SPY FINANZA/ Renault e Fca, gli “affari” dietro gli scandali e i crolli di Borsa

- Mauro Bottarelli

Giornata da dimenticare ieri per Renault e Fca, con voci di trucchi riguardanti le vendite e le emissioni inquinanti. MAURO BOTTARELLI prova a spiegare quanto sta accadendo

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Definirlo un terremoto è poco: ieri le Borse europee, già appesantite dal contesto globale, hanno pagato un forte dazio a un possibile nuovo scandalo legato al comparto automobilistico, sia in Francia che negli Usa ma in relazione all’italiana Fca. A partire dall’inizio delle contrattazioni, il titolo Renault è crollato e ha trascinato nel baratro l’intero settore automotive e tutte le Borse europee sulla notizia di perquisizioni nelle fabbriche in relazione a un’indagine per frode. I mercati hanno immediatamente temuto un nuovo caso Volkswagen e attorno a metà giornata, il titolo Renault crollava del 20,25%, a 69 euro, dopo aver toccato un minimo di 67,570 euro. Ma il tonfo della casa francese ha pesato sull’intero paniere del settore europeo, il quale cedeva all’ora di pranzo il 6,32%. Fra i titoli che hanno immediatamente risentito figurava anche Fiat Chrysler, la quale scontava – oltre alla debolezza del settore – anche indiscrezioni di stampa riguardanti una denuncia negli Usa. 

Ma partiamo da Renault. Rappresentanti sindacali citati dall’Agence France Presse hanno detto che la settimana scorsa gli uffici della casa transalpina sono stati perquisiti in relazione allo scandalo Volkswagen. Gli inquirenti sono intervenuti in diversi impianti Renault nei giorni scorsi, stando a un volantino della Cgt, il principale sindacato francese, e avrebbero sequestrato «pc di numerosi dirigenti» nell’impianto di Lardy, in Essone, a sud di Parigi. I settori oggetto dell’indagine – spiega il sindacato – riguardano la divisione “omologazione e messa a punto dei controlli sui motori” e «lasciano fortemente pensare che queste perquisizioni siano legate alle conseguenze dell’affare dei motori truccati di Volkswagen». Sempre stando alla Cgt, le perquisizioni hanno riguardato anche gli impianti di Guyancourt (Yvelines), Plessis-Robinson et Boulogne-Billancourt, alle porte di Parigi.
La notizia è stata confermata in tarda mattinata anche da Renault stessa, la quale ha sottolineato che le indagini «non hanno rivelato la presenza di un software truffa» nei veicoli Renault, ma la Direzione generale per Energia e clima ha deciso di condurre «ulteriori indagini su documenti e parti». L’azienda ha inoltre precisato che «collabora pienamente» con le investigazioni in corso sui livelli di emissione. 

Parole e rassicurazioni che non sono servite a nulla, visto che i titoli dei principali produttori sono crollati, appesantiti anche dalle indiscrezioni sui dati sulle vendite di autoveicoli in Russia nel 2015, le quali stando agli analisti finanziari potrebbero essere scese fino al 47%. Cedeva Fca (-8,48% teorico), più volte congelata al ribasso ma erano in calo anche Bmw (-4%), Daimler (-3,97%) e Volkswagen (-3,78%), mentre limitava il calo a metà giornata al 2,5% Ferrari. 

Veniamo ora a Fiat Chrysler, affossata in Borsa da un articolo uscito su Automotive News. Attorno alle 11:25, il titolo della casa automobilistica perdeva il 6,12%, a 6,9750 euro, dopo aver segnato un minimo di 6,8450 euro. Intensi gli scambi: sono passati di mano quasi 20 milioni di pezzi. Automotive News ha scritto che due concessionari Usa avrebbero denunciato Fca, accusandola di aver offerto denaro per riportare dati sulle vendite falsi, ma ritiene che la vicenda sia difficilmente quantificabile. L’articolo riportava anche la dichiarazione del portavoce di Fca Us, Mike Palese, a detta del quale la citazione non è stata notificata. Fca «non può quindi commentare finché non avrà l’opportunità di avere visione delle accuse rivolte», ha aggiunto. 

Stando a quanto si legge in una nota di Mediobanca, «la pratica di immatricolare auto negli ultimi giorni del mese è normale». In Italia, per esempio, il 40% delle immatricolazioni di novembre è stata fatta negli ultimi tre giorni. Sempre Mediobanca sottolineava che la pratica in Europa (quanto meno in Italia) non è illegale e consente ai concessionari di raggiungere gli obiettivi mensili e ottenere i bonus. Sempre la banca d’affari milanese evidenziava che la pratica è diffusa anche tra gli altri produttori in Europa, ma l’analista dice di non sapere se Fca sia l’unica a farlo (ammesso che lo faccia) negli Usa. Inoltre, il Lingotto, stando a quanto riferito da un’analista, sottolinea che non è l’associazione dei concessionari Usa ad accusare Fca, bensì soltanto «un paio di concessionari». Insomma, storiacce legate però a un settore vitale come quello automobilistico. 

