DIETRO IL COLLE/ Palazzo Chigi e fuoco amico, le 2 incognite di Draghi e Berlusconi

- Anselmo Del Duca

Il maggiore punto di domanda su Draghi al Colle riguarda le sorti del governo. Intanto Berlusconi non si fida di Lega e Fdi e guarda al centro

poteri presidente della repubblica Quirinale (LaPresse)

Sembrano impantanati i partiti che fra un mese esatto saranno chiamati a scegliere il successore di Sergio Mattarella. Magari è solo perché il confronto non è ancora entrato nel vivo e tutti marcano le rispettive posizioni. Fatto sta che l’impressione di oggi non risulta delle migliori, sembra di andare a fari spenti nella notte, fra veti incrociati e preannunci di ipotesi strampalate o di bandiera.

Se però ci si ferma ad analizzare con un minimo di freddezza la situazione ci si accorge che al momento la questione Quirinale ruota essenzialmente intorno a due incognite, Draghi e Berlusconi.

La maggiore delle due è senza dubbio relativa al presidente del Consiglio. È il candidato naturale al Quirinale, essendo la sintesi della coalizione di unità nazionale che sta guidando il paese. Ma nessuno ha chiaro quali sarebbero le conseguenze di una sua elezione a Capo dello Stato. Ai parlamentari timorosi di una precipitosa corsa al voto deve essere data una risposta alla domanda delle domande: c’è vita dopo Draghi?

I retroscena domenicali sono abbastanza concordi nel riferire che lui non si candiderà mai apertamente per una carica per cui la regola è proprio il non candidarsi. Sembra aspirarci, però, se è vero che voci a lui vicine si spingono a sussurrare che se non ci sono le condizioni per il Colle, difficilmente ci sarebbero per una permanenza a Palazzo Chigi. Par di capire che devono essere i partiti, insieme, ad andare da lui, offrendogli la massima carica e magari concordando poi come non interrompere un’esperienza di governo che ha ridato smalto all’economia e prestigio internazionale al paese. Più complicato, sembra, trovare un nome per il Quirinale da cui Draghi possa sentirsi garantito. In questo scenario si parla di Amato, o Casini, ma ancora in modo vago.

Le forze politiche sono divise, e appaiono pure ondivaghe. Scartata l’ipotesi di preservare l’attuale equilibro rieleggendo Mattarella, dovranno guardarsi in faccia e decidere se c’è una soluzione in grado di far continuare il governo Draghi senza Draghi. I nomi più accreditati sono i ministri Daniele Franco e Marta Cartabia, con quest’ultima in netta risalita nel borsino. Ma nessuno dei due ha l’autorevolezza dell’ex numero uno di Bce e Banca d’Italia.

A complicare la strada per Draghi al Colle c’è la necessità di eleggerlo in prima battuta, per dare un segno di unità. Servono i due terzi dei voti, ma la lunga tradizione di franchi tiratori (magari per timore di perdere il seggio), con gruppi parlamentari sfilacciati come non mai, rischia di compromettere l’operazione.

A questo punto entra in scena l’incognita numero due, Silvio Berlusconi. Anche se sempre negata, la sua voglia di Quirinale è il tema del momento. E la foga con cui la sinistra politica e quella giornalistico-giudiziaria tentano di stopparla fa capire che rappresenta molto più di una boutade. Certo, non sarebbe il presidente di tutti, ma dalla quarta votazione l’ipotesi sulla carta potrebbe anche materializzarsi, nel momento in cui il quorum si abbassa. Le cronache parlamentari delle ultime settimane sono zeppe di racconti di emissari berlusconiani in campo per tessere la tela che consentirebbe di raggranellare fra le fila del gruppo misto i voti mancanti rispetto alla somma dei grandi elettori del centrodestra e a quelli (si ripete con insistenza) di Italia viva.

Dicono però che il terrore più grande di Berlusconi sia di cadere vittima del “fuoco amico”. Che siano i parlamentari dei partiti alleati a tradirlo nel segreto dell’urna. Dicono che i suoi fedelissimi siano giunti persino a minacciare gli alleati Salvini e Meloni di un clamoroso abbandono del centrodestra da parte di Forza Italia, con una svolta centrista, o “modello Ursula” (con renziani, Pd e M5s, come per l’elezione nel 2019 della presidente della commissione Ue). Uno scenario tetro, che taglierebbe fuori Fratelli d’Italia e Lega da qualunque ipotesi di approdo futuro a Palazzo Chigi, quale che sia la legge elettorale (altro tema che si interseca con la corsa al Colle).

Subito dopo Natale, varata (a fatica) la manovra economica, il confronto fra le forze politiche entrerà nel vivo. Non sarà né facile, né scontato. L’unica certezza e che il voto per il Colle costituirà uno spartiacque per la politica italiana. Qualunque sia il suo esito, nulla sarà come prima.

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