GEO-POLITICA/ Così l’allarme terrorismo può “spostare” i voti in Europa

- Mauro Bottarelli

In Europa continua a restare alta l’allerta terrorismo. Per MAURO BOTTARELLI il clima che si è creato è funzionale ad alcuni interessi politici ben precisi

isis_jihad_terrorismo
Immagini di repertorio (Foto: LaPresse)

Ormai siamo alla strategia del cane di Pavlov: parte la minaccia, si sostanzia il fatto e si tende a minimizzare, lasciando però aperto il dubbio e stringendo di conseguenza le maglie del controllo. Soltanto quattro giorni fa Scotland Yard aveva detto che «non bisogna chiedersi se ci sarà un attentato in Gran Bretagna ma quando» ed ecco che mercoledì sera a Russell Square, già teatro dell’attacco del 7 luglio 2005, un diciannovenne norvegese di origini somale ha ucciso a coltellate una donna americana di sessanta anni e ferito altre cinque persone, due di nazionalità britannica e gli altri tre americana, australiana e israeliana. 

L’aggressore è stato subito catturato, senza spargimenti di sangue: gli agenti, infatti, lo hanno immobilizzato con un taser. Dimesso ieri mattina dall’ospedale, è stato accusato di omicidio. Il capo della polizia di Londra ha sottolineato che il 19enne non risulta essere “radicalizzato”, ma che soffriva di turbe mentali. Il numero due di Scotland Yard, Mark Rowley, ha precisato che stando alla polizia si è trattato di un “attacco isolato” e le vittime sono state “scelte a caso”. Dunque, vediamo di razionalizzare i dati che abbiamo. Il giovane ha colpito a caso, ma tu guarda la combinazione ha colpito persone di nazionalità differenti, ma unite da un filo conduttore: sono Paesi nel mirino dell’integralismo islamico, Israele in testa. Seconda coincidenza: come nel caso di Orlando, si tratta di un ragazzo con problemi psichici, ma non di un radicalizzato. State certi che entro oggi salteranno fuori testimonianze di persone che lo hanno visto bere alcool al pub, mangiare carne di maiale e baciarsi con un altro uomo. Terza coincidenza, il parallelo fra l’attacco dell’altra sera a Russell Square e quello compiuto nel dicembre scorso nella stazione della metropolitana di Leytonstone, nell’est di Londra, da Muhiddin Mire, un trentenne britannico di origini somale che con un machete ferì in modo grave un passeggero, prima di essere fermato da un altro commuter. Mire, come il 19enne arrestato per i fatti di mercoledì, fu allora descritto dagli investigatori come una persona con problemi mentali ed è tuttora recluso in un ospedale psichiatrico, ma la polizia accertò anche che si era in qualche modo ispirato su Internet alla propaganda dell’Isis. Proprio nei giorni scorsi, l’uomo è stato condannato all’ergastolo (ma con la possibilità di invocare la libertà su cauzione fra poco più di otto anni, ridicolaggine pura) da un giudice che nel verdetto lo ha in effetti indicato come uno squilibrato, riconoscendone tuttavia pure un movente di tipo terroristico. Capite da soli che siamo al cerchiobottismo più assoluto. 

Alcuni testimoni dell’accaduto di mercoledì sera raccontano di aver sentito l’attentatore urlare imprecazioni e minacce, ma non hanno precisato se il giovane parlasse anche di terrorismo o di motivazioni estremiste per il suo gesto. E qui siamo alla ripetizione di Monaco di Baviera, dove il mondo intero ha sentito l’attentatore parlare in tedesco con l’inquilino del palazzo di fronte, ma la CNN e il Daily Mail riportarono che, prima di entrare in azione, l’attentatore avrebbe gridato Allah akbar. C’è poi il filo conduttore di questa strategia della tensione: i disturbi psichici. La Gran Bretagna ne sembra addirittura l’epicentro: era matto l’accoltellatore di Leytonstone, quello che a giugno uccise la deputata Jo Cox e ora questo norvegese di origini somale. Sembra quasi ci sia una messa in discussione globale delle teorie di Basaglia, più che una guerra in atto. 

