FINANZA/ Il nuovo pericolo per l’Europa arriva da Est

- Mauro Bottarelli

L’Europa sembra aver dimenticato i suoi problemi grazie ad alcuni dati confortanti giunti ieri. MAURO BOTTARELLI ricorda però che l’Ungheria a settembre potrebbe portare nuovi squilibri

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“Mad world”, cantavano i Tears for fears. Ed è difficile dar loro torto. Dopo una partenza debole, in attesa delle decisioni di politica monetaria della Banca d’Inghilterra e della Bce (scontato il mantenimento dei tassi al minimo, situazione che potrebbe perdurare fino al 2011), i listini europei hanno invertito la rotta riportandosi in territorio positivo.

 

Perché, visto che le decisioni delle banche centrali era ampiamente annunciate? A risollevare i mercati hanno contribuito due buone notizie sul fronte del debito sovrano: il successo dell’asta Bot in Spagna e la promozione del programma di risanamento dei conti pubblici della Grecia da parte della commissione congiunta Ue-Bce-Fmi.

Accidenti, due settimane fa eravamo sull’orlo del collasso, al terrore collettivo e ora ci si ammazza per comprare bond iberici! Sulla scorta di queste notizie anche l’euro ha ritrovato quota 1,32 dollari: la divisa unica è scambiata a 1,3202 dollari dagli 1,3130 segnati all’apertura dei mercati continentali e si è rafforzata anche nei confronti della valuta giapponese a 113,86 yen dai 113,17 di ieri mattina. Pensate che la moneta unica è scattata da 1,3150 a 1,32 subito dopo il via libera al programma di risanamento di Atene.

La commissione dei funzionari Ue-Bce-Fmi ha infatti certificato il rispetto, da parte della Grecia, degli impegni e degli obiettivi di risanamento fissati per il primo semestre del 2010. Una promozione che consente l’attivazione della seconda tranche del prestito di emergenza predisposto da Ue e Fmi: arriveranno ad Atene altri 9 miliardi di euro, dopo i 20 miliardi ricevuti lo scorso maggio. Insomma, altra morfina per il moribondo in attesa del miracolo.

Effetto placebo, invece, per Madrid. In Spagna, nel frattempo, è stata infatti interamente sottoscritta un’asta di titoli di stato triennali da 3,5 miliardi di euro, a un tasso medio del 2,276%, in calo rispetto al 3,3% della precedente asta del 10 giugno, un crollo di 100 punti base. Domanda molto alta, pari a 6,625 miliardi di euro.

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Ma possibile che Atene abbia fatto in due mesi ciò che non ha fatto in dieci anni? E Madrid, con le cajas sull’orlo del default e la bolla immobiliare che colpisce duro e vede le aziende iberiche incapaci di finanziarsi sui mercati, come fa ad essere così appatita nonostante rendimenti bassi? La tendenza, d’altronde, è generalizzata: molto bene è anche andata l’asta di bond portoghesi di mercoledì scorso, con una domanda di 1,165 miliardi di euro e di quelli italiani, con una raccolta di 9,5 miliardi di euro la settimana scorsa.

 

Insomma, gli investitori hanno ritrovato l’appetito per i bond dei periferici. Per Steve Mansell, analista sui tassi di Citi, «i fondamentali non sono affatto cambiati nei periferici, ma il sentiment degli investitori ha subito un mutamento radicale». A muovere il mercato, sarebbero quindi investitori con un grosso cash flow che cercano alti rendimenti e questo trend potrebbe essere destinato a non concludersi molto in fretta, magari vedendo l’attenzione spostarsi dalla Spagna all’Irlanda.

 

D’altronde il key spread per i bond iberici a dieci anni non è cambiato dopo l’asta, restando a 145 punti base rispetto al bund tedesco, anche se bisogna ricordare che era crollato dal picco di 200 punti base subito prima della pubblicazione dei risultati degli stress tests il 23 luglio scorso. Insomma, c’è stato interesse sul bond spagnolo per tutta la settimana – soprattutto da parte di investitori stranieri – perché è a buon mercato.

