GEOFINANZA/ Spagna, un “fallimento” è alle porte

- Mauro Bottarelli

La situazione della Spagna, nonostante l’apparente stato di tranquillità dello spread, è tutt’altro che tranquilla. MAURO BOTTARELLI ci spiega perché con qualche eloquente cifra

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Mariano Rajoy (Infophoto)

«I salvataggi rischiano di indebolire i membri più forti dell’euro». Così parlò Jens Weidmann, capo della Bundesbank, mentre Piazza Affari crollava sotto il peso di Mps e Saipem. Ma il problema è un altro: anche la Germania è entrata in campagna elettorale, cari lettori, e dovendo trovare una scusa per giustificare il fatto che anche Berlino è finita in recessione nell’ultimo trimestre del 2012, alla Bundesbank sono pronti a prendersela anche con il tempo (d’altronde lo hanno fatto alla Fed l’altra sera per giustificare la ripresa debole; non sto scherzando, basti vedere le dichiarazioni post-Fomc). D’altronde, qualche rognetta anche i tedeschi cominciano ad averla, visto che stante il dato del tasso di disoccupazione al 6,8% (atteso al 6,9% dagli economisti), sempre ieri è giunta la conferma di un crollo delle vendite al dettaglio nel mese di dicembre – quello storicamente da boom – dell’1,7%, a fronte di previsioni di un -0,1%, dato che se annualizzato porta a un netto -4,7%, contro un consensus del -1,5%. Insomma, realismo.

O, forse, questo messaggio non è diretto solo ai concittadini spaventati, i quali hanno accolto con un misto di stupore e stordimento la decisione della Buba di rimpatriare l’oro detenuto a Parigi e New York: è un bel siluro a freddo a Mario Draghi, il cui coinvolgimento mediatico nel caso Mps cresce, guarda caso, di giorno in giorno. Non sono un magistrato, né un insider del Monte dei Paschi, so solo che destabilizzare la Bce oggi significa spalancare le porte dell’ignoto. La Spagna ce lo insegna.

Ora, infatti, il dato è ufficiale: l’output economico totale di Madrid è calato dello 0,7% nel quarto trimestre del 2012 rispetto a quello precedente, il peggior declino dalla metà del 2009, quando si registrò un -0,3% tra secondo e primo trimestre. L’Istituto nazionale di statistica iberico, quindi, conferma la prosecuzione del trend recessionistico innescatosi nei mesi finali del 2011 e che sta strangolando la quarta economia dell’eurozona. Il tutto con dati macro sempre in peggioramento. Pochi giorni fa, infatti, un report ha confermato che nel quarto trimestre del 2012 il tasso di disoccupazione ha raggiunto il 26,02%, il livello più alto dopo il ritorno alla democrazia in Spagna post-Franco: si tratta di 5,97 milioni di persone a spasso. Unico dato positivo, se così può essere definito, il calo del Pil per il 2012 attestatosi all’1,37%, un po’ meglio del -1,5% previsto dal governo.

Insomma, un quadro nero che ha un’unica speranza: il fatto che questo lieve miglioramento possa essere il segnale che il trimestre peggiore sia già stato vissuto e ora si possa solo migliorare. Ne è certo il ministro dell’Economia, Luis de Guindos, che venerdì scorso ospite al Forum di Davos si è detto certo che l’economia del suo Paese tornerà alla crescita nella seconda metà dell’anno. Ottimismo forse mal riposto, anche soltanto guardando le cifre del programma di tagli e aumenti delle imposte che il governo ha previsto da qui al 2014: un totale di 150 miliardi di euro, con contrazioni del deficit pubblico del 9,4% nel 2011, del 6,3% nel 2012, del 4,5% quest’anno e del 2,8% l’anno prossimo. Come si possano raggiungere obiettivi simili in un momento di totale declino dell’attività economica, resta un mistero.

Due giorni fa, infatti, la Generalitat di Catalogna ha chiesto 9 miliardi dal fondo salva-Regioni del governo per pagare i 7,7 miliardi di euro di debito a maturazione e il resto da mettere a bilancio per raggiungere il target di deficit dello 0,7% del Pil quest’anno, percentuale imposta dal governo centrale. Pesando la Catalogna per un quinto dell’intero output economico spagnolo e per un quinto dell’export, difficilmente Madrid potrà ignorare il grido di dolore, nonostante questo sia giunto a meno di una settimana da una dichiarazione di sovranità del Parlamento catalano, prodromo all’autodeterminazione. Insomma, Madrid ladrona, ma quando servono i soldi, viva Madrid! Ma Catalogna a parte, i dati che il governo tende a nascondere un po’ sono davvero drammatici.

Le vendite al dettaglio nel dicembre 2012 hanno conosciuto un -10,7% rispetto a dodici mesi prima, uno dei dati peggiori da quando è iniziata la crisi. La lobby dell’automobile spagnola, Anfac, parla di vendite sotto i 2 milioni di veicoli per la prima volta dal 1993, un calo del 17% e un totale di crollo di un terzo delle vendite dai massimi del boom. Peggio ancora l’export di veicoli, giù del 18%, una pietra tombale sulle speranze che il commercio estero potesse tamponare la contrazione della domanda interna: da competitor della Germania nelle esportazioni, la Spagna è ormai al palo. Citigroup nel suo ultimo report si aspetta che l’economia spagnola si contrarrà del 2,2% quest’anno e del 2% l’anno prossimo, con il tasso di disoccupazione destinato a toccare quota 28%. E anche la dinamica del debito non conoscerà miglioramenti, nonostante l’austerity fiscale: per Citi, la ratio debito/Pil salirà dall’88% al 110% in soli due anni.