Ma la follia, a volte, è un’arma. Come non ricordarsi del programma segreto e illegale di controllo mentale della CIA, chiamato col suggestivo nome in codice MK-Ultra. Fu proposto dall’allora numero due dell’agenzia, James Angleton e il suo capo, Allen Dulles, lo approvò senza autorizzazione del Congresso: di fatto, si applicava un’idea di Sidney Gottlieb, un chimico-farmacologo. Anzi, il capo dell’apparato chimico della CIA, soprannominato per le sue capacità “Stregone nero” e “Dottore dei trucchi sporchi”, il quale preparava veleni e sperimentava sostanze psicotrope per il controllo mentale e per fare ammettere ai soggetti qualunque cosa. A tal fine, trattò a loro insaputa con LSD reduci di guerra americani con disturbi psichici e sperimentò funghi allucinogeni del Sudamerica su cavie inconsapevoli. 

È storia, non fantascienza o complottismo, tanto che quando lo scandalo esplose, la CIA dichiarò di voler cessare tale sperimentazione. Pensate davvero che un’arma manipolatoria simile sia stata abbandonata? E non pensiate che gli altri servizi segreti non abbiano compiuto negli anni esperimenti simili: creando uno stato d’animo collettivo, il clima elettrico di un contagio psichico si espande “spontaneamente” e i soggetti disturbati, spostati, mentalmente instabili si arruolano da sé nel terrorismo. Come hanno piegato i membri della Baader-Meinhof nel carcere di Stammheim? Portandoli alla follia attraverso privazioni e metodi di guerra psicologica. E come si piega la volontà dei prigionieri di Guantanamo, al netto del waterboarding? Privazione del sonno, luce accesa anche di notte, musica heavy metal a tutto volume, stordimento indotto. Le attività correlate a queste pratiche sono molteplici: la propaganda, la disinformazione, l’intossicazione psichica, la creazione di stati d’animo collettivi per indurre popolazioni intere ad adottare o abbandonare certo valori. O a spaventarsi di ciò di cui non deve spaventarsi o fidarsi di chi non deve fidarsi. 

Tendo a prendere in esame questa pista non solo e non tanto per la sospetta epidemia di pazzi che sta colpendo in tutta Europa, ma anche per alcune incongruenze che non sembrano deporre a favore di un allarme generale quale quello che ci viene instillato da politica e media. Se ci avete fatto caso, da qualche giorno in Italia si stanno compiendo espulsioni e perquisizioni presso persone ritenute vicine all’estremismo islamico, addirittura ieri tre imam. Certo, l’Isis ha minacciato direttamente Roma, ma giova ricordarsi che lo ha fatto anche due anni fa e l’anno scorso: ci sono minacce specifiche? Nella capitale, il cui vero problema è quello di essere invasa dai rifiuti come una favela del terzo mondo, sono stati rafforzati i controlli in tutti i punti sensibili e pare che l’allerta stia salendo in tutto il Paese. Ma se c’è tanto rischio, perché il Parlamento chiude per 41 giorni di ferie e Matteo Renzi se ne va in vacanza sei giorni a Rio de Janeiro per le Olimpiadi? Di più, perché le istituzioni dicono una cosa e si comportano in maniera opposta? 

Mercoledì, in Parlamento per un’audizione al Comitato Schengen, il ministro della Giustizia, Andrea Orlando, ha finalmente ammesso quello che molti analisti avevano denunciato già mesi fa: «Non abbiamo trovato la pistola fumante ma ci sono indizi su cui ha richiamato l’attenzione anche il procuratore nazionale antiterrorismo, Franco Roberti». Il sospetto è che le organizzazioni che fanno partire i migranti dall’Egitto e Libia e che decidono quanti mandarne in Italia, quanti in Grecia o quanti altrove, finanzino il terrorismo islamico. «Dalle informazioni disponibili – ha spiegato il Guardasigilli – risulta in corso una serrata verifica investigativa sull’ipotesi che fiduciari dell’Isis svolgano ruoli cruciali di controllo e di indirizzo nella gestione dei flussi migratori verso l’Italia». 

