SPY FINANZA/ Gli “schiaffi” di Cina e Russia agli Usa

- Mauro Bottarelli

La Cina è molto attiva sullo scacchiere internazionale, così come la Russia. Da Mosca e Pechino arrivano mosse non certo gradite agli Usa, spiega MAURO BOTTARELLI

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Da qualche tempo, vi sarete accorti, dedico molta più attenzione alle dinamiche geopolitiche piuttosto che a quelle dei mercati. Spero che la cosa non vi dispiaccia e vi spiego anche il motivo di questa scelta. A mio modo di vedere, a livello di equilibri politici e strategici è in atto un qualcosa di epocale e mai visto, mentre sui mercati siamo ostaggio dell’ultima ondata di ottimismo da Qe innescata dalla promessa di Mario Draghi di nuove misure di stimolo il prossimo dicembre. Insomma, in campo, sul terreno si operano cambiamenti reali, sui mercati è ancora il doping delle Banche centrali a dominare la scena. E, francamente, di quanto le Borse e i mercati obbligazionari siano scollegati dalla realtà comincio a essere stanco di scrivere (e, immagino, voi di leggere). Fatta questa doverosa premessa, vediamo le ultime novità. 

Nel silenzio più totale le truppe fedeli ad Assad, insieme a iraniani e Hezbollah e con il supporto aereo dell’aviazione russa, hanno dato vita al primo assalto verso la riconquista della città martire di Aleppo, baluardo a Nord che se riportato sotto il controllo statale sancirebbe una sconfitta quasi mortale per l’Isis, il quale si ritroverebbe schiacciato tra due forze nemiche: la coalizione di cui sopra da un lato e i curdi al confine con la Turchia dall’altro. Alla luce di tutto questo, a fare rumore è il disfacimento dell’egemonia americana non solo nel conflitto ma nell’intera area e nella sua politica estera, tanto che il Pentagono per tamponare l’effetto negativo che sortiranno gli attacchi russi anche in Iraq ha ventilato la possibilità addirittura dell’invio di truppe a terra sia lì che in Siria in funzione anti-Isis: mossa un po’ tardiva e, di fatto, letta da tutti come la classica toppa che è peggio del buco, dopo un anno di raid aerei che hanno sortito l’unico effetto di permettere al Califfato di guadagnare terreno e controllare larga parte del Paese. 

Ma come dicevano, il mondo ha cominciato la sua transizione verso un nuovo ordine mondiale, sia politicamente che economicamente. Geopoliticamente il grande player del cambiamento è proprio la Russia, mentre a livello economico – nel silenzio più assoluto dei media – le nazioni emergenti raccolte sotto l’acronimo di Brics stanno dando vita a una serie di progetti che paiono destinati a soppiantare le istituzioni multinazionali Usa che hanno dominato gli equilibri globali dal secondo dopoguerra. Il tutto, sotto la guida di una risorgente Cina. 

Al centro c’è la Aiib, la banca di sviluppo dei Brics nata lo scorso anno e che ha visto sempre più Paesi occidentali, Regno Unito e Germania  in testa, interessati a suoi progetti infrastrutturali e in campo energetico. Ma c’è dell’altro ora, visto che nonostante Pechino abbia sempre negato di voler utilizzare questa istituzione come strumento di politica estera o di imposizione dell’egemonia monetaria dello yuan, i prestiti in renmibi avranno un ruolo dominante nei primi piani operativi dell’Aiib, i quali nella loro finalità legata a piani di sviluppo sembrano destinati a dar vita a una versione cinese della Dottrina Monroe. 

C’è poi il Silk Road Fund, anch’esso poco pubblicizzato dalla stampa ma di vitale importanza. Lo scorso aprile, il presidente cinese, Xi Jinping, fece una storica visita nel confinante Pakistan in ossequio all’iniziativa denominata “One belt, one road” per la quale Pechino investirà 50 miliardi di dollari in infrastrutture pachistane, inclusi impianti energetici, strade, ferrovie e soprattutto la pipeline per la gas naturale Iran-Pakistan. La somma messa in campo dai cinesi rappresenta il 53% in più di quando gli Usa abbiano destinato ad Islamabad negli ultimi 13 anni messi insieme, non contando poi che Pechino intende investire una somma simile anche in Brasile e sta considerando la costruzione di un’autostrada sulle Ande, la quale connetterebbe di fatto il Brasile e la Cina attraverso il Pacifico e i porti del Perù. 

Lo scorso agosto l’Ungheria del tanto vituperato Victor Orban è stata la prima nazione europea a firmare un memorandum di intenti e cooperazione con il Silk Road Fund per progetti finalizzati allo sviluppo di infrastrutture per trasporti e commercio in Asia e oltre, in particolare per Budapest la fondamentale ferrovia che unisce il Paese alla Serbia. Ma non solo, in cantiere ci sono appunto ferrovie, autostrade, pipeline per petrolio e gas, progetti legati a Internet, marittimi e link infrastrutturali attraverso l’Asia centrale, del Sud e dell’Ovest fino a Grecia, Russia e Oman, di fatto aumentando a dismisura le connessioni e gli sbocchi diretti della Cina verso Europa e Asia. 

