GEOFINANZA/ Ecco perché anche la Francia comincia a tremare

- Mauro Bottarelli

Dopo Italia e Spagna, anche la Francia comincia ad avvertire i primi segnali di rischio su titoli di Stato e delle sue banche. L’analisi di MAURO BOTTARELLI

Trader_Monitor_AnalisiR400
Foto Ansa

Ma che succede in Francia? Anzi, cosa succede “attorno” alla Francia? Già, perché nonostante le rassicurazioni di governo e agenzie di rating riguardo la tenuta dei conti e la valutazione AAA, ancora ieri nuvole nere si sono addensate sull’indice CAC 40 della Borsa parigina, trascinata al ribasso dai titoli bancari, Societe Generale e Bnp Paribas in testa. Ma non solo. I credit default swap sulla Francia e sulle principali banche del Paese hanno toccato nuovi record ieri mattina sulla scia delle inquietudini riguardo la solidità finanziaria del Paese e degli istituti. Il cds sulla Francia è arrivato a 176,3 punti base, dato che significa che per assicurare 10 milioni di dollari di debito dello Stato francese a cinque anni, servono 176mila dollari.

In un mese il balzo è stato di circa 54 punti base. Anche i cds sulle banche francesi sono saliti a nuovi massimi storici, ben oltre i livelli toccati durante la crisi finanziaria del 2008. In particolare, il cds su Societe Generale è salito fino a 371 punti base, lontano dai 150 di fine 2008 e i 200 raggiunti a maggio 2010. Per Bnp Paribas i cds sono arrivati a 237,6 punti base per poi riportarsi a 229 punti base, mentre finora il livello si era sempre mantenuto tra 100 e 150. Per Natixis, i cds sono a 192,7 punti base, ma in questo caso non si tratta di un record, visto che dopo il crac di Lehman Brothers nel 2008, avevano toccato punte tra 300 e 350 punti base.

Insomma, qualcosa scricchiola oppure a qualcuno, leggi fondi speculativi, fa comodo far credere che il sistema bancario francese sia in pericolo poiché sta scommettendoci contro al ribasso, magari attraverso il naked short, ovvero prendendo a prestito il titolo sperando di ripagarlo quando il prezzo sarà crollato traendo un profitto? Propende certamente per la seconda versione il governatore della Banca di Francia, Christian Noyer, che ha giudicato infondate le voci di difficoltà degli istituti: «I livelli di capitalizzazione delle banche francesi sono adeguati e le attuali turbolenze sui mercati finanziari non intaccheranno la forza del nostro sistema bancario. La capacità di reperire liquidità a lungo e medio termine degli istituti è perfettamente soddisfacente» .

Dello stesso avviso anche l’amministratore delegato di una delle banche finite nell’occhio del ciclone, Frederic Oueda di Societe Generale, secondo cui «è sorprendente il fatto che il downgrade di un notch di un Paese debba per forza portare con sé il fatto che il giorno dopo sia per forza il turno di qualcun’altro. È uno strano modo di pensare alla situazione dell’economia». Oueda, inoltre, non ha voluto commentare «i rumors stupidi e infondati» riguardo le necessità di finanziamento del principale azionista della sua banca, la società assicurativa e asset manager Groupama, fatto che potrebbe intaccare la solvibilità dell’istituto.

In compenso, ha chiesto alle autorità francesi di investigare su come questi rumors siano cominciati. Già, perché chi li abbia messi in giro lo si sa benissimo, il tabloid domenicale britannico Mail on Sunday, che cinque giorni fa pubblicava un articolo riguardo la necessità per Societe Generale e Unicredit di un piano di salvataggio nazionale, a cui i governi francese e italiano si starebbero già attrezzando per intervenire. Apriti cielo, sale trading in fibrillazione e titolo in caduta libera. Peccato che il giorno dopo l’indirizzo mail a cui era linkato l’articolo dicesse che la pagina non era esistente oppure non più disponibile e ieri lo stesso Daily Mail abbia pubblicato un articolo di scuse formali a Societe Generale (ma non a Unicredit), in cui ammetteva che «in un articolo apparso nell’edizione di stampa e nella versione on line di domenica 7 agosto 2011, è stato suggerito che secondo alcune fonti Societe Generale, una delle più grandi banche europee, era in una situazione pericolosa e sull’orlo del disastro. Tutto ciò non corrisponde alla realtà e senza riserve ci scusiamo con Societe Generale per qualsiasi imbarazzo causato».

Un po’ tardive come scuse, visto che in mezzo ci sono stati tre giorni di contrattazioni che hanno visto gli speculatori che operano nelle dark pools, ovvero nella piattaforme di trading non regolamentate delle banche d’affari, beneficiare del panico degli investitori “normali” che hanno scaricato le azioni del colosso del credito sull’onda delle panzane propinate dal Mail on Sunday e fatto il gioco di chi scommette al ribasso. A mio avviso, il tabloid britannico dovrebbe oltre alle scuse non solo pagare anche come risarcimento danni a Societe Generale il corrispettivo di quanto perso in capitalizzazione da lunedì a giovedì, ma anche rispondere in sede penale di insider trading, false informazioni ai mercati e turbativa degli stessi.

È ora di finirla, infatti, con certa stampa che si permette di scrivere falsità sui bilanci degli istituti o sui conti pubblici degli stati, innescando disastri sui mercati salvo poi cavarsela con una letterina di scuse come quella che potrebbe lasciarvi sotto il tergicristalli chi vi tampona la macchina parcheggiando. La situazione sui mercati è drammatica, non è più tempo di indulgenza verso chi fiancheggia la speculazione. La quale ha sì un ruolo fondamentale per scoprire le magagne di banche e aziende bugiarde e prezzarne il rischio per gli investitori, ma in momenti come questi rischia di scatenare reazioni a catena che non si sa cosa possano avere per epilogo.

Il giochino, d’altronde, è semplice e tutto in mano a computer potentissimi e algoritmi, competitor contro cui anche il trader umano più bravo o il ministro delle Finanze migliore nulla possono. È l’High frequency trading o anche “black box trading”, strategia di investimento in grado di analizzare dati e transare ordini in grandissime quantità e ad altissima velocità. Esattamente come un giocatore di poker che utilizza lo specchio sul muro per vedere le carte degli avversari, l’Hft permette al trader di sbirciare gli ordini più grossi in entrata e scavalcarli sul tempo per ottenere profitti al massimo. Con il passare del tempo l’Hft è divenuto la forza trainante della Borsa, capace di muovere il massimo volume di scambio, ma anche, e soprattutto, garantire la più larga porzione di profitti: pesa per il 60% del mercato equity statunitense e per più del 25% su quello della London Stock Exchange.

Ad aggravare la situazione, poi, ci si mette il fatto che ultimamente non sono più oggetto dell’Hft solo le cosiddette “penny stocks”, ma veri e propri pezzi da novanta come Apple, Ibm, BofA (che lunedì e mercoledì infatti ha pagato pesantemente dazio all’Hft e alle dark pools) e soprattutto il titolo dei titoli, l’Etf Spy, quello che replica lo Standard&Poor’s 500. Ci sono poi altri due discrimini finali che rendono questi soggetti i veri regolatori del mercato: primo, a differenza delle Borse regolamentate, gli operatori Hft operano 24 ore su 24 e, anzi, soprattutto quando la Borsa di New York è chiusa e le azioni sono poco trattate e facilmente manipolabili; secondo, la rapidità di intervento. La Tradebot di Kansas City, uno dei principali trader Hft, non ha conosciuto un solo di giorno di perdita fino al 2008 e le posizioni, di solito, venivano aperte e chiuse nell’arco di 11 secondi.

Proprio per questo, per Max Keiser, notissimo commentatore di Wall Street, il capitalismo di libero mercato non esiste più, oggi dobbiamo parlare di “rigged market capitalism”, ovvero capitalismo di mercato manipolato al fine di garantire unicamente profitti privati a danno dei soggetti istituzionali. Per oltre un secolo, il mercato azionario è stato un vero mercato con traders in carne e ossa che operavano nelle sale: in solo un decennio, il floor trading è stato eliminato da quasi tutte le Borse minori e in quelle maggiori deve coesistere forzatamente con il trading elettronico. In questo contesto, una componente fondamentale del front running computerizzato è il cosiddetto “flash trade”, ovvero quei flash orders permessi attraverso una salto mortale regolatorio e in base ai quali le Borse sono autorizzate a mostrare ordini ad alcuni traders che in cambio pagano una sorta di tassa.

Il problema è che a certi livelli si è pensato di usare i flash trades per portare le contrattazioni fuori dalle Borse regolamentate, ovvero rivelando (to flash) un ordine in entrata a un trader per una frazione di secondo prima che questo sia inviato al sistema di mercato nazionale. Se il trader in questione riesce a incontrare la migliore offerta o domanda nel sistema può prendere l’ordine prima che questo sia visibile al resto del mercato: facile, no? Il cosiddetto “flash peek”, la sbirciata istantanea, rivela in effetti la contrattazione in arrivo, ma non il prezzo limite, ovvero il prezzo massimo a cui il compratore o venditore è intenzionato a contrattare. Ed è questo a garantire al programma di High frequency trading il vantaggio strategico, l’inside: ovvero, non solo ottenere profitti da altri investitori, ma manipolare davvero i mercati a suo favore, giocando di riflesso alle carte in mano agli altri soggetti.

In questo mercato manipolato, gli ordini istituzionali (gli stessi fondi pensione e altro di cui abbiamo parlato in precedenza) sono costantemente fregati a beneficio di poche banche d’investimento internazionali che si basano sull’Hft. Nei fatti, i traders ad alta frequenza potrebbero invece rimuovere, drenare liquidità dai mercati. La pensa così, ad esempio, Thomas Caldwell, amministratore delegato della Caldwell Securities Limited di Londra, secondo cui «i grandi investitori istituzionali sanno che se cominciano a gettarsi a capofitto verso un blocco di azioni a un certo prezzo – anche se il pacchetto è spezzettato in piccole contrattazioni su diversi Ats (sistemi alternativi di trading) e mercati – gli operatori high-frequency sanno di poter innescare un flusso di ordini ad alta frequenza che immediatamente fanno muovere i prezzi di mercato a danno delle istituzioni».

È il trionfo delle dark pools, le “piscine oscure” non regolamentate dove ai traders è permesso di offrire prezzi senza rivelare pubblicamente le identità. Magari con l’aiuto di giornali che scrivono una cosa a caso e dopo qualche giorno chiedono scusa. Il New York Times ieri parlava di un imminente bando dello short selling nei mercati azionari dell’Eurozona: in condizioni meno drammatiche sarei contrario a una scelta del genere, anche soltanto a livello di determinazione del prezzo delle azioni, ma oggi comincio a pensare che sia una delle poche armi, seppur spuntata, che abbiamo a disposizione per chi alle pistole ad acqua risponde con la bomba atomica.

Ora basta, ora sia la speculazione sistematica a pagare una parte di conto.

 

P.S. Alle 17.38 di ieri, sul sito della Borsa Italiana appariva il seguente comunicato: “Mercato IDEM – Il mercato sui prodotti su indice FTSE MIB non verrà riattivato per la seduta odierna”. Tradotto, niente mercato future sull’indice principale del listino milanese post-contrattazioni. Perché? Vai a saperlo, azzardiamo che non sia stato per timore di un’esplosione di acquisti. Non vorremmo che la minaccia di bando dello short selling nell’eurozona sia quindi solo un trucco accessorio per paura di un’apertura ai minimi del Ftse Mib domani mattina, con conseguente e immediato contagio al listino francese. Per non saper né leggere né scrivere, meglio non trattare i futures. Oggi si vedrà, certamente non è un bel segnale di solidità quello inviato da Piazza Affari ai mercati.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori

Ultime notizie di Denaro&Lettera