Dietro gli scafisti che riempiono le nostre coste di disperati e forse anche di terroristi, insomma, ci sono miliziani dello Stato islamico che in Libia avrebbero assunto un ruolo più attivo rispetto al semplice compito di riscuotere il “pedaggio” dai trafficanti di uomini. L’ipotesi degli inquirenti è che, in questo piano di invasione dell’Europa, i jihadisti diano «direttive sui criteri di distribuzione territoriale dei migranti». Inoltre, le indagini relative alle ultime stragi, confermano che almeno una dozzina di terroristi implicati e loro complici abbiano vissuto o siano transitati dall’Italia. E al netto di tutto questo, noi cosa facciamo: offriamo le basi agli Usa per bombardare più comodamente la Libia, aumentando l’instabilità e, quindi, favorendo più partenze verso il nostro Paese. Vi sembra un atteggiamento coerente? Militarizziamo le città, ma, al contempo, non solo favoriamo la creazione di condizioni destabilizzanti in uno dei Paesi centrale degli scafisti, ci permettiamo anche il lusso di non respingere le barche e di far approdare sulle nostre coste chiunque, in massa, senza controlli. 

Non vi pare che un governo serio, invece di andare a Rio, andrebbe a Tripoli per stringere accordi di rimpatrio e, magari, sventolare dei soldi per fare in modo che da quelle coste i barconi non partano proprio? Delle due, l’una: o c’è l’allarme terrorismo e allora la politica di gestione dei flussi migratori deve cambiare radicalmente in senso restrittivo, oppure non c’è e allora bisognerebbe dare una spiegazione allo stato di emergenza e di allerta che stiamo vivendo. Come mai, di colpo, l’Europa e gli Usa sono in preda a pazzi che compiono gesti violenti? Molti di loro non possono parlare perché uccisi, gli altri finiscono in manicomio e spariscono dalla circolazione mediatica. 

Più in generale, come si spiega un’Europa che è sotto minaccia dell’Isis, ma che non trova arma migliore di rinnovare le sanzioni economiche alla Russia, l’unico Paese non mediorientale che i tagliagole li sta combattendo davvero e non da oggi? Capite da soli che siamo alla fiera del controsenso, ma ci sono motivazioni politiche che spiegano quanto sta accadendo: l’anno prossimo si vota sia in Germania che in Francia e i partiti di governo non godono certe di buona salute. La Gran Bretagna deve affrontare la Brexit, ovvero l’attivazione dell’articolo 50 e la gestione della fase di passaggio, mentre in Italia a novembre si voterà su un referendum che appare, sempre di più, questione di vita o di morte. Di più, il 2 ottobre l’Austria torna al voto per il ballottaggio delle presidenziali e, a oggi, Norbert Hofer, candidato della destra Fpo, è dato in vantaggio con il 58%, mentre nello stesso giorno l’Ungheria andrà alle urne per esprimersi sulla politica di ricollocamento dei migranti decisa dall’Ue. Sapete bene che il voto non è più quello ideologico di un tempo, lo dimostra il successo del Movimento 5 Stelle e quindi lo stato d’animo con cui si approccia alle urne può contare molto. 

Pensateci un attimo, togliendo ogni incrostazione ideologica. Non più tardi del 17 luglio scorso, la ministra Maria Elena Boschi, plenipotenziaria di quel referendum sulle riforme, sfidò il senso del ridicolo pronunciando le seguenti parole: «Dire “sì” al referendum e alle riforme può dare al nostro Paese la possibilità di essere più moderno e credibile, in grado di avanzare proposte e dare risposte alle sfide della crescita economica, le sfide della integrazione e della gestione dei flussi migratori in arrivo. Condizioni essenziali per emarginare la minaccia del terrorismo e per rispondere all’esigenza di sicurezza che arriva dai cittadini». Insomma, votare a favore della riforma costituzionale voluta dal governo è anche un mezzo per combattere il terrorismo. Ve lo vedete l’Isis che fugge a gambe levate di fronte alla minaccia del premio di maggioranza? 

Eppure quelle parole, se dette in un contesto di paura e tensione irrazionale come quello che stiamo vivendo, potrebbero anche avere presa. La Boschi è troppo intelligente per non sapere di aver detto un’idiozia, ma in questo momento, anche quell’idiozia può sembrare credibile, perché quando si ha paura, si accetta qualsiasi arma di appiglio difensivo. Insomma, attenti a come leggere gli accadimenti, perché c’è il forte rischio di dissimulazione collettiva, l’arma migliore per far passare sotto silenzio le priorità e gli allarmi veri. 

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori