo leader Luigi Di Maio è stato vicepremier e poi ministro degli Esteri dal primo all’ultimo giorno della legislatura. Tuttavia Conte – che da leader dell’opposizione non disdegna oggi di attaccare la premier Giorgia Meloni per vere o presunte radici anti-democratiche – è stato lui stesso il protagonista di un’ennesima crisi extraparlamentare: il “ribaltone” dell’estate 2019, supervisionato da un altro presidente della Repubblica “dem”, a favorire il rientro in maggioranza del suo partito, sotto pressioni internazionali ai limiti dell’ingerenza.

Su quanto è accaduto dopo – la gestione para-autoritaria della pandemia da parte di Conte a colpi di Dpcm – l’archivio del Sussidiario è ricco di interventi critici di autorevoli costituzionalisti. Numerosi altri hanno invece costantemente giudicato ineccepibile quella “democrazia eccezionale”. E sono spesso gli stessi che oggi tornano a denunciare a senso unico i pericoli di derive autoritarie. Tre anni dopo, intanto, alcuni commentatori (come Ernesto Galli della Loggia sabato sul Corriere della Sera) continuano a lamentare il sostegno degli elettori italiani per una premier “sbagliata”: quando perfino il presidente Usa e la stampa anglosassone riconoscono ormai Giorgia Meloni “fit” per il ruolo.

Sembra comunque un errore guardare all’Italia come caso esemplare di (presunta) “democrazia disfunzionale”. Proprio quando l’Occidente appare resuscitato in chiave di “scontro di civiltà” fra democrazie e non democrazie, altri Paesi sembrano malati di una democrazia a bassa intensità (più bassa ancora di quella dell’Italia dei governi istituzionali), oppure di una democrazia lacerata: più ancora di quella americana a valle dell’assalto al Campidoglio del gennaio 2021.

La Francia – contenitore costituzionale di un lodatissimo sistema semipresidenziale con elezioni a doppio turno – continua a essere guidata da un presidente che gode del consenso diretto di meno di un quarto dei votanti (non superiore a quello della premier italiana). E in sede di conferma all’Eliseo – nella primavera del 2022, con astensionismo in crescita – il corpo elettorale ha pure privato il “terzopolista” Emmanuel Macron della maggioranza all’assemblea legislativa. La Francia – che nega all’Italia pari dignità in Europa e al governo Meloni piena legittimazione democratica  – è da prima della pandemia teatro di un’instabilità socio-economica (e quindi politica) grave ed estesa, tuttora irrisolta. A Parigi o Lione, certamente, è difficile accusare di “errori” le centinaia di migliaia di “gilet gialli” che hanno portato la destra sovranista di Marine Le Pen sulla soglia dell’Eliseo oppure hanno rivitalizzato un partito socialista antagonista. È invece discutibile se restino “giuste” – al test della democrazia reale – le vecchie regole e le nuove prassi che hanno consentito di diventare “semi-presidente” francese a un banchiere Rothschild che – prima del 2017 – non si era mai presentato ad alcun vaglio di democrazia elettorale.

Al di là della Manica sta intanto prendendo forma visibile un’onda “BreVerse”: una spinta a sovvertire l’esito del referendum Brexit del giugno  2016, maturato nel distacco di Londra dall’Unione Europea nel febbraio 2020. Brexit-BreVerse è un caso eclatante di “crisi della democrazia”, anche se di lettura meno facile e univoca di quanto possa apparire.

L’euroscetticismo è elettoralmente decisivo nell’ascesa di Margaret Thatcher, alfiera assoluta del liberismo globalizzante contro il vecchio statalismo su base nazionale che la Gran Bretagna condivide con l’Europa continentale, tanto da entrare nella Ue nel 1972. È il thatcherismo a rilanciare Londra come “capitale imperiale” della nuova finanza di mercato, anche se condanna pezzi importanti della vecchia Inghilterra industriale. A sanare le fratture nel tessuto socioeconomico britannico non serve il “pendolo democratico” incarnato da Tony Blair (un laburista molto “terzopolista”, legato alla City e da essa appoggiato). La miscela esplosiva di euroscetticismo “antropologico” nella società e nell’economia britannica e di crescenti diseguaglianze reali finisce per travolgere “democraticamente” anche David Cameron: un tory a sua volta di sensibilità “terzopolista”.

