GEO-POLITICA/ Parigi, Bruxelles e la nuova “strategia della tensione”

- Mauro Bottarelli

Ci sono ancora elementi abbastanza particolari negli attentati avvenuti sia a Parigi che a Bruxelles e ancora non del tutto chiari. Ce ne parla MAURO BOTTARELLI

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Nell’ottobre del 1997 in Belgio una nuova Commissione parlamentare produsse un rapporto di novanta pagine in cui si elencavano gli errori commessi da parte degli inquirenti che lavorarono sulle stragi e si denunciavano depistaggi e inefficienze a carico della polizia che avrebbe tramato per far sparire parte della documentazione. Venne inoltre ripescata una pista indicata fin dal 1988 dal giornalista inglese John Palmer, quella che adombrava forme di collaborazione tra l’esercito e un’organizzazione di estrema destra, Westland New Post (Wnp), nata nel 1979 come emanazione del Front de la Jeunesse. Da qui si risalì ai campi di addestramento militare a cui partecipavano uomini della Gendamerie e, a tal proposito, il gendarme Martial Lekeu, operativo tra il 1972 e il 1984, prima di emigrare in Florida denunciò alla Bbc collegamenti tra le stragi della banda Brabante, i servizi militari e l’apparato di sicurezza. Ecco le sue parole: «Così dissi a un signore che incontrai: “Si rende conto che in questa faccenda sono coinvolti membri della Gendarmerie dell’esercito?” La risposta fu: “Stai zitto! Tu sai, noi sappiamo. Bada agli affari tuoi. Fuori di qui!” Dicevano che la democrazia stava sparendo, gente di sinistra stava prendendo il potere, i socialisti e tutto il resto e loro volevano contare di più». 

E in tal senso, una conferma di quanto stava accedendo non solo in Belgio la fornì Vincenzo Vinciguerra, autore della strage di Peteano, quella su cui indagava il giudice veneziano Felice Casson e che portò alla scoperta di Gladio in Italia. Intervistato dal giornalista britannico Ed Vulliamy, dichiarò quanto segue: «La linea terroristica era sostenuta da persone camuffate, gente che apparteneva agli apparati di sicurezza o gente collegata all’apparato statale da rapporti o collaborazioni. Le organizzazioni furono mobilitate nella battaglia come parte della strategia anticomunista che nasceva non da organizzazioni deviate dalle istituzioni, ma dallo Stato stesso e in particolare dagli ambienti in cui si tessevano le relazioni tra lo Stato e il Patto Atlantico». 

Nel frattempo risultava impossibile indagare su Westland New Post: quando nel 1990 furono ritrovati nella sua sede importanti documenti sulla Nato e sulla Gladio belga, Wnp non solo confermò l’esistenza dei documenti, ma ne rivendicò la proprietà facendo senza mezzi termini intendere di averli presi per ordine dei servizi di sicurezza. A capo della Wnp vi era Paul Latinus, ritenuto da alcuni studiosi del terrorismo belga il punto di contatto tra l’estrema destra, la destra classica, i servizi nazionali e quelli stranieri. Finito per sua stessa ammissione fin dal 1967 sul libro paga della Dia (Defence Intelligence Agency, il corrispettivo militare della Cia), negli anni Settanta entrò a far parte del club degli ufficiali di riserva del Brabante, organizzazione militare accomunata dalla maniacale avversione al “pericolo rosso”. Quindi, nel ’78, Latinus si affiliò al Front de la Jeunesse e si occupò di organizzare il Wpn. 

Nel 1981, a causa di uno scandalo innescato dalla stampa contro l’estrema destra negli organismi dello Stato, riparò per qualche mese nel Cile di Pinochet, tornando in patria alla vigilia dell’entrata in scena della banda del Brabante, non dopo aver intrattenuto rapporti con agenti statunitensi operativi nella lotta contro i sandinisti in Nicaragua sotto la presidenza Reagan. Lo stesso Latinus, in un’intervista, confermò le conclusioni a cui solo più tardi giunse il Parlamento belga e fu arrestato alla fine della storia della banda del Brabante. Casualmente, il 24 aprile 1985 venne trovato impiccato con un cordone del telefono nella sua cella. Piccolo particolare, i piedi che toccavano per terra. 

Ecco infine le parole del senatore Roger Lallemand, presidente della Commissione belga su Gladio nel 1998: «Operazioni di governi stranieri o di servizi segreti che lavoravano per gli stranieri, un terrorismo volto a destabilizzare una società democratica. Queste uccisioni senza senso potrebbero aver avuto una motivazione politica. Si ricordi quanto successe in Italia. Alla stazione di Bologna morirono ottanta innocenti. Pensiamo che dietro gli omicidi nel Brabante Vallone vi fosse un’organizzazione politica». Il problema è che di quella organizzazione facevano parte poliziotti e membri dei servizi di intelligence, i quali non rispondevano agli ordini del governo belga, ma delle strutture clandestine della Nato. Di più, stando a quanto scritto dall’ex agente del Mossad, Victor Ostrovsky, nel suo secondo libro “L’altro lato dell’inganno”, le stragi della banda Brabante Vallone «furono effettuate da elementi degli eserciti segreti di Gladio, blanditi e manipolati dai servizi segreti israeliani, per fare capire alla gente la necessità della sicurezza». Insomma, il Belgio come palestra di una nuova strategia della tensione, questa volta a livello europeo e declinata in chiave islamica? Non stupirebbe più di tanto, visto il precedente e il fatto che oltre a essere capitale d’Europa, Bruxelles è anche sede della Nato: una città dove agiscono tutti i servizi segreti mondiali, un centro di intelligence che si presta facilmente ad attività distorsive o parallele. 