 

La Spagna è quindi risanata e con lei gli altri membri del Piigs? I dati più recenti parlano di una produzione cresciuta del 3% in giugno, oltre le attese, largamente motivata dalla richiesta record di beni durevoli, salita del 5,4% e dovuta all’incremento dell’Iva del 2% entrato in vigore solo da luglio. Quindi, un qualcosa di contingente e una tantum. La Spagna sta infatti ancora combattendo per innalzare la produzione e combattere così il più che annunciato rallentamento del settore privato quest’anno, colpito dall’alto tasso di disoccupazione e dalle misure di austerity varate dal governo. Insomma, l’economia continua a fallire nel suo tentativo di generare un significativo momentum dopo essere riemersa in parte dal crollo del primo trimestre di quest’anno. Proprio oggi la Banca di Spagna renderà note le sue previsioni riguardo il Pil del secondo trimestre, un dato che sarà guardato con attenzione visto che arriverà quasi a ridosso della pubblicazione del dato ufficiale, prevista per il 13 agosto.

 

Votato al cauto ottimismo anche Jean-Claude Trichet al termine del consiglio direttivo della Bce: «La crescita dell’economia nella zona euro si è rafforzata nel secondo trimestre» e i dati disponibili per il terzo «sono migliori del previsto. Gli stress test ai quali sono state sottoposte 91 banche dell’Eurozona e di altri Paesi europei sono stati completi e severi e hanno confermato la resistenza del sistema bancario europeo agli shock, aumentando la trasparenza nel settore». Insomma, era partito bene, poi ha sbracato nell’arco di una frase. Non cambierà mai!

 

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Nonostante il quadro ottimistico, tuttavia, la Bce ha lasciato il costo del denaro invariato e Trichet ha definito «appropriato» il livello dei tassi d’interesse e ha confermato che l’orientamento della politica monetaria resta «accomodante». Dunque, nessuna avvisaglia di aumenti in vista: il tasso di rifinanziamento è rimasto dunque all’1%, (0,25% il tasso deposity facility e 1,75% quello marginal lending facility).

 

«I dati disponibili per il terzo trimestre – ha affermato il presidente della Bce – sono migliori delle attese. Il mercato sta funzionando meglio del previsto». Detto ciò, in ogni caso l’atteggiamento di fondo «resta improntato alla prudenza», ha detto Trichet. La crescita, infatti, «è moderata ma ancora a ritmo irregolare e in un clima di incertezza». A ciò si aggiungano i dati sui prestiti al settore privato diffusi nei giorni scorsi: «Non devono essere sovrastimati anche perché l’indagine si riferisce a un periodo particolarmente complicato, compreso tra il 14 giugno ei primi di luglio. Ma dimostrano che non possiamo cantare vittoria».

 

Certo che se per segnale di crescita prendiamo quello sopracitato della Spagna, forse la valutazione diviene un po’ falsata e si spiega il continuo stop-and-go dell’ottimismo di Trichet. Il quale, sa benissimo – come ricordavo nel mio articolo di ieri – che è che la stessa percezione di Europa a essere completamente svincolata dalla realtà della crisi che stiamo ancora affrontando, ragione per cui non capiamo la reale gravità dell’aggregato di liabilities che si pone di fronte al nostro futuro.

 

Le bolle di debito dell’eurozona, infatti, in fase aggregata sono molto più larghe di quanto appaia, se si unisce al nucleo “storico” (il debito sovrano nel Club Med più Irlanda), le bolle di credito immobiliare, quelle sui prestiti corporate (Spagna in testa), i cosiddetti Stati euro-peggers come la Danimarca, i paesi baltici e i Balcani e i cosiddetti dirty-floaters come l’Ungheria e l’Europa dell’Est, dove le nazioni de facto operano come stati membri avendo status di “pre-ins”.

 

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E proprio l’Ungheria potrebbe scatenare un nuovo fronte di crisi, pronto a infestare tutta l’area est europea vista la decisione folle del governo populista di quel paese di tassare pesantemente istituti bancari e assicurativi per poter sbattere la porta in faccia al Fmi e alla sue richieste di un piano di austerity per rientrare nei parametri e assicurarsi la vittoria alle municipali di ottobre: attenzione a cosa potrà accadere in quell’area nel mese di settembre.

 

L’Europa, quella delle liabilities e dei rischi, va ben oltre l’orizzonte ristretto della Bce. Usa e Gran Bretagna ringraziano, i primi attendendosi un dollaro a 1,37 che favorirà l’export, magari con un nuovo stimolo della Fed e la seconda già in anticipo, grazie alla lungimiranza della Bank of England, ad affrontare lo shock inflattivo che è già ampiamente alle porte. Il Financial Times, tre giorni fa, definiva il buon falco Alex Weber “unfit” per il ruolo di presidente della Bce: speriamo che serva a portare Mario Draghi a Francoforte, piuttosto che tirare per la giacchetta l’inquilino di Palazzo Koch nella beghe politiche del governo di centrodestra e del suo futuro.

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