C’è poi la Banca dei Brics, differente dall’Aiib, che è finalizzata allo sviluppo, mentre questa è una sorta di Banca centrale dei mercati emergenti, la cui importanza è sintetizzata nel grafico a fondo pagina, il quale ci mostra la sempre maggior importanza che queste economie, oggi in ginocchio per la fine del ciclo delle commodities e l’indebitamento in valuta estera (dollari), stanno guadagnando a livello di equilibri economici e commerciali globali. Insomma, le istituzioni multilaterali esistenti non erano in grado di fornire una rappresentatività commisurata ai crescenti potenziale e influenza delle economie emergenti, focalizzati come sono in una visione unipolare del mondo a riverbero unicamente statunitense. 

E tanto per farvi capire quanto la situazione attuale in Medio Oriente sia in divenire e quanto i rapporti Mosca-Teheran stiano cementandosi, è dell’altro giorno la notizia che l’Iran intende unirsi alla Brics Bank, stando a dichiarazioni ufficiali di Mohammad Khazaei, vice-ministro dell’Economia, all’agenzia Tasnim. Di più, Teheran darà anche vita a un consiglio economico congiunto con il Brasile proprio per permettere il suo ingresso nell’istituzione economica, fondata al sesto summit dei Brics a Fortaleza nel luglio del 2014 e con un capitale di base di 100 miliardi di dollari. Insomma, la versione emergente del Fmi o della Banca mondiale non solo sta prendendo forma dopo il suo lancio ufficiale a inizio anno al meeting dei Brics a Ufa, in Russia, ma ora si sta spingendo anche verso il Medio Oriente ricco di materie prime, petrolio in testa e interessi geopolitici e geostrategici di fondamentale importanza. 

E se vi chiedete perché stringere un accordo di partnership con il Brasile proprio ora che la nazione sudamericana è entrata in recessione, ecco la risposta che ha offerto il ministro degli Esteri iraniano, Mohammad Javad Zarif, a margine del forum di cooperazione tra i due Paesi che vedeva presente a Teheran il ministro per l’Industria e il Commercio brasiliano, Armando Monteiro: «Il Brasile è sempre stata tra le priorità della politica estera delle Repubblica islamica dell’Iran, vista la sua posizione speciale in America Latina e il suo ruolo all’interno dei Brics. Inoltre, abbiamo grandi potenzialità per aprire nuovi mercati e possiamo aiutare il Brasile a guadagnarsi accessi all’Asia centrale». 

I primi progetti riguarderanno tecnologia, biotecnologia, energia e gas, oltre a una più stretta cooperazione bancaria tra i due Paesi. Insomma, come vedete la linea di isolamento che l’Occidente a guida Usa pensava di aver tracciato attorno a Russia e Iran con le sanzioni per l’Ucraina e lo sviluppo del programma nucleare non solo non sono servite a nulla, ma si sono rivelate addirittura controproducenti, grazie all’attivismo bellico di Mosca in Medio Oriente e a quello economico e di sviluppo della Cina in Asia centrale e oltre. Unite a questo il fatto che martedì Vladimir Putin ha ordinato di vietare completamente l’uso del dollaro come mezzo di pagamento nel settore petrolifero nella Federazione russa e capirete quanto l’egemonia statunitense sia messa in discussione in questi mesi e settimane, nonostante il silenzio della stampa che si limita a scarne e raffazzonate analisi della situazione siriana. 

Il Presidente russo ha detto che il commercio del petrolio all’interno del Paese deve essere effettuato esclusivamente in rubli: «Dobbiamo prendere in seria considerazione il rafforzamento del ruolo del rublo nel commercio. Questo comprende anche prodotti petroliferi ed energetici russi. Abbiamo anche bisogno di un maggior ricorso all’uso delle monete nazionali nelle transazioni con i paesi che sono nostri partner attivi». Se poi uniamo a questo il fatto che il prossimo mese di marzo dovrebbe essere pienamente operativo il circuito interbancario di carte di credito russo e un sostituto del sistema di pagamento Swift, capite che la questione aumenta di importanza ogni giorno di più. 

Gli Usa non possono stare a guardare, non foss’altro per il fatto che il prossimo anno si vota e i corpi intermedi del Deep State fremono per reagire a queste “provocazioni” del blocco sino-russo: come vi dico da tempo, temo che sarà l’accordo sul nucleare iraniano il casus belli per cercare di bloccare il cambiamento verso Est. Staremo a vedere, di certo c’è che viviamo tempi di straordinari mutamenti. Ma anche pericolosi. 

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