Ora, torniamo un attimo indietro a dove tutto è iniziato, ovvero alle stragi parigine del 13 novembre scorso. E cominciamo con la mancata strage allo Stade de France, dove era in corso una partita della nazionale di calcio alla presenza del presidente, Francois Hollande. Bene, in quell’occasione entrarono in azione, stando alla versione ufficiale, tre kamikaze, ma furono talmente maldestri da ammazzare solo loro stessi e uno sfortunato passante. Alle 21.20, il primo attiva la sua cintura esplosiva, riempita di esplosivo fatto in casa e bulloni, all’altezza della porta D dello stadio: è il solo che uccide un uomo, uno che passava troppo vicino. Alle 21.30, seconda esplosione che uccide solo il jihadista e crepa la vetrina di un ristorante vicino. Alle 22, terza esplosione in una strada vicina che si rivelerà un vicolo senza uscita. Perché farsi esplodere lì, quando c’è un intero stadio ancora da evacuare e si poteva fare una strage tra i cittadini che escono? 

Non a caso, l’agenzia France Presse (Afp) raccolse lo stupore di una fonte della polizia che, garantito dall’anonimato, dichiarò quanto segue: «È incomprensibile. Un miracolo che ci siano state così poche vittime. Concretamente, quel che hanno fatto, a parte suicidarsi, non ha alcun senso. Se volete fare una carneficina, lo fate al momento dell’entrata o dell’uscita degli spettatori… quel che è accaduto a Parigi ha senso (si riferisce al Bataclan, ndr), ma qui ci sono solo dei tizi che si sono suicidati». Questa la polizia francese, in via informale e anonima prima che scoppiasse la carneficina al Bataclan. 

E veniamo al secondo punto, inquietante se pensiamo al precedente della Brabante Vallone. Stando ad alcuni testimoni, il commando che ha fatto strage per le strade di Parigi e al Café Voltaire è arrivato su una Mercedes nera nuova, coi vetri oscurati ed era composto da uomini di carnagione chiara, alti, fisico atletico e vestiti con abiti neri attillati “senza cerniere lampo”: «Sembravano soldati o mercenari, hanno eseguito la cosa come un’operazione militare. Ha cambiato il caricatore con calma molte volte, ha sparato alle vetrine verso la strada per assicurarsi che nessuno filmasse niente o prendesse foto. Tutto è durato sei minuti». Lo riportava il quotidiano inglese The Guardian, non l’Eco del complotto. E ancora, alle 19.30 un avventore entrò in un ristorante a tre minuti dal Bataclan e vide arrivare una Polo nera con targa belga. Dentro ci sono quattro persone: «Sembravano dei morti viventi, come fossero drogati», dice il testimone, che descrive il guidatore e uno dei passeggeri come persone «di tipo europeo, genere convertiti all’Islam». 

Il testimone esce dal ristorante alle 21.30 e quelli sono ancora lì in auto, ma quando dieci minuti dopo apprende delle esplosioni allo stadio, tenta di chiamare la polizia «almeno 80 volte» per segnalare i quattro sospetti. Nessuna risposta, nel frattempo i quattro hanno avuto il tempo di entrare al Bataclan e fare strage. Anche in questo caso, le testimonianze sono state raccolte da un giornale autorevole come Le Figaro. Sembrano tre commando diversi: il primo incapace di fare alcunché se non suicidarsi senza fare danni, il secondo spietato e professionale, il terzo sotto effetto di chissà che cosa ma letale perché ha potuto agire indisturbato. Inoltre, Sami Amimour, indicato come uno dei cecchini del Bataclan (sarebbe stato in Siria a combattere contro Assad nel 2013) aveva una licenza della Federazione francese di tiro per la stagione 2011-2012 e una tessera dell’Association Nationale de Tir de la Police. In pratica, ha imparato a sparare in un’associazione gestita dalla polizia parigina. Casualmente, anche le armi con cui Amedi Coulibaly fece irruzione nell’Hipercasher il 9 gennaio, dopo la strage a Charlie Hebdo, ammazzando quattro avventori, erano state comprate da un certo Claude Hermant, un uomo con strettissime relazioni con la polizia, in particolare con la squadra anti-terrorismo (Sdat). 

Nessuno ha indagato al riguardo? No, perché sulla vicenda è stato posto il segreto militare.

 

(2- continua)

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