Ma cosa è successo davvero? Io ho due risposte da offrirvi, legate tra di loro, al netto del fatto che io parto da un presupposto di realtà molto brutale: i dati delle emissioni li taroccano tutti, esattamente come quelli di vendita, da Detroit a Tokyo passando per Parigi. TUTTI. Forse non lo sapete, ma le vendite di automobili sono l’unica voce del comparto industriale statunitense in positivo. Peccato che, come ci mostrano i primi tre grafici a fondo pagina, a dicembre le vendite interne negli Usa siano scese a 13,46 milioni, il minimo da 6 mesi e contro attese di 14,15 milioni, sostanziando la peggior delusione delle previsioni dal novembre 2008. Come ci mostra il secondo grafico siamo di fronte alla peggiore secondo metà dell’anno da otto anni a questa parte, mentre il terzo grafico ci mostra come l’intenzione di comprare una macchina dei cittadini Usa sia oggi ai minimi dal gennaio 2013 e questo spiega plasticamente come la rato scorte/vendite stia diventando sempre di più una bomba a mano senza spoletta, come ci mostra il quarto grafico. 

Insomma, chi pensava che il credito al consumo subprime potesse salvare il mercato automobilistico a vita sta risvegliandosi bruscamente dal sogno. D’altronde, il miraggio è durato per mesi, anzi per anni. La tabella a fondo pagina ci mostra come, avvantaggiandosi del costo a zero del denaro garantito dalla Fed, le case produttrici abbiano aumentato l’output di oltre il 100% dal 2009. Qual è il problema? Negli Usa oggi il 20% del credito al consumo legato alla vendite di auto è erogato verso creditori subprime, ovvero con meno di 620 di rating. La bolla sta per scoppiare anche nell’unico settore industriale in salute (grazie al mal-investment)? 

Parrebbe di sì, stando almeno all’ultimo grafico, il quale ci mostra non solo come il prezzo dei titoli del comparto stia scendendo (in questo caso di tratta di Ford), ma anche come la dinamica sembra prezzare un fair-value ancora più basso e proprio in linea alla ratio scorte/vendite. Il problema è che questa crisi da sovra-produzione fa venire in mente brutte cose a certi investitori: ovvero, cominciare ad andare short sui titoli della case automobilistiche. A livello globale. 

 

È il settore automobilistico in sé a essere basato sull’inganno, perché al di là delle emissioni e dei dati di vendita, con la Cina che non compra più e la Russia in crisi, si dipende sempre più dal mercato interno e negli Usa basta che uno annebbi lo specchio quando glielo si mette di fronte alla bocca per ottenere un prestito e pagare un’automobile, nuova o usata, a rate per sette, otto o anche nove anni anche se si ha una storia creditizia da mani nei capelli. Inoltre, c’è la pratica del channel-stuffing, ovvero far aumentare le scorte a dismisura per non offrire al mercato la percezione di veicoli invenduti: di fatto, si cerca di “nasconderli” facendo riempire a dismisura le piazzole dei concessionari, ma non è che si possano levare anche dai dati di produzione, quelli restano e chi investe, prima o poi, prezza le liabilities del caso e quando capisce che anche la carta del credito al consumo è finita (esattamente come la bolla subprime immobiliare) fa ciò che deve fare: si posizioni ribassista sul comparto o sul singolo titolo che ritiene più vulnerabile. 

Strano, quindi, che sia Volkswagen che Fca, ovvero due player primari che danno fastidio sul mercato interno Usa, siano terminati invischiati in altrettanti scandali, la prima in maniera più netta e drammatica, con tanto di potenziale risarcimento danno da quasi 20 miliardi, la seconda per “voci” di due sconosciuti concessionari che stranamente si palesano su una pubblicazione che non è certo Vangelo, ma che basta a far crollare il titolo ovunque e gettare fango preventivo sul nome. È guerra commerciale, punto e basta. E ripeto, dico questo partendo dal presupposto che i trucchi, in quel settore, sono all’ordine del giorno per tutti. 

Direte voi, se è guerra commerciale degli Usa contro i competitor europei, come spiegare il caso Renault, scoppiato per un’indagine interna? Primo, le automobili francesi sono appetite sul mercato americano come gli hamburger in un ristorante vegano e, secondo, ormai la Francia è una dependance degli Stati Uniti, visto che dopo l’attacco al Bataclan il presidente Hollande è convinto che dire sì a ogni desiderata di Washington gli garantisca posizioni di favore nel contesto internazionale. Stranamente, l’aeronautica militare francese da giorni sta bombardando le posizioni dell’Isis in Libia senza il coordinamento con nessun esercito europeo, ma nessuno dice niente. Non vi ricorda il 2011? E chi garantisce al pavido Hollande le spalle coperte per agire da leone? Tout se tient al mondo, fidatevi di me. Ma come al solito, partirà il coro degli indignati speciali che griderà contro i produttori avidi e inquinatori, non capendo che siamo nel pieno di una ridefinizione degli equilibri internazionali e che viaggiamo senza guida, visto che a Bruxelles ci sono o incapaci o fiancheggiatori. Poveri noi, come siamo ridotti male. 

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