Dopo sei anni, Cameron non riesce più a contenere le spinte che provengono dal suo partito ma anche trasversalmente dalla Gran Bretagna “lasciata indietro”. Deve concedere un test referendario che spera di poter gestire con successo: anche in chiave tattica di aggiustamento dei rapporti con la Ue, per conservare centralità finanziaria a Londra anche fuori dall’euro. Ma nel 2016 fallisce nel difendere il remain gradito all’establishment finanziario. Nelle urne vince Brexit: il populismo arcigno di Nick Farage (un ex europarlamentare) e l’insoddisfazione crescente della Gran Bretagna fuligginosa, lontana dalla Londra delle Olimpiadi 2012 e dei Giubilei reali, hub di ricchissimi oligarchi ed emiri. Fino a prova contraria – nella patria della liberaldemocrazia da tre secoli – i voti si continuano a contare, non a pesare. Quello del Ceo e del suo ultimo dipendente (o perfino del disoccupato) restano uguali, non separati da un gap di redditi “300 a 1”. Gli immigrati di lusso possono finanziare generosamente partiti e candidati attenti ai loro interessi (nella Londra offshore è abbondantemente avvenuto) ma non votano.

È vero che dal quel voto “iperdemocratico” la Gran Bretagna ha conosciuto solo declino economico, crescente instabilità sociale e perfino una sorprendente cattiva salute istituzionale. Dopo le dimissioni di Cameron – impeccabilmente democratiche – i Tory hanno mantenuto ininterrottamente il potere con una successione di quattro premier (di cui due donne, il massimo del “politicamente corretto”). Lo hanno fatto grazie a una “costituzione non scritta” che consente al partito al potere di indire “snap elections” quando lo desidera. Lo ha fatto Theresa May nel 2017, fallendo però il tentativo di rafforzamento interno nella difficile fase finale di “ragionevole” accordo Brexit con la Ue. Quando May getta la spugna, però, a decidere la successione sono solo i 120mila iscritti al partito conservatore: in una consultazione interna non molto diversa da una dei pentastellati italiani sulla piattaforma Rousseau.

La spunta Boris Johnson, fautore di una Brexit “tutta, maledetta e subito”. Per vincere ogni resistenza finale chiama un voto politico anticipato in cui (tre anni dopo il referendum) il Regno Unito gli ri-regala per intero la maggioranza “euroscettica” (anche per la forte debolezza dell’opposizione laburista, oscillante fra europeismo di fondo, anti-europeismo esteso nella base elettorale e incapacità di produrre proposte politico-economiche alternative ai tory). Tre mesi dopo, nel febbraio 2020, la Manica torna dunque “larghissima”. Ancora un mese e la Gran Bretagna “exited” comincia tuttavia a essere spazzata dal Covid con effetti peggiori che in altri Paesi: anche per un approccio inizialmente “no restraints” da parte di Johnson. Che però, poco più di due anni dopo, viene detronizzato ufficialmente per le prove di violazione personale dei vincoli Covid imposti come premier. Nei fatti “BoJo” paga invece una crisi economica “telescopica”: montata da Brexit, dalla pandemia e  infine dalla crisi geopolitica (con una stagflazione che la Gran Bretagna accusa in modo più accentuato che altrove).

La prassi del “contest” interno al partito arride a Liz Truss: la quale s’insedia a Downing Street con un programma di approccio thatcheriano (liberare le forze imprenditoriali) ma di strumentazione keynesiana (spesa pubblica in deficit/debito sulla scia dei grandi piano Recovery in Usa e Ue). I mercati (cioè la City) la puniscono in pochi giorni: principalmente sulla pelle di milioni di inglesi low-class che si vedono aumentare bruscamente e rate dei mutui sulla casa, mentre alcuni importanti fondi pensione vacillano per il crollo dei titoli di Stato britannici. Si apre un nuovo round tutto interno ai Tory, chiaramente restii ad affrontare le urne prima della scadenza naturale della legislatura a fine 2024. Dal crogiolo della peculiare “democrazia di Sua Maestà” esce come premier Rishi Sunak: di famiglia indiana, ex banchiere della Goldman Sachs, sposato con l’ereditiera indiana Akshata Murty (i due formano la 222esima famiglia più ricca del Regno, con un patrimonio aggregato stimato in 830 milioni di dollari). Quando Sunak s’insedia iniziano massicce ondate di scioperi, anzitutto nel settore pubblico. Il leggendario National Health Service (archetipo di tutte i sistemi sanitari pubblici sul pianeta) è da mesi disrupted.

BreVerse è la possibile prossima puntata di questa lunga “british saga”. La stanno alimentando gli ambienti imprenditoriali e finanziari. Con un teorema semplice: la causa del caos britannico è stata soltanto Brexit, non altro. È stata un “voto sbagliato” da parte degli elettori britannici, un “errore della democrazia”. Ed è un errore che va corretto subito, in modo esemplare: magari con un altro referendum o con una campagna elettorale in cui il Labour faccia di BreVerse la sua bandiera. Del resto non era Winston Churchill a ricordare che “la democrazia è il peggiore dei sistemi possibili, salvo tutti gli altri”?

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