FINANZA/ Chi c’è dietro ai rialzi di oro e argento?

- Mauro Bottarelli

Il fatto che oro e argento viaggino su nuovi record nominali sul dollaro, spiega MAURO BOTTARELLI, fa capire che qualcosa di grosso bolle in pentola sui mercati

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Foto Imagoeconomica

La resa dei conti, forse, stavolta è davvero vicina. La speculazione sente odore di sangue e il fatto che oro e argento viaggino su nuovi record nominali sul dollaro fa capire che qualcosa di grosso bolle in pentola: l’oro ha sfondato quota 1500 dollari l’oncia mentre l’argento, dopo aver rotto il supporto di 40 dollari l’oncia, ieri era trattato a 46,25, entrando in area di interesse per i chartisti dei 50 dollari l’oncia.

Sui mercati è ormai chiaro che, al di là della domanda e del boom dei prezzi delle commodities garantito dai fiumi di denaro a costo zero della Fed, siamo in presenza di uno short squeeze da parte di un miliardario o di uno Stato interessato a mettere in corner il mercato dell’argento. Qualcuno, forse abbagliato dall’ottimismo, vede l’argento destinato addirittura alla tripla cifra come nel 1980, quando arrivò al record di 130 dollari l’oncia.

Come abbiamo già detto e trattato, le enormi posizioni short detenute da grandi banche, JP Morgan Chase in testa, e la contemporanea scarsità di metallo fisico sul mercato, potrebbero condurci a breve verso lo short squeeze, stante la volontà disperata di molti di chiudere le posizioni futures prima di subire il classico bagno di sangue. Ma chi muove davvero i fili? Negli anni Ottanta furono i fratelli Hunt, nel 1998 fu Warren Buffett: e oggi? Di certo c’è soltanto che durante gli ultimi 12 mesi il prezzo dell’argento è salito del 154%, stracciando i rialzi di oro (32%), petrolio (45%) e grano (65%), quindi il fatto che sia in atto uno squeeze del mercato è più che probabile.

A confermarlo ci pensa poi il dato più utile, ovvero la ratio tra il prezzo dell’oro e quello dell’argento (ovvero il prezzo di un’oncia d’oro diviso per quello di un’oncia di argento), scesa a 33,5 dopo aver viaggiato tra 60 e 70 per tutta la scorsa decade. L’ultima volta che questa ratio è scesa a livelli tali era proprio il 1998, quando Warren Buffett accumulò un’enorme posizione nel mercato dell’argento, portando il prezzo a un aumento del 90% in pochi mesi, raggiungendo il record decennale dell’epoca di 7,90 dollari l’oncia. Oggi viaggiamo tra i 45 e 46 dollari l’oncia.

Un banchiere d’affari interpellato dal Financial Times non nega che qualcosa sia in agguato nell’ombra: «C’è odore di qualcuno con un significativo programma di acquisto. Quello dell’argento è il tipo di mercato che ogni dieci anni attrae qualcuno». A conferma del grande vecchio e della sua lunga mano, ci sono anche le cifre: stando all’agenzia di consulenza Gfms, il mercato dell’argento era in surplus di 178 milioni di once lo scorso anno. Certo, quel surplus è stato divorato dagli investitori, ma la scorsa settimana, nonostante il prezzo salisse, molti operatori hanno tagliato le loro scommesse al rialzo sul mercato dei futures Usa per ben l’8,4%.

A Londra circolano tre teorie: 1) un miliardario russo; 2) un programma di acquisto segreto di argento da parte della Banca del Popolo cinese; 3) traders cinesi che utilizzano l’import di argento come collaterale per ottenere credito, operazione già fatta con il rame. Vero? Falso? Qualcuno ci crede, qualcun’altro pensa che i prezzi siano giustificati dalla forte domanda industriale, ma anche commerciale di Cina, India e Stati Uniti.

D’altronde, i banchieri d’affari e i traders di solito lavorano con grandi investitori e quindi vedono poco del flow di argento verso investitori retail o consumatori industriali, per questo faticano a trovare il focus della situazione attuale. Una cosa è certa, però: trattandosi di una bolla speculativa, una secca correzione non è da escludere, come ci insegna la storia. Dopo lo squeeze dei fratelli Hunt nel 1980, il prezzo dell’argento crollò dell’80% in quattro mesi, mentre dopo quello di Warren Buffett nel 1998 il prezzo calò del 40% e l’anno seguente la Berkshire Hathaway conobbe il peggior risultato annuale, relativo all’indice S&P 500.

Fin qui l’argento. E l’oro? Stando al giudizio di un panel di 12 analisti interpellati da Reuters, il rally dell’oro potrebbe proseguire per altri quattro anni e raggiungere tranquillamente i 1700 dollari l’oncia, crescita relativamente “bassa” se diluita nel lasso di tempo preventivato, poiché se l’inflazione aiuterà il prezzo a crescere, i forti guadagni degli ultimi mesi verranno temperati non appena l’economia mondiale comincerà a migliorare (succederà, prima o poi). Insomma, da qui al 2015 un altro 12,7% di aumento dal record di ieri di 1508 dollari l’oncia. Inoltre, il prezzo record è supportato dai timori per il debito sovrano europeo, l’instabilità in Medio Oriente e i rischi per le finanze pubbliche statunitensi, denominate ovviamente in dollari, altro bene rifugio per antonomasia, oggi ai minimi pre-crisi.

Per l’analista David Lennox, «gli Stati Uniti hanno già di fatto perso il rating AAA agli occhi degli investitori, un qualcosa già visto anni fa, quando l’oro sfondò per la prima volta quota 1000 dollari l’oncia». Insomma, con cifre e prospettive simili molti potenziali investitori penseranno di aver perso definitivamente il treno per buoni ritorni, ma qualcuno non è d’accordo, visto che i vari fronti di instabilità presenti nel mondo vengono valutati come elementi di aiuto a ulteriori crescite.

Per Evy Hambro, che gestisce il BlackRock World Mining Fund, «i prezzi dell’oro potrebbero continuare a salire per parecchi anni in futuro. Guardando ai fondamentali sottostanti dell’oro, scopriamo che sono tutti molto supportivi dei prezzi attuali e anche di prezzi superiori a quelli che stiamo trattando oggi. Noi ci aspettiamo graduali ma positivi aumenti del trend di prezzo dell’oro nel prossimi anni. Penso che le incertezze che vediamo attorno a tassi d’interesse, politiche espansive, a cosa la paper money potrà comprare in futuro, sono tutti elementi di aiuto per l’oro da un punto di vista finanziario».

Ma oltre a questo c’è anche la semplice domanda del consumo a creare un supporto: il World Gold Council, un’organizzazione con sede a Londra che promuove l’uso di questo metallo, ha recentemente stimato che fino al 2020 la domanda cumulativa annuale di oro in India, il mercato più grande per i gioielli a livello globale, crescerà di 1200 tonnellate. Per il Council, «la continua e rapida crescita dell’India avrà un impatto significativo su guadagni e risparmi della gente, un qualcosa che farà aumentare gli acquisti di oro del 3% all’anno da oggi alla prossima decade. Nel 2010, la domanda di consumo annuale ha raggiunto in India le 963,1 tonnellate e come abbiamo imparato dal passato, la domanda d’oro indiana non è mossa dal prezzo del metallo, ma dall’andamento di guadagni e risparmi della gente».

Anche per Mark O’Byrne, fondatore della GoldCore di Dublino, una compagnia che opera come broker e gestisce anche una branca di investimento, la forte domanda dei consumatori indiani e cinesi sarà il driver di lungo termine per prezzi dell’oro sostenuti: in Cina, d’altronde, i cittadini non hanno potuto possedere oro dal 1950 al 1982, anche se significativi quantitativi erano detenuti in segreto a Hong Kong e Singapore. Il trading di oro commerciale è ripartito solo nel 2003, ma solo negli ultimi tre, quattro anni l’aumento della classe media ha reso l’acquisto di gioielli e monili in oro un lusso che parecchi possono permettersi, espandendo la domanda in un mercato enorme come quello cinese.

Per O’Byrne, poi, l’oro è sì ai record nominali, ma deve ancora fare strada per raggiungere i massimi reali del passato: quindi, margine. All’inizio degli anni Ottanta, infatti, l’oro raggiunse i 2400 dollari l’oncia in termini reali aggiustati all’inflazione e per raggiungere quei picchi, il livello attuale dovrebbe vedere un aumento a circa 2200 dollari l’oncia, anche se per O’Byrne il price target di lungo termine dovrebbe essere 2400 dollari l’oncia. Inoltre, GoldCore ritiene che l’oro non debba essere valutato solo come una speranza temporanea di alti profitti, ma detenuto sempre in un portafoglio di investimenti almeno per il 5%, come scudo contro inflazione e fluttuazioni di valute e azioni.

Per Gavin Wendt, co-fondatore dell’australiana MineLife, «con i tassi di interesse ancora bassi in molte nazioni, non c’è motivo per non possedere oro, visto che il metallo offre i migliori ritorni sul mercato. La crisi del debito europea e l’instabilità in Medio Oriente sono la tempesta perfetta per i metalli preziosi, oro e argento in testa».

 

P.S. Questo articolo, come tutti gli altri da me scritti, non va assolutamente letto come un consiglio di investimento, ma unicamente come pura informazione. Prima di investire, chiedete sempre un parere a un professionista del ramo o alla vostra banca.

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