FINANZA/ Perché gli Usa vogliono “scaricare” Wall Street?

- Mauro Bottarelli

La Federal Reserve ha annunciato l’avvio dell’Operazione Twist, che sembra scaricare Wall Street dopo le fasi di quantitative easing. L’analisi di MAURO BOTTARELLI

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Foto Imagoeconomica

Breve riassunto. La Fed scende in campo a sostegno dell’economia, lasciando i tassi fermi nel range 0-0,25%, assicurando che il costo del denaro resterà «eccezionalmente basso almeno fino alla metà del 2013». E lancia la “Operazione Twist”, ovvero l’allungamento della scadenza dei titoli di stato in portafoglio, acquistando 400 miliardi di dollari di Treasury con scadenza 6-30 anni e cedendo 400 miliardi di dollari di titoli di Stato a breve termine. Si tratta di un’operazione senza precedenti, anche se la Fed aveva tentato qualcosa di simile negli anni ‘60.

Ma la banca centrale annuncia, oltre all’acquisto di 400 miliardi di dollari di Treasury a lungo termine, anche un nuovo sostegno al mercato dei mutui: la Fed reinvestirà i proventi dei titoli legati ai mutui in nuovi titoli legati ai mutui, invece che in titoli di Stato. Il cambio della composizione del portafoglio «punta a mantenere bassi i tassi di interesse per favorire il credito e gli investimenti».

Insomma, apparentemente si perde tempo giocando sulla curva dei tassi mentre, come conferma la stessa Fed, «la crescita economica resta debole, le condizioni del mercato del lavoro deboli e il tasso di disoccupazione rimane elevato. I consumi delle famiglie crescono a un tasso modesto». Non è così, almeno a mio parere. Nei fatti, quanto deciso dalla Fed, potrebbe essere, oltre alla logica conseguenza del diluvio di dollari dei primi due cicli di QE, il primo intervento reale verso l’economia Usa e non le banche o la finanza, beneficiarie principali di quei programmi di allentamento quantitativo. Il quale, per quanto possa non piacere, è funzionato: con l’eccezione di Bank of America (che, comunque, una volta dato vita allo spin off di Coutrywide, sarà salvata, visto che Obama ha un bel debito verso il novello azionista Warren Buffett), tutti gli istituti Usa sono ben capitalizzati, sicuramente più di quelli europei.

Negando la necessità di ulteriore stimolo, lo scorso 26 giugno, il presidente della Fed di Dallas, Richard Fisher disse chiaro e tondo che non serviva altra liquidità, perché «i serbatoi sono pieni». Una volta puntellato il sistema bancario, la Fed ha quindi chiuso il rubinetto della liquidità – spedendo in cantina il morale di Wall Street prima e delle Borse asiatiche poi – e ha concentrato la sua azione sull’abbassamento artificiale dei tassi a lunga scadenza per facilitare l’accesso al credito per “main street”. Inoltre, come fa notare giustamente Paolo Rebuffo su Rischiocalcolato, «c’è un altra finezza da tenere presente: l’Operazione Twist rende meno conveniente per le grandi banche fare operazioni di carry trade sulla curva dei tassi. Uno dei pericolosi giochetti di tutte le banche del mondo è quello di indebitarsi a breve e investire a lunga scadenza. La Fed, appiattendo la curva, ha dato un colpo terribile ai conti economici (utili da trading, l’80% dell’utile totale in media) di tutte le banche americane, specie quelle di investimento».

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Insomma, la volontà inconfessata di Ben Bernanke sarebbe quella di rendere più conveniente per le banche aprire i rubinetti del credito e aiutare l’economia reale, la già citata “main street”. Un gioco rischioso, ma che potrebbe funzionare. Certamente, un azzardo perfettamente in linea con la svolta leftist di Barack Obama, decisosi alla guerra frontale con i Repubblicani con la presentazione della cosiddetta “Buffett Tax” per chi guadagna più di un milione di dollari l’anno e ora potenziale beneficiario politico dell’Operazione Twist, in vista del voto presidenziale del novembre 2012. E che negli Usa sia in atto un processo di trasformazione dell’economia a uso e consumo della scadenza elettorale lo dimostra non solo la Fed ma anche la Sec, l’ente regolatore dei mercati.

Non esiste infatti nulla di più sospetto dell’attivismo dei solitamente immobili. Ed essendo la Sec il soggetto che ha assistito silente e inattivo alla creazione della peggior crisi finanziaria dal 1929 a oggi, il fatto che la scorsa settimana, nell’arco di tre giorni, si sia fatta promotrice di tre iniziative tese a “tagliare le unghie” a speculazione e pratiche borderline della finanza e dell’investment banking, il sospetto che si tratti di una strategia di fiancheggiamento della svolta a sinistra della Casa Bianca (forte da pochi giorni anche del voto gay, dopo la fine dell’ipocrisia clintoniana del “don’t ask, dont’ tell” per gli omosessuali nell’esercito e il matrimonio omo di un alto graduato) diventa davvero grande.

Senza che nulla facesse presagire mosse del genere, infatti, la Sec ha chiesto ad aziende come Dow Chemicals, Fortune Brands, Caterpillar e Cit Group di rendere note le disponibilità di denaro che detengono offshore, una mossa formalmente tesa a porre sotto scrutinio le tax rules che incoraggiano le aziende statunitensi a mantenere i profitti all’estero, come accaduto a inizio anno per Microsoft e Google. Nonostante il governo Usa tassi in tutto il mondo i soggetti di mercato statunitensi per i profitti guadagnati, al tempo stesso consente loro di deferire il pagamento delle imposte fino a quando il denaro non viene reimportato negli Stati Uniti, nei fatti incoraggiando le detenzioni estere, soprattutto per aziende con grossi investimenti fuori dalla madrepatria. Inoltre, le aziende Usa non devono rendere noti i guadagni delle sussidiarie estere, rendendo più difficile determinare attraverso la documentazione il quantitativo di tasse risparmiate attraverso le varie legislazioni.

Ecco quindi che la Sec ha ritenuto rilevante ottenere maggiori informazioni per capire meglio il livello di liquidità delle varie aziende. Ma non solo. In quasi contemporanea, l’ente regolatore dei mercati statunitensi ha inviato citazioni a hedge funds e altri soggetti legati all’attività di trading per il sospetto di possibile attività di insider trading prima del downgrade del rating governativo Usa del mese di agosto.

Funzionari della Sec hanno quindi chiesto informazioni su specifiche attività di trading compiute poco prima dell’intervento di Standard&Poor’s lo scorso 5 agosto, puntando il dito in particolare su fondi e banche d’affari che avevano scommesso sul crollo del mercato azionario: praticamente dovranno mettere sottosopra gli uffici di tutti i soggetti di trading degli Usa, quindi, vista la quantità di scommesse short compiute prima dell’accordo sul tetto del debito. Ma tant’è, l’ente che non si è accorto del crollo di Enron e Lehman Brothers e che ancora oggi non è riuscita a risalire a chi operò scommesse su opzioni put di aziende legate agli attacchi dell’11 settembre, certamente riuscirà in questa investigazione decisamente circoscritta.

A oggi, i nomi delle aziende che hanno ricevuto la citazione non sono noti, ma il Wall Street Journal ha scritto che i documenti chiederebbero conto del perché alcuni investimenti sono stati fatti. Risposta: perché eravamo certi che il mercato crollasse, una scommessa non delle più ardite da tre anni a questa parte. Infine, lunedì la Sec ha votato all’unanimità per proporre una regola che elimini il conflitto di interesse tra aziende che creano e vendono asset-backed securities e chi investe in questi strumenti. In parole povere, l’innalzamento a status legislativo del caso che vide contrapposti lo scorso anno proprio la Sec e Goldman Sachs: specificamente, la nuova norma non permetterebbe ai soggetti operanti a Wall Street di scommettere contro le secutities che hanno creato per almeno un anno da quando queste sono state vendute la prima volta agli investitori. E per evitare il cosiddetto “effetto Abacus” sarà vietato a terze parti di collaborare alla realizzazione di asset-backed pool che possano vederle trarre profitto dalle perdite degli investitori.

Per il fatto che nel caso Abacus del 2007, il fondo Paulson&Co scommise contro le securities sottostanti il prodotto, le Sec obbligò Goldman ha pagare la ridicola somma di 550 milioni di dollari e chiuse il caso. Ma non è tutto. Stando a quanto emerso, la Sec avrebbe però previsto delle esenzioni al bando di un anno imposto a sottoscrittori, agenti di collocamento, acquirenti iniziali o sponsor riguardo le scommesse al ribasso su strumenti che comportino conflitto di interesse. Le restrizioni, infatti, non sarebbero applicabili in alcune fattispecie, come, ad esempio, quando un’azienda stia facendo hedging sul suo rischio o stia operando come market maker.

In parole povere, ad esempio, se un sottoscrittore che detiene una sola parte della security può fare hedge sul rischio diretto, ammesso che la scommessa direzionale non sia superiore al volume della posizione detenuta. Insomma, Barack Obama deve aver capito che i voti di Wall Street, fondamentali per la sua prima elezione, o sono già garantiti stante l’assenza di un competitor degno di questo nome in casa repubblicana oppure non sono tanto fondamentali come potevano essere solo un anno fa.

Si punta tutto su “main street”, quindi, nella speranza che “Operation Twist” funzioni e le crisi dell’Eurozona faccia il resto. Attenzione, però, a indebolire troppo Wall Street o ingabbiarla con regolamentazioni tanto stringenti quanto fumose e aggirabili. Li Daokui, consulente della Banca centrale cinese, è stato infatti molto chiaro parlando al World Economic Forum di Dalian: «Non appena il mercato dei Treasuries si sarà stabilizzato, potremo liquidare molte delle nostre posizioni in obbligazioni Usa. Le parti incrementali delle nostre riserve estere potrebbero essere investite in asset fisici. Ci piacerebbe comprare quote in Boeing, Intel, Apple e forse potremo davvero investire in quest tipo di aziende in maniera proattiva». Insomma, l’aver accumulato in riserve il corrispettivo del 6% del Pil mondiale, oggi potrebbe rivelarsi strategico per Pechino e un guaio per gli Usa, soprattutto se la “new wave” obamiana passerà dal permessivismo totale garantito a Wall Street da Tim Geithner alla caccia alle streghe di pura matrice elettorale.

La Cina sta infatti bussando alla porta degli Usa dicendo che se la si lascia investire in aziende strategiche, ci sono 10 trilioni di dollari pronti a sbarcare sul mercato statunitense. Ma cosa succederà al mercato obbligazionario Usa e al suo status di “safe haven” globale, rafforzato come non mai da questi giorni di eurozona in coma ellenico?

Forse, occorrerebbe essere cauti prima di gioire troppo per Treasuries e Bund decennali con rendimenti sotto il 2%: c’è un grosso venditore là fuori e non vede l’ora di scaricare tutto e andarsene. A quel punto, aver azzoppato Wall Street potrebbe risultare decisamente controproducente.



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