Per il professor Luis Garicano della London School of Economics, i miglioramenti sul mercato obbligazionario del debito non sono affatto sostenuti da miglioramenti dell’economia reale: «La stretta sui crediti ha posto le aziende spagnole in una condizione di serio svantaggio competitivo nei confronti dei rivali dell’area nord dell’eurozona». Non a caso, Volkswagen sta conquistando sempre più quote di mercato nel sud Europa, offrendo condizioni di acquisto più a buon mercato attraverso il credito al consumo, avendo accesso al capitale a costi minori. Insomma, se l’altolà di Draghi verso la speculazione della scorsa estate ha compresso gli spread e riempito le aste, non ha fatto nulla per l’economia: i prestiti a privati si sono contratti di ulteriori 30 miliardi di euro nel solo mese di dicembre!

E per il professor Garicano, c’è una spiegazione: «Bruxelles ha sbagliato tutto, anzi ha peggiorato le cose forzando le banche spagnole a un deleveraging selvaggio in base alle condizioni poste per il salvataggio del sistema. È stato troppo veloce e, ora come ora, ci troviamo di fronte a un gigantesco moltiplicatore finanziario che lavora a ritmo serrato». Insomma, l’aver voluto evitare il salvataggio del Paese in stile irlandese o portoghese, limitando l’intervento di Ue-Fmi al salvataggio bancario, potrebbe rivelarsi un boomerang per il governo Rajoy: tanto più che, in caso di ritorno degli spread all’aumento, Draghi ha detto chiaro e tondo che prima di cominciare ad acquistare titoli si dovrà siglare un memorandum, ovvero aprire comunque le porte alla troika. Insomma, Rajoy ha giocato – esattamente come la Fed con i suoi continui acquisti a debito – a prendere tempo. Ma anche se lo spread spagnolo è crollato di 250 punti base da luglio, non è detto che questo sia un pattern destinato a resistere. Anzi.

Citato dal Daily Telegraph, Julian Callow di Barclays dice chiaro e tondo che «con il suo atteggiamento di rallentamento e attesa, Rajoy sta di fatto sabotando la strategia di Draghi, ovvero acquisti sul mercato secondario di debito periferico senza causare uno spillover inflazionistico in Germania». Insomma, la calma attuale sul mercato obbligazionario potrebbe essere cattiva consigliera. I rendimenti spagnoli sono scesi molto perché le banche spagnole hanno acquistato bonds come se non ci fosse un domani, ritenendoli sicuri dopo la mossa di Draghi, ma così facendo non solo hanno smesso del tutto di finanziare l’economia reale, ma hanno anche stabilito una correlazione siamese tra sistema bancario e Stato, quel circolo vizioso che se non viene spezzato vedrà qualsiasi hedge fund in grado di far traballare la quarta economia dell’eurozona nell’arco di tre giorni di contrattazioni.

I monetaristi più stretti, poi, mandano un segnale chiaro: dopo un breve periodo di miglioramento della massa monetaria all’inizio dell’autunno, l’aggregato M1 a dicembre è sceso del 4,5%, un trend seguito – anche se con minore forza – dal M3. Dato confermato anche dal tasso d’inflazione, cresciuto anno su anno “solo” del 2,8% e chiaro segnale anticipatorio di guai in vista anche per il 2013. Per Tim Congdon, sempre citato dal Telegraph, «bisogna assolutamente offrire alla Bce un pretesto per comprare bonds. L’argomento più critico, infatti, è aumentare la quantità di moneta in Spagna e per farlo l’Eurotower deve comprare e non solo abbassare i tassi. Purtroppo a Madrid non sembrano volerlo capire». Chissà, forse ci riuscirà il mercato, suonando la sua detonante sveglia. Ma attenti a scherzare con la credibilità della Bce in questo momento di calma apparente.

 

P.S. E se questo, insieme a Cipro e banche irlandesi non bastasse, ecco un’altra dimostrazione che nell’eurozona di fissato e risolto non c’è proprio un bel nulla. Gli istituti di credito greci, infatti, con ogni probabilità otterranno un’estensione alla loro scadenza di fine aprile per raccogliere nuovo capitale e a dirlo non sono stati i banchieri spaventati, ma il vice-presidente del Fondo nazionale greco per la ricapitalizzazione bancaria, Haralambos Kyrkos. Questa volta la scusa è anche carina: serve un rinvio perché le due principali banche, National Bank of Greece ed Eurobank Ergasis SA, si stanno fondendo, quindi occorre più tempo affinché vengano intercettati investitori simultanei e poi convinti della bontà del merger.

Stando alle condizioni poste da Ue e Fmi per il salvataggio greco, le principali quattro banche elleniche devono raccogliere 27,5 miliardi di euro attraverso bonds convertibili e di common equity, il 10% di questi ultimi da investitori privati, mentre il resto arriverà dal Fondo nazionale di ricapitalizzazione, il tutto per evitare di finire sotto totale controllo statale (sono dei mattacchioni questi greci). Ma visto che il Fondo, come vi ho già dimostrato qualche settimana fa, è già sotto di 5 miliardi rispetto a quanto stanziato dall’Ue, questa dilazione ulteriore a voi non puzza di guai in vista?

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