FINANZA/ Così i nuovi guai dell’Ue spingono l’Italia verso il baratro

- Mauro Bottarelli

Le ultime aste dei titoli di Stato stanno evidenziando una crescente difficoltà dell’Italia, che sui mercati rischia di rimanere schiacciata dai problemi dell’Ue

Bandiere_Italia_EuropaR400
Foto Imagoeconomica

La data del 2 agosto appare sempre più simile a quella del 21 dicembre 2012, ovvero la fine del mondo stando alle profezie dei Maya. Nei precedenti articoli mi sembra di avervi spiegato diffusamente il perché la situazione statunitense è grave (ma non certo per contingenze venutesi a creare nel breve periodo, bensì per scelte sbagliate incancrenitesi negli anni), ma tutt’altro che catastrofica.

Ben più seria appare invece la condizione in cui versa l’Europa e il nostro Paese in particolare. Per il terzo giorno consecutivo, infatti, il mantra è stato quello di Borsa in ribasso e rendimenti in rialzo. All’asta di Btp triennali e decennali tenuta ieri dal Tesoro, infatti, per rifinanziare il nostro debito abbiamo dovuto pagare il 4,80% per l’obbligazione a tre anni, massimo dal luglio 2008, e il 5,77% per quella a dieci anni.

Ha retto la domanda, che ha raggiunto 4,597 miliardi per il nuovo Btp luglio 2014 (in asta per un ammontare fra 2,5 e 3,5 miliardi) e 3,7 miliardi per il 2021 (offerto fra due e tre miliardi), ma è esploso il premio di rischio. Lo spread decennale italiano è volato a 335 punti sul Bund, sui livelli precedenti al vertice Ue che ha deciso il nuovo salvataggio greco, dimostratosi come dicevamo dalla prima ora, un fallimento totale.

Facciamo un breve riepilogo dei risultati delle aste di questa settimana, tanto per rendere più nitido il quadro: il rendimento del triennale è salito dal 3,68% al 4,8%, quello del bond a 7 anni dal 3,38% al 4,65%, quello a 4 anni dal 3,17% al 4,58% e il decennale dal 4,94% al 5,77%. Insomma, un mezzo bagno di sangue, ma, soprattutto, livelli non gestibili nel medio termine. E come rispondono il Paese e il ministro delle Finanze a questo attacco in piena regola? Ponendo la fiducia sul cosiddetto “processo lungo”: foste degli speculatori, non vi gettereste a pesce anche voi? Tanto più che il governo, in sede di manovra finanziaria, ha deciso un’accelerazione delle privatizzazioni, ponendo in vendita quote nelle municipalizzate, azioni di Enel, Eni e Finmeccanica e promettendo premi ai Comuni che vendono.

Guarda caso, ieri, Finmeccanica è crollata del 15% in Borsa: non suona nessun campanello d’allarme a Roma? E che dire di Unicredit e Intesa San Paolo, da giorni abbonate all’eccesso di ribasso e con capitalizzazione così bassa da poter essere comprate in un boccone e senza sforzo da qualche fondo, sovrano o meno che sia. Ma si sa, i politici hanno altro a cui pensare. Qualcuno ai processi, qualcuno all’affitto da (non) pagare. E proprio per queste stranezze, ieri nel corso dell’asta di Btp sui mercati è circolata l’indiscrezione di imminenti dimissioni da parte di Giulio Tremonti: detto fatto, spread e rendimenti alle stelle.

Il mercato, a differenza della politica, non fa sconti, né chiude un occhio. Appare però inaccettabile che il ministro dell’Economia, nel pieno di un bailamme simile, non parli chiaramente ai mercati e si limiti ad annullare l’asta di titoli di Stato a medio e lungo termine prevista per metà agosto, trincerandosi dietro la “liquidità sufficiente” e “le venute meno esigenze di finanziamento”. Quell’asta è stata annullata per timore di rendimenti stellari e di un record dello spread, anche perché agosto conosce in Borsa volumi bassi e poca liquidità, quindi anche la mossa di un singolo, grosso player può creare sconquassi prodromici al picco degli yields.

