DIARIO ARGENTINA/ I paradossi e le domande su Fernandez in attesa delle elezioni

- Arturo Illia

Domenica prossima si terranno le elezioni generali in Argentina. Le consultazioni arrivano in un momento particolare per il Paese e il suo Presidente

Argentina Fernandez bancarotta
Alberto Fernandez e Cristina Fernandez de Kirchner (Lapresse)

Il 14 novembre sarà una data importante per l’Argentina: si dovesse ripetere, nelle elezioni generali per le Camere, il risultato delle primarie di settembre, si aprirebbe non solo un panorama politico nuovo, ma pure sarebbe sancita, molto probabilmente, la più grande batosta elettorale per il peronismo, specie nella sua aggregazione più estremista (il kirchnersimo) che ha governato il Paese dal 2003 per quasi venti anni in uno dei capitoli più negativi per l’Argentina.

È chiaro come i risultati delle primarie abbiano spinto l’attuale Governo a tentare un drastico cambio nelle sue politiche, teso a mitigare la disastrosa situazione in cui ha sprofondato la nazione in soli due anni di potere, ma con mosse che si sono rivelate insufficienti e hanno vieppiù, perlomeno nei sondaggi, confermato che la ripetizione dei numeri di settembre sarà pressoché inevitabile.

Ci troveremo quindi con un Parlamento di segno diametralmente opposto al Presidente, che a quel punto non potrà mettere in atto politiche differenti per proseguire nella sua direzione, anche se finora Alberto Fernandez ha prodotto solo disastri dove ha messo mano.

Il fatto, lo sappiamo, è che in pratica ci si ritrova con una presidenza che, per quanto riguarda il potere, è fittizia, mentre le leve del comando sono saldamente nelle mani della Vicepresidente Cristina Fernandez de Kirchner. Che ha spinto in maniera notevole l’Argentina fuori dal mondo occidentale, così come aveva fatto nei suoi mandati presidenziali, e nelle mani di relazioni internazionali decisamente con regimi populisti o dittatoriali, basti pensare al Venezuela, alla Russia, alla Cina e all’Iran. Tutto un processo ormai instradato al punto tale che la scorsa settimana è stato raggiunto un accordo con la Cina modello “Via della Seta” che in pratica ripropone quelli che il gigante d’Oriente ha stipulato con altri Paesi, Italia compresa (benché poi gli effetti di questo siano stati attutiti al massimo dal Governo Draghi). 

Ora il Memorandum che la Cina asserisce di firma imminente riguarda 5 punti: energia, 5G, Antartide, Mare Argentino e sfruttamento minerario. In pratica il colosso cinese metterà direttamente mano sulle risorse del Paese, sfruttandole a suo piacimento. È quindi di estrema importanza che per l’attuale Governo domenica prossima non si consegni la maggioranza all’attuale opposizione, perché è chiarissimo che se così sarà la ratifica di questa sottomissione economica non risulterà possibile. Salvando il Paese dalla dirittura finale di una situazione che già ha investito soprattutto il Venezuela.

Ma l’altro punto importantissimo è che se questo risultato si concretizzase non solo la Kirchner ma pure i suoi figli dovrebbero affrontare una serie di processi per vari reati legati alla corruzione degli anni in cui il kirchnerismo deteneva il potere. Questo per la perdita dell’immunità parlamentare di Cristina.

Ma di quali appoggi può godere attualmente l’Argentina in questo tentativo di recupero di una situazione elettorale votata al disastro? Non da molti Paesi partecipanti del G20, vista la debacle romana che ha investito una delegazione che, al contrario della drammatica situazione economica del Paese, si è presentata numerosa (circa 108 persone) alloggiando in un hotel di lusso di Roma al contrario di altre delegazioni i cui mandatari hanno sfruttato le rispettive Ambasciate.

E allora che si fa? Si chiamano i vecchi amici, anche se caduti in lussuosissime disgrazie (come sempre capita al populismo, d’altronde). Ecco quindi arrivare a dar man forte al Presidente Fernandez due vecchie conoscenze come l’ex Presidente ecuatoriano Rafael Correa (condannato a 8 anni di carcere in contumacia nel 2020 per reati di corruzione e che attualmente vive in Belgio) e l’ex Presidente boliviano Evo Morales che nel 2019 fu protagonista di una elezione dominata da brogli elettorali e forzature Costituzionali che provocarono una rivolta dell’opposizione e delle Forze Armate che lo costrinsero a una fuga che terminò proprio in Argentina, dove venne protetto da Fernandez. Successivamente il suo partito vinse di nuovo le elezioni ed Evo potè tornare a Bogotà, da dove la settimana scorsa è arrivato per poter presentare il suo libro che in pratica racchiude la sua versione sugli incresciosi fatti di tre anni fa, ovviamente permeata dalla teoria del golpe… più strano della storia boliviana, dove dopo la sua fuga venne restaurata una piena democrazia con elezioni che, lo ripetiamo, furono vinte dal suo movimento.

La cosa che colpisce è che Morales sia arrivato all’aeroporto cittadino bonarense di Aeroparque su di un jet con matricola venezuelana di proprietà della società petrolifera di Stato PDVSA. Il velivolo, un Bombardier LearJet 45 matricola YV2716 è in pratica sanzionato dal ministero del Tesoro degli Stati Uniti e successivamente dalla stessa Casa Bianca con altri 15 velivoli come proprietà bloccata con un’ordine esecutivo 13884 così come tutte le proprietà e i relativi interessi del Governo venezuelano.

Viene quindi da chiedersi come mai il velivolo fosse autorizzato al volo, ma soprattutto il fatto, che di per sé potrebbe apparire marginale, pone una domanda imbarazzante: ma se durante il G20 Fernandez ha tentato in tutti i modi di ingraziarsi il Presidente Usa Biden e, dopo il fiasco dell’incontro del Presidente argentino con la responsabile del Fmi, Cristalina Georgieva, per vedere di mitigare le condizioni del pagamento del debito che il suo Paese ha con questa istituzione, il mandatario Usa rimane l’unica persona in grado di influenzare positivamente il Fondo, che senso ha rischiare un incidente diplomatico che potrebbe compromettere l’importantissima questione, accettando un aereo bloccato dagli Usa?

E poi che vantaggi potrebbe trarre a livello elettorale il Frente de Todos peron-kirchnerista dal presentare due personaggi, sostanzialmente corrotti e discussi nelle loro politiche, come alleati al punto da immortalarli in foto di un incontro presidenziale e presentarli in una manifestazione elettorale? Forse pensa di poter convincere elettori indecisi ad appoggiarlo? Davvero un mistero che sicuramente la prossima domenica si risolverà, speriamo, una volta per tutte, in quel cambiamento che una nazione così ricca come l’Argentina merita per rimettersi in gioco non solo economicamente.

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