DIARIO CILE/ I passi falsi della Presidenza Boric: “sogni” bruciati dalla realtà

- Arturo Illia

Il mandato presidenziale di Boric è iniziata poco più di 15 giorni fa. E già per il Presidente cileno sono iniziati problemi di non poco conto

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Gabriel Boric (Lapresse)

Lo scorso 11 marzo è iniziato il mandato presidenziale di Gabriel Boric in Cile: si apre così, almeno sembra, una nuova era di una nazione che, secondo il pensiero di molti osservatori, vuole scrollarsi di dosso un passato nefasto degli anni ’70, con il colpo di Stato di Pinochet, per iniziare una svolta “progressista” che, partendo dalle proteste del 2019 contro l’aumento delle tariffe per la Metro di Santiago del Cile, ha innescato un’onda massiva di manifestazioni (spesso da lui guidate) per imprimere un vero cambio nelle politiche di un Paese che però, ricordiamolo, dalla caduta della dittatura con il ritorno della democrazia ha visto alternarsi Governi spesso di segno opposto, ma sempre con un dialogo aperto e soprattutto una partecipazione comune a piani economici rispettati dagli esecutivi di turno. Insomma, una lezione di vera democrazia non solo per tutta l’America latina spesso invasa dal populismo che ha portato intere nazioni allo sfascio, si pensi al Venezuela e all’Argentina, ma anche per il resto del mondo visto che il tasso di povertà nell’arco degli anni è arrivato all’8%, superando quello di molte nazioni europee.

Ambientalismo, femminismo e rispetto dei diritti umani sono stati il cavallo di battaglia del giovane Gabriel, che con i suoi 35 anni è il più giovane Presidente della storia del Cile, un Paese in cui la giovane leadership di sinistra vuole o vorrebbe dare una svolta radicale, lo ripetiamo, a decadi di Governi ritenuti “neoliberisti”, un refrain già ascoltato in contesti di altre nazioni.

Il cammino del nuovo Presidente è però iniziato con il piede sinistro, a dimostrazione che tra il dire e il fare c’è spesso la distanza che la realtà rivela sui sogni. È scoppiata difatti una questione importante, già da noi affrontata in un precedente articolo: quella dell’etnia Mapuche: una decina di giorni fa una manifestazione organizzata da gruppi di studenti che protestavano in loro favore è stata repressa dalla Gendarmeria, così come altre manifestazioni organizzate da cittadini contro un progetto di legge che prevede amnistie generali che riporterebbero in circolazioni delinquenti comuni.

La cosa che colpisce è che una delle forti ragioni che alla fine hanno provocato la vittoria elettorale del fronte politico raggruppante l’estrema sinistra risiede proprio nella repressione con la quale il precedente Governo neoliberista ha affrontato le manifestazioni spesso di gruppi armati e violenti che hanno caratterizzato il caldo 2019 cileno, culminato con incendi appiccati a chiese ed altre violenze del genere. Viene da chiedersi come mai, una volta al potere, pure un Governo dichiaratamente “progressista” utilizzi gli stessissimi metodi, a meno che non si voglia ironicamente considerare la violenza della repressione di forze dell’ordine agli ordini del precedente dicastero eseguita con odio e quella progressista con amore.

Usare la forza dello Stato per reprimere manifestazioni violente è una cosa, ma farlo in quelle pacifiche (come accaduto nella studentesca adunata pro-Mapuche) costituisce un errore gravissimo: a meno che non si voglia pensare che gli studenti, che tanto hanno appoggiato l’elezione di Boric, ora che è al potere non servano più. Il che costituirebbe un metodo molto classico di chi, dopo le promesse rimarcate all’infinito in campagna elettorale, alla fine riesca a far rimpiangere chi lo ha preceduto.

Va da sé che il compito che attende il nuovo Presidente, come già abbiamo scritto, è la scelta tra il dialogo con un’opposizione governativa molto forte (nella più classica tradizione cilena) o uno stacco completo con il passato e una conseguente rottura, sul modello di quella tragicamente eseguita dal socialista Salvador Allende negli anni ’70.

Ora si vuole applicare una riforma della Costituzione di stampo tipicamente comunista, cosa che non trova d’accordo i partiti e movimenti al di fuori del cerchio “progressista”: ma, come ripetiamo, esiste anche la problematica delle popolazioni indigene della Regione Araucana, dove gruppi radicali rivendicano le terre e denunciano sistematicamente organizzazioni di difesa legate a imprese di sfruttamento forestale e repressioni della polizia.

Durante la visita della fiammante ministra dell’Interno Izkia Sichez alla comunità di Temocuicui, 600 chilometri al Sud di Santiago, dove avrebbe incontrato il padre di una ragazza indigena assassinata dalla polizia nel corso di una manifestazione nel 2018, la sua auto è stata al centro di un’imboscata di un gruppo radicale che ha dapprima bloccato la strada usando un’auto data alle fiamme, e quindi ha sparato diversi colpi contro il mezzo ministeriale, costringendolo a un dietrofront e successiva fuga. 

Insomma, dopo gli eufemismi e i racconti che hanno accompagnato l’ascesa di Boris al potere, è arrivato il momento di affrontare la dura realtà di zone del Paese dove l’autorità dello Stato non può entrare senza prima chiedere permesso.

Ma questo non è l’unico problema affrontato male: nei suoi primi giorni alla presidenza, Boric ha anche originato un’assurda polemica con il Re Filippo VI di Spagna, da lui accusato di ritardare la cerimonia del suo insediamento, fatto smentito dalla casa reale spagnola. Oltre a questo ha pure creato problemi con la Chiesa Cattolica per la presenza, a suo dire, nello stesso evento, di due Cardinali accusati di abusi su minori. 

Insomma, se il buongiorno si vede dal mattino bisogna chiedersi in che modo si potranno risolvere altri temi importanti come una riforma tributaria che aumenti il peso fiscale sulle classi più abbienti e anche un accesso a un servizio medico pubblico di qualità, considerato il pessimo attuale a disposizione delle classi più deboli, che non possono permettersene uno privato.

E via via altre questioni che ora, per essere risolte, avranno bisogno del bagno nella realtà citato sopra: speriamo bene, anche se una dichiarazione del nuovo Presidente non promette nulla di buono. “La Plaza Italia è un luogo che si è convertito in un simbolo (per le proteste del 2019 ndr.) . Di conseguenza le attività delittive (manifestazioni, ndr) che si realizzano tutti i venerdì non saranno più permesse”. Della serie: chi ben comincia (sic) è alla metà dell’opera… purtroppo in questo caso.

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