FINANZA/ 1. C’è una crisi “greca” che minaccia l’Italia

- Mauro Bottarelli

In Grecia la gente preleva dalla banche per sopravvivere mentre la Bce continua a finanziare il Paese. Quando il circolo vizioso si spezzerà l’effetto domino potrebbe coinvolgere numerosi Stati europei. Il commento di MAURO BOTTARELLI 

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Jean-Claude Trichet (Foto Imagoeconomica)

A parte queste pagine, trovate notizie da qualche parte sulla tanto disastrata e vituperata Grecia? Il paese che stava mandando a gambe all’aria non solo l’euro ma la stessa stabilità dell’Europa sembra sparito: va tutto bene, Fmi e Ue hanno detto che il piano di austerity del governo prosegue bene e hanno sbloccato la seconda tranche di aiuti, le aste di bond governativi vanno a gonfie vele. Insomma, problema risolto. Non è proprio così e lo vedremo.

Ma partiamo dal vertice della piramide europea, ovvero dalla Bce, la quale ieri ha deciso di estendere la rete di salvataggio di liquidità, di fatto ritardando la exit strategy dalle politiche d’emergenza visto che la ripresa appare quanto agitata e le banche dei paesi periferici rimangono vulnerabili. Di più, un simposio di 78 economisti interpellati da Reuters hanno risposto all’unanimità che la Bce lascerà i tassi all’1 per cento per il sedicesimo mese di fila in settembre e l’aspettativa media per un rialzo si sposta all’ultimo trimestre del 2011.

Il Governing Council della Banca centrale europea dovrebbe quindi mantenere fondi illimitati per prestiti agli istituti bancari almeno fini all’inizio del prossimo anno, garantendo una lifeline alle banche di paesi come Spagna, Irlanda e Grecia: non a caso gli istituti di questi paesi sono stati protagonisti di prestiti record dalla Bce negli ultimi mesi.

Abbiamo già parlato sia del downgrade dell’Irlanda da parte di Standard&Poor’s sia dello spread record tra decennali e irlandesi e bund tedeschi e questo si concretizza in una sola cosa per gli analisti: la Bce, esattamente come tutte le altre banche centrali, deve pensarci non una ma dieci volte prima di ritirare le misure di supporto. Non a caso, la Fed sta pensando a un secondo piano di quantitative easing anche per evitare i prospettati tracolli borsistici per l’autunno/inverno.

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 «Certamente Trichet non sarà felice di questo ma non posso immaginare che prenda altra decisione. Le porte del credito resteranno aperte per tutto l’anno, dopodiché seguirà una graduale exit strategy», ha dichiarato Erik Nielsen di Goldman Sachs. Anche perché, nonostante la Bce sembri intenzionata ad alzare le prospettive di crescita, questa decisione appare motivata unicamente dal secondo trimestre record della Germania e non su chiare linee macro per il futuro dell’eurozona.

«Le speranze della Bce che i risultati degli stress test riportassero fiducia nei mercati è già evaporata», dichiara netto Jacques Cailloux, economista di Rbs, secondo cui «la rinnovata debolezza che stiamo vedendo nei mercati dell’export chiave potrebbe trasformarsi in preoccupazione riguardo una più generale debolezza sul fronte economico». L’Inflazione nell’Eurozona appare, dagli indicatori, ancora moderata attorno all’1,5-1,6 per cento ma il fatto che il potente sindacato metalmeccanico tedesco IgMetall abbia chiesto aumenti salariali del 6 per cento sembra parlare un’altra lingua.

A questo uniamo il fatto che alla fine di settembre le banche europee dovranno affrontare una pesante sfida di liquidità quando dovranno ripagare 225 miliardi di fondi a 12, 6 e 3 mesi oppure dar vita a roll over in scadenze più brevi. Insomma, prospettive non proprio rosee per l’Europa, anche alla luce del richiamo del Fondo Monetario Internazionale rispetto all’ammontare del debito di alcuni paesi, tra cui l’Italia, il cui livello starebbe raggiungendo il punto di non ritorno, ovvero l’ingestibilità.

 

Ora, passiamo dal quadro generale alla Grecia, primo tassello del domino. Per capire come vanno le cose basta chiedere ai dipendenti pubblici, i quali stanno utilizzando i propri risparmi per vivere visto che gli stipendi non bastano più: insomma, i cittadini stanno generalmente mettendo mano al proprio “tesoretto”, impoverendosi e facendo venire a mancare depositi alle già esangui banche elleniche: si parla di un 9 per cento in meno dalla fine del 2009, tra cittadini costretti a ritirare e correntisti abbienti che spostano il capitale all’estero.

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I dipendenti pubblici, che hanno già subito due tagli salariali, ora dovranno affrontare tre anni di congelamento salariale e pagare il conto, inoltre, dell’aumento dell’Iva dal 19 al 21 per cento e della pressione fiscale su carburante, alcool e tabacco. D’altronde, l’economia greca si contrarrà del 4 per cento quest’anno e del 2,6 il prossimo, basandoci però sulle ottimistiche stime del governo greco dello scorso maggio.

Il trend negativo per “main street” è confermato da Gikas Hardouvelis, capo economista alla EFG Eurobank Ergasias SA di Atene: «Sembra che i risparmiatori privati abbiano cominciato ad attingere ai loro risparmi per compensare le ridotta disponibilità di introito causata da contrazioni salariali, alta tassazione e alto tasso d’inflazione. In generale, i depositi corporate e privati a giugno sono scesi per il sesto mese di fila a 216,5 miliardi di euro da 238 milioni di euro alla fine del 2009, stando alle cifre fornite dalla Banca di Grecia».

 

Il problema, però, oltre che sociale è strutturale per il sistema poiché le banche greche sfruttano i depositi per sovvenzionare i prestiti alla clientele e ogni prelevamento li costringe a prendere in prestito più denaro dalla Bce visto che il mercato monetario resta chiuso a doppia mandata.

 

L’outflow di depositi nel secondo trimestre ha costretto, ad esempio, la National Bank of Greece SA (NBG) ad aumentare i prestiti richiesti alla Bce di 6,4 miliardi di euro raggiungendo la cifra di 21,3 miliardi rispetto ai primi tre mesi dell’anno, stando a calcoli presentati da Tania Gold, analista di UniCredit a Londra, secondo cui «con questo ritmi non stupisce affatto il dato di una sempre crescente dipendenza dalla Bce».

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Il finanziamento cumulativo della Banca Centrale Europea verso gli istituti greci ha toccato i 96,2 miliardi nel mese di luglio, più del 2,5 per cento rispetto al mese precedente e del 94 per cento rispetto alla fine dello scorso anno, quando toccò quota 49,7 miliardi, stando al report preparato da Manos Giakoumis, direttore della ricerche per Euroxx Securities SA.

 

Il problema è che le banche greche non possono sperare di vivere alle spalle della Bce per sempre, visto che questo denaro è molto più a buon mercato di un deposito a termine ma la politica di easing dovrà finire prima o poi: a quel punto, o si torna a cercare denaro sul mercato (a quale prezzo, visto i rischi, è facile desumerlo) o si cerca di attirare depositi per assicurarsi i fondi di base.

 

Non a caso le azioni delle banche greche sono quelle che hanno performato peggio tra le 54 compagnie tracciate da Bloomberg Europe Banks and Financial Services Index quest’anno: National Bank ha perso il 44 per cento, Alpha Bank e Eurobank il 36 per cento mentre Piraeus Bank SA, che non è presente nell’indice, è crollata del 49 per cento. Insomma, una situazione da mani nei capelli.

 

«L’ambiente macro-economico persistentemente negativo in Grecia e il processo di restringimento della liquidità sia privata che corporate ha portato a una contrazione del 6 per cento dei depositi nella prima metà dell’anno», ha reso noto National Bank, che controlla un terzo dei depositi di risparmio del paese in quel periodo, lo scorso 27 agosto.

 

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Insomma, in Grecia i lavoratori non mettono i soldi in banca, prelevano i soldi in banca. L’Argentina, di fatto, è cominciata così: non a caso, circolano voci in ambienti finanziari che il governo greco intenda imporre restrizioni sul prelevamenti nel corso dei prossimi mesi. A quel punto, la tensione sociale potrebbe non essere più gestibile. E il rischio di contagio diverrà davvero alto.

 

 

P.S. E se il contagio dovesse partire, l’Italia rischia di pagare il conto più salato. Guardate questo link: Vi sono segnalate le dieci entità – Stati come aziende – con maggior esposizione verso contratti cds da copertura del rischio al 28 agosto scorso: l’Italia è al primo posto con circa 6.600 contratti aperti per un controvalore di oltre 25 miliardi di dollari, al secondo la Germania con 2200 contratti aperti per un controvalore di 15 miliardi dollari e al terzo la Spagna con 4400 contratti e un controvalore di 14 miliardi e 700 milioni di dollari.

 

Poi, a seguire, Brasile, Francia, General Electric Capital Corporation, Cds sui prestiti, Cds su securities legate al settore immobiliare, il Regno Unito e l’Austria. Tutti catastrofisti come il sottoscritto anche alla ISDA Marketplace?

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