FINANZA/ Il “divorzio” tra Usa e Cina che spaventa l’Europa e i mercati

- Mauro Bottarelli

Il matrimonio tra Usa e Cina sembra in crisi. MAURO BOTTARELLI ci racconta le ultime mosse dei due giganti economici cui il resto del mondo guarda con apprensione

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Per rendere chiaro e completo il contenuto dell’articolo di oggi occorre un non brevissimo excursus storico riguardo i rapporti economici tra Cina e Stati Uniti: chi ne è già a conoscenza mi scuserà e salterà a piè pari l’introduzione. Per tutti gli altri, penso sia una lettura interessante.

 

Al termine dei negoziati a Washington del 1979, Deng Xiaoping si assicurò che alle aree di libero scambio corrispondesse un vero accesso al mercato statunitense: di fatto, l’industrialmente arretrata Cina abbandonava il profilo rurale e dava vita al processo di industrializzazione, il cui primo atto fu un’urbanizzazione mai vista prima. Iniziava il grande patto di mutua assistenza tra i due giganti, la Chinamerica come la definì in una sua copertina l’Economist.

La Cina importa beni capitali, materie prime e componenti ed esporta manufatti (a ritmo record), soprattutto verso gli Usa, l’unico mercato abbastanza grande da poter assorbire uno stock simile. Da questa politica, però, conseguivano cospicui disavanzi commerciali Usa verso la Cina, tali da prefigurare un rischio di caduta del cambio del biglietto verde nei confronti dello yuan poiché i dollari offerti sono più di quelli domandati.

Il minor valore del dollaro, infatti, frenerebbe le esportazioni cinesi, un qualcosa che Pechino non poteva permettersi se non voleva che la sua politica di urbanizzazione desse vita a un pericoloso effetto favelas. Ecco perché i cinesi hanno mantenuto fisso o semifisso il cambio con il dollaro attraverso una domanda di dollari che si sostanzia in acquisto di attività finanziarie americane.

Ecco quindi lo scenario che si è prefigurato per oltre un ventennio: una crescita record della Cina e una conseguente notevole crescita dei crediti cinesi nei confronti degli Usa, ovvero Pechino accumula grandi riserve in dollari a fronte dei propri avanzi commerciali. Una politica destinata a durare ma non in eterno visto che la Banca centrale cinese, per evitare una letale rivalutazione dello yuan che danneggerebbe il settore strategico dell’export, vende ai cinesi yuan e compra i loro dollari, frutto proprio delle esportazioni con il rischio di aumento della quantità di moneta circolante e quindi di inflazione.

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Che fare, quindi? Detto fatto, la Banca centrale vende ai cinesi obbligazioni in yuan e ritira contemporaneamente yuan dal mercato: con i dollari, invece, acquista titoli del Tesoro Usa. In tal mondo, la Banca centrale ha accumulato sia obbligazioni in yuan – di fatto passività – che obbligazioni in dollari, iscrivibili come attivi. Il problema è che questo tipo di politica era rischiosa poiché impone la necessità di un cambio assolutamente fisso con il dollaro, poiché se questo si svalutasse, la Cina si troverebbe con un controvalore delle cedole delle obbligazioni da pagare (in yuan) superiore a quello che incassa con le cedole delle sue obbligazioni (in dollari).

 

Due le strade: aumentare la collocazione di obbligazioni in yuan sul mercato, rischiando però l’aumento degli oneri finanziari futuri, oppure smettere di comprare illimitatamente obbligazioni statunitensi, diversificando anche le riserve (scaricando dollari a favore di altre monete, tra cui l’euro). Oppure ancora, cominciare a comprare anche azioni delle imprese Usa, atto che potrebbe sancire nel futuro prossimo la fine di Chinamerica e del patto di mutua assistenza tra Stati “too big to fail”, ma anche a forte rischio implosione l’uno con l’altro.

 

Il motivo è presto spiegato: comprando obbligazioni, lo Stato compra le cedole Usa che saranno pagate dal Tesoro insieme al rimborso alla scadenza del capitale e le cedole vengono pagate attraverso i proventi delle imposte. Con la proprietà di azioni, invece, la Cina entrerebbe di fatto nella stanza dei bottoni Usa, spesso in settori strategici, influenzandone i comportamenti.

 

Ora, forse, anche ai meno addentro alle questioni economiche e geopolitiche sarà più chiaro il duro braccio di ferro tra Washington e Pechino sulla necessità di apprezzare lo yuan (di fatto, l’ennesima falsa promessa cinese), i timori crescenti per il possibile scoppio di una bolla immobiliare dovuta proprio alla crescita record e all’urbanizzazione selvaggia cinese (da qui, la restrizione dei crediti immobiliari imposti dalla Banca centrale agli istituti nazionali) e, soprattutto, le minacce nemmeno troppo velate di Pechino di cominciare a scaricare il debito Usa detenendo meno obbligazioni e diversificando le riserve monetarie rompendo il duopolio dollaro/yuan.

 

Il problema è che ora sembra arrivato il momento dello showdown. In risposta alla minaccia Usa di imporre sanzioni contro Pechino, vista la sua non volontà di apprezzare lo yuan nonostante l’accordo sul peg con il dollaro raggiunto a giugno, Ding Yifan, guru politico del think tank Development Research Centre, ha detto chiaro e tondo che Pechino potrebbe vendere il debito Usa che detiene, stimato in circa 1,5 trilioni di dollari, atto che potrebbe scatenare un aumento ingestibile dei tassi di interesse in Usa.

 

Parole chiare, giunte al termine di un forum tenuto a Pechino durante il quale i vari oratori, tra cui esponenti del Partito e della Banca centrale, hanno più volte posto interrogativi sulla credibilità dei crediti e sulla riabilitazione del dollaro. Nonostante la Banca centrale abbia detto di non essere intenzionata a utilizzare la sua “arma nucleare”, ovvero sfruttare i suoi 2,45 trilioni di dollari di riserve, poiché «il mercato del Treasury Usa è molto importante per la Cina», la tensione potrebbe crescere ancora se il surplus commerciale cinese con gli Usa dovesse salire ulteriormente e la disoccupazione americana continuasse a salire.

 

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Il fatto che Tim Geithner, segretario al Tesoro Usa e da sempre esponente dell’ala trattativista verso Pechino, abbia detto venerdì scorso che «la Cina ha fatto davvero poco per correggere la sottovalutazione dello yuan», parla la lingua di una situazione molto nervosa. E di un azzardo che questa volta gli Usa potrebbero voler correre, visto che ieri, sempre Geithner, ha detto chiaramente che «l’America è insoddisfatta del ritmo di crescita dello yuan e sta esaminando metodi per obbligare la Cina a far apprezzare la sua moneta più in fretta». Come insegna la lezione degli anni Trenta, infatti, le nazioni in surplus con una domanda interna strutturalmente debole rischiano di uscire con le ossa rotte da una guerra commerciale.

 

Anche la vendita di obbligazioni potrebbe rivelarsi una minaccia vuota, visto che l’acquisto di questi bond da parte di Pechino ha un effetto collaterale sulla politica dello yuan: questo atteggiamento indebolirebbe il dollaro, che è esattamente ciò che vogliono gli Usa. E l’effetto negativo sui tassi di interesse potrebbe essere gestito dalla Fed abbastanza facilmente. Il problema è che, think tank a parte, anche Pechino sta già da tempo preparando la contromossa contro Washington con un’opzione tutt’altro che rassicurante: quella militare.

 

La pensa così, almeno, il professor Huang Jim della Lee Kwan Yen School of Public Policy di Singapore, presente allo scorso Forum Ambrosetti di Cernobbio e protagonista di un incontro a porte chiuse (dalle quali, però, alla fine filtra sempre qualcosa): «La spesa militare cinese sta salendo così tanto da aver superato di fatto la sua strategia. I giovani ufficiali dell’esercito stanno prendendo il controllo e la situazione ricalca un po’ quanto accadde nell’esercito giapponese negli anni Trenta. Stanno pensando a cosa possono fare, non a cosa dovrebbero fare. E questo è molto pericoloso perché sono tutti decisamente in rotta di collisione con l’idea di un sistema a dominazione statunitense».

 

Stessa idea anche per il professor Niall Ferguson della Harvard University, inserito da Time Magazine tra le “100 persone più influenti al mondo”, secondo cui «il matrimonio Chinamerica si sta molto raffreddando. La Cina cresce del 10%, gli Usa hanno il tasso di disoccupazione al 10%. Non mi paiono queste le basi per un matrimonio felice». Non pensate a eserciti schierati o all’incubo di una guerra navale tra flotte, il rischio futuro è quello del cosiddetto cyberwarfare: e il fatto che gli Usa e la loro difesa dipendano da microchip cinesi non appare un bell’inizio.

 

Il Mar Giallo e soprattutto il Mare della Cina del Sud, strategico per Pechino quanto il Tibet e Taiwan, per ora rappresentano ancora la scacchiera di questo risiko simulato di provocazioni. Alla fine di luglio, l’ammiraglio Mike Mullen, si è espresso in questo modo riguardo la situazione: «Prima ero curioso rispetto a quanto i cinesi stessero facendo, ora sono preoccupato da quanto stanno facendo. Mi pare che stiano dando vita a un approccio molto più aggressivo. Come non notare i notevoli investimenti che hanno compiuto in equipaggiamenti a lungo raggio come satelliti, navi, missili anti-nave e ovviamente aerei a lunga percorrenza e tutto questo tipo di armamenti. Stanno spostando il loro focus strategico dalle forze di terra a quelle navali e aeree».

 

Tre settimane fa un sottomarino cinese ha piantato una bandiera cinese sul fondo navale del Mare della Cina del Sud a 4mila metri di profondità: qualcosa più di un atto dimostrativo, una dichiarazione di intenti. Per il professor Huang, «l’impero ha perso il controllo dei suoi ufficiali e questa è la motivazione per la quale gli imperi cinesi sono sempre crollati nella storia». D’ora in poi, quando sentite parlare di export trainante, crescita record, yuan sottovalutato, riserve diversificate, interdipendenza Usa/Cina e quant’altro, pensate a cosa sottende tutto questo. La Cina potrebbe voler rischiare l’azzardo, gli Usa in default ormai quasi conclamato potrebbero non aver nulla da perdere da questa opzione. Sembra follia ma è una follia a cui entrambi, nemmeno con troppa cautela e calma, sembrano prepararsi.

 

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P.S. Scusate l’incursione finale nel contingente ma questa è davvero splendida: «L’oro può essere una nuova bolla, la madre di tutte le bolle», questo il giudizio illuminato dello speculatore travestito da filantropo, George Soros. «L’oro è attualmente l’unico bene i cui prezzi sono in rialzo e potrebbe continuare a salire», osserva ancora Soros, detentore di parecchie posizioni al riguardo.

 

Preoccupato sarebbe anche l’ex presidente della Fed, Alan Greenspan, il gran visir della crisi globale, per il quale è «un campanello d’allarme». Bene, stando ai pareri raccolti da ilsussidiario.net tra gli analisti del settore, il rally dell’oro potrebbe continuare e toccare – e forse, superare – il record di 1901 dollari l’oncia, toccato nel 1980, trascinato dalle mosse di paesi come il Giappone, intenzionati a svalutare la propria moneta, e dall’incertezza sui mercati.

 

D’altronde, se il bear market dell’oro è durato 21 anni, perché oggi non dovrebbe invece continuare a salire per qualche tempo? I fondamentali aurei, infatti, sono solidissimi e i paper assets sono visti come il diavolo dagli investitori: «Finché Bernanke e i suoi continueranno a pensare che stampare moneta è la cura di ogni malattia economica, l’oro è destinato a salire». Il problema, però, è anche nella natura intrinseca dell’oro: un’obbligazione paga le cedole, un’azione distribuisce dividendi, l’oro invece non genera alcun reddito fino all’atto della vendita.

 

L’oro, però, per le sue caratteristiche di scarsità e non deperibilità (il petrolio viene estratto e consumato, l’oro no) si è trasformato sia nella misura (merci scambiate contro moneta a base aurea), sia nella riserva del valore (oro tesaurizzato in vista di tempi incerti). Oggi, dopo l’abbandono della parità aurea nel 1971 da parte di Roosevelt su pressione di Charles De Gaulle, il motore dell’oro e della sua corsa, a livello strutturale, è altro.

 

I mercati delle obbligazioni proteggono dall’inflazione in modo indiretto, attraverso la variazione dei rendimenti richiesti; le obbligazioni indicizzate proteggono invece dall’inflazione in modo diretto. L’acquisto di oro contro l’inflazione, oggi, non ha invece senso. Ha senso invece il suo acquisto a protezione dalla crisi, visto che pur esistendo attività che svolgono lo stesso ruolo, la gente sfugge dalla financial paper dopo essersi scottata.

 

Inoltre – e soprattutto – nei paesi di nuova e forte industrializzazione come Cina e India, chi vuole proteggere la propria recente ricchezza sceglie di comprare oro: innanzitutto, perché l’oro non è un’attività finanziaria complessa e ha un costo di custodia molto basso. Inoltre, l’oro è una riserva sicura in caso di inaffidabilità politica nella difesa dei diritti di proprietà, non convertibilità della moneta o mancanza di mercati finanziari sofisticati (in questo caso, è la sfiducia negli stessi a fare da driver).

 

In conclusione, il motore della domanda di oro sono l’industrializzazione record dell’Asia e la sua volontà di proteggere quella ricchezza. Con buona pace delle castronerie sparate da George Soros.

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