DIARIO PERÙ/ L’escalation di proteste e violenze che solo le elezioni possono fermare

- Arturo Illia

La situazione in Perù si va facendo più critica con proteste che si moltiplicano. Indire le elezioni anticipate potrebbe portare un po' di calma

Peru Boluarte Dina Lapresse1280 640x300 Dina Boluarte (Lapresse)

La situazione in Perù si va facendo più critica con il passare dei giorni e ormai le proteste si moltiplicano in un’escalation nella quale il Governo d’emergenza di Dina Boluarte non riesce più ad avere il controllo di un Parlamento che respinge integralmente ogni sua proposta di soluzione di una crisi ormai infinita. Un altro colpo interno è stato dato da una dichiarazione della ministra degli Esteri Ana Cecilia Gervasi, che ha candidamente ammesso che non esistono tuttora prove della presenza di terroristi o delinquenti dietro le proteste, smentendosi però nel giro di pochi giorni.

Le varie manifestazioni che si sono succedute dopo la destituzione dell’ex Presidente Castillo negli ultimi due mesi hanno prodotto circa 60 morti, sia tra manifestanti che nelle forze dell’ordine, e non sembrano assolutamente placarsi anche perché, lo ripetiamo, il Governo ha respinto due giorni fa l’ennesima proposta di anticipo delle elezioni, unico sbocco che potrebbe permettere di ristabilire la calma nel Paese.

Boluarte, attraverso la sua linea politica sempre più dura, si propone come rappresentante dell’ordine in una situazione che, secondo lei, è generata non solo dalla presenza di gruppi violenti, ma nasconde pure importanti influenze sia del narcotraffico che dell’industria mineraria illegale e di attivisti politici della vicina Bolivia.

Ma qui si inserisce l’intervista al New York Times della sua ministra degli Esteri che, pur confermando che al momento non ci sono prove, ha assicurato che prima o poi salteranno fuori, dicendosi sicura di ciò, visto che “le manifestazioni sono definitivamente finanziate da qualcuno, gruppi criminali, che beneficerebbero del caos nel quale è immerso il Paese “.

Ricordiamo che lo scorso 7 dicembre l’ex Presidente Pedro Castillo, che aveva vinto le elezioni e si era presentato come il candidato indigeno in grado di risolvere i gravi problemi del Paese, in primo luogo l’indigenza di gran parte dei suoi abitanti, era stato accusato di corruzione e il Parlamento aveva chiesto la sua destituzione, provocando la reazione dell’interessato che attuò un colpo di Stato della durata di appena 120 minuti, perché le forze dell’ordine e i militari, che secondo lui l’avrebbero appoggiato, lo fecero arrestare mentre si dirigeva all’Ambasciata messicana in cerca di asilo.

A partire da li le proteste iniziarono in tutto il Perù, ma specialmente nelle zone a maggioranza indigena, con manifestazioni nei cui scontri con la Gendarmeria morirono molte persone: ma l’ondata di proteste non si è mai placata ed è invece proseguita in un’escalation che continua estendendosi in modo importante anche nella capitale Lima.

Ora se analizziamo meglio la situazione ci troviamo di fronte a fatti inequivocabili, il principale dei quali riguarda sia la ricchezza mineraria che di coltivazioni di coca del Perù che l’estrema indigenza di gran parte dei suoi abitanti, mentre nel potere dilaga una corruzione che si protrae da molti anni e che è molto estesa e non individuabile in un solo gruppo politico o imprenditoriale.

C’è da aggiungere che da tempo su tutta la situazione aleggia l’ombra della vicina Bolivia e specialmente quella dell’ex Presidente Evo Morales che, seppur non più operante in quella carica, di fatto detiene il potere assoluto nella nazione, visto che l’attuale Presidente, Luis Arce, altro non è che il suo delfino politico. Ricordiamo che successivamente al tentativo di colpo di Stato attuato da Castillo proprio l’Ambasciatore della Bolivia venne allontanato e rispedito in Patria perché accusato di costituire la sua “lunga manus” e di averlo assistito e consigliato nel golpe.

Ora la problematica assume chiarezza dal progetto proposto da Morales a Castillo di organizzare un referendum in alcune province peruviane che poi potesse costituire il primo passo verso la creazione di una “Patria Indigena” che poi, nei calcoli del boliviano, si sarebbe dovuta annettere al suo Paese: guarda caso terre tra le maggiori produttrici di coca del mondo… e tutti sappiamo che Morales è il rappresentante dei “cocacoleros” e il suo Movimento (che ha anche vinto le ultime elezioni con Arce come candidato) è composto proprio da contadini che detengono la produzione della famosa pianta. È chiaro di come il narcotraffico amplierebbe il suo potere, già immenso, in una parte dell’America Latina di estrema importanza anche mineraria, come già detto sopra.

Se difatti l’attuale Governo peruviano non dovesse trovare una data quanto mai vicina per l’effettuazione di elezioni, la situazione rischierebbe di degenerare ulteriormente anche perché, ricordiamolo, sia il Brasile che l’Argentina sono retti da due Governi alleati di Morales e che inquadrerebbero il suo progetto in quello di un’America Latina totalmente in mano a populismi di stampo marxista in grado, attraverso organizzazioni come il Brics e l’altra influenza notevole (quella della Cina) di creare una indipendenza dal mondo occidentale per legarsi al carro di una nazione che mira al controllo delle immense ricchezze del Sudamerica. Con una Ue che ancora non l’ha capito e che rischia di essere estromessa in questa parte del mondo.

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