Tutto questo, considerando che il clima da avversione al rischio ha portato i tassi sul Bund ai minimi di tutti i tempi (2,62% sul decennale tedesco). Il mio timore è che un agosto senza emissioni obbligazionarie, a fronte di una necessità di rifinanziamento pari a 68 miliardi per agosto e settembre ma con tassi di mercato alle stelle, porterà con sé a ottobre una bella manovra correttiva che toccherà immobili e conti correnti, intervento già ritenuto necessario pochi giorni fa da Giuliano Amato, uno che di queste cose se ne intende. Il tutto, poi, condito con l’irrituale e quasi senza precedenti appello congiunto delle parti sociali al governo in nome della discontinuità, in parole povere un’elegante mozione di sfiducia firmata da tutti, tranne che dalla Uil di Angeletti.

Ma non basta. Tre giorni fa abbiamo scoperto che Deutsche Bank ha scaricato quasi completamente le sue esposizioni al debito italiano, passando da 8 miliardi di euro a meno di 1, quasi interamente acquistando nostri credit default swaps sovrani: ecco sfatata anche la favola degli speculatori cattivi, sono le banche europee a mettere le ali ai nostri cds utilizzandoli come hedging. Se poi veniamo agli indicatori di outlook economico del nostro Paese, la situazione trascende. L’indice manifatturiero è sceso per il quarto mese di fila a luglio, varcando al ribasso al linea di contrazione di 100: Confindustria ha confermato che la crescita in questo trimestre sarà quasi nulla, facendo notare come l’aumento dei tassi operato dalla Bce sia «un ostacolo per la ripresa e un elemento di aggravamento dei problemi per i debitori».

Il deficit di conto corrente è lentamente deteriorato negli ultimi quindici anni ed è ora al 3,5% del Pil, nonostante la compressione della domanda interna. Insomma, una situazione grave di cui siamo interamente responsabili, ma che ha visto grandemente operativi nel renderla ancora peggiore i nostri partner europei, la cui scelta di tramutare l’Efsf, il fondo salva-Stati, in una sorta di bancomat per salvare la Grecia – e di riflesso, grazie all’abbassamento dei tassi d’interesse, Portogallo e Irlanda – ha messo proprio Italia e Spagna nel mirino dei mercati, i quali oramai parlano chiaramente della necessità di espandere la disponibilità monetaria dell’Efsf ad almeno 1,5 trilioni di euro per garantire operatività sul mercato obbligazionario secondario in caso di bisogno da parte di Roma e Madrid.

Ma così non sarà e lo ha detto chiaro e tondo, a Borse aperte e subito prima dell’asta del Tesoro di mercoledì, Wolfgang Schauble, ministro delle Finanze tedesco, il quale ha dichiarato che l’Efsf non avrà carta bianca per l’acquisto di bond governativi sul mercato secondario. Insomma, la Germania sta facendo il doppio gioco, dicendo una cosa a Bruxelles e un’altra in patria, dove la firma al secondo salvataggio è stata accolta con toni furenti sia dai Liberali che dalla Bundesbank, ponendo sotto fortissima pressione politica la coalizione guidata da Angela Merkel.

Insomma, l’estate vedrà i mercati testare la tenuta non solo dei conti pubblici dei vari Stati, ma anche della stessa Unione europea (in attesa, poi, che a settembre la Corte costituzionale tedesca si pronunci sulla liceità del salvataggio greco), la quale da mercoledì ha un altro problema che si chiama Cipro, il cui rating è stato degradato da Moody’s da A2 a Baa1 a causa del «frazionamento politico e dell’esposizione alla Grecia». E nonostante il debito sia al 70% del Pil, quindi gestibile, la crescita è a zero e il deficit di budget quest’anno potrebbe toccare il 7%: tutti indizi che ci fanno pensare che Nicosia sarà la quarta a mettersi in fila davanti alla porta di Bruxelles per chiedere aiuto.

A quel punto, dei 440 miliardi di euro dell’Efsf, resterebbe molto meno della metà. E si sa, Italia e Spagna per i mercati sono “too big to bail-out”. Eppure, si continua a guardare il dito americano invece della luna europea.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori