DIETRO LE QUINTE/ Fioramonti e la verità (non detta) che affonda il governo

- Sergio Luciano

Dietro le dimissioni di Fioramonti c’è una denuncia: lo Stato non ha soldi e non può usare i sistemi che gli permetterebbero di trovarne. Il resto è propaganda

ministro fioramonti dimissioni
Lorenzo Fioramonti, ex ministro dell'Istruzione (LaPresse)

Un miliardo in più chiedeva il ministro Fioramonti, ormai ex, per rilanciare la scuola italiana. E non l’ha avuto. Un miliardo ha chiesto la realtà dei fatti mettendo il governo di fronte al rischio immediato del crack della Banca popolare di Bari. E il governo l’ha stanziato dalla sera alla mattina.

Dunque Fioramonti non ha ottenuto i soldi in più, e si è dimesso da ministro.

Tutte le volte che accade in Italia una rarissima evenienza del genere – dimissioni spontanee e non imposte da qualche avviso di garanzia più o meno infondato – bisogna esser prudenti prima di fare spallucce. In Italia non ci si dimette mai volontariamente. È vero che Fioramonti è mezzo sudafricano. E infatti per la sua metà italiana si dimette dal governo, ma non manda tutto a quel Paese: resta parlamentare e fonda addirittura un gruppo a sostegno del premier Conte. Come a dire: di te e del nostro Movimento mi fido, dell’alleanza di governo che ci obbliga a continui compromessi sul programma non mi fido più. Ma comunque il suo non è un gesto gratuito: rinunciare alla cadrega ministeriale l’hanno fatto solo i ministri della Lega del primo governo Berlusconi, che nel ’95 impallinarono il Cavaliere autocondannandosi, e condannandoci, a cinque anni di governo dell’Ulivo che ne fece di cotte e di crude, di buone e di cattive ma alla fine consegnò l’Italia allo stesso Cavaliere che aveva impallinato cinque anni prima.

La provocazione di Fioramonti ha un merito. Quello di ricordare a tutti che siamo in scacco economico. Un Paese come il nostro, a tutt’oggi ottava potenza economica globale, terzo contributore dell’Unione Europea – e tuttora contributore netto, cioè diamo più soldi di quanti ne prendiamo – non dovrebbe avere il problema di non poter spendere un miliardo in più di investimenti in istruzione. Perché invece ce l’ha, questo problema, al punto da indurre un ministro militante nel partito di maggioranza relativa a dimettersi?

Semplice: perché non funziona assolutamente più niente, nella pubblica amministrazione e nella collegata capacità dei governi di governare.

Questi partiticchi imbarazzanti – nessuno escluso, ad oggi: dai grillini al Pd, dai leghisti a Italia Viva, da Forza Italia a Fratelli d’Italia (mai tanto abuso del nome “Italia” in politica e mai altrettanta poca cura dei suoi veri interessi come oggi) – non sanno assolutamente come governare, e non hanno le cinghie di trasmissione necessarie con le tecnostrutture dei ministeri che saprebbero farlo ma non ne hanno più voglia né fiducia, scettici come sono tanto sulla tenuta dei provvisori equilibri politici al potere quanto sull’affidabilità dei loro referenti. Senza offesa personale, ma vi pare che un direttore generale di ministero potesse lavorare volentieri con uno come Toninelli? O per dirla del Conte 2, con una come Bellanova? Assediati dallo spauracchio del danno erariale, scoperti da un’Avvocatura iperprudente, crivellati di ricorsi al Tar ad ogni firma, i superburocrati navigano a quota periscopica, e in questi mesi sono bersagliati di richieste dai peones della maggioranza di questa legislatura sgangherata, preoccupati unicamente di acchiappare una poltroncina o uno strapuntino sul quale annidarsi quando il governo cadrà, presto o tardi.

I leader non riescono a concepire un modo per ottenere voti dicendo la verità. E quindi ripetono giaculatorie di bugie.

La verità è che senza intaccare la spesa pubblica corrente, largamente inefficiente, osando rivoluzionare alcuni luoghi e metodi comuni, non sarà la debolissima crescita economica e la pallidissima lotta all’evasione fiscale a farci recuperare le risorse che sarebbero necessarie per ridurre il debito pubblico e quindi riconquistare uno straccio di credibilità sui mercati e in Europa e, magari, finanziare anche quel miliardo in più che Fioramonti chiedeva per l’istruzione.

Già: e chi ci si mette, a fare la spending review. Facciamo un esempio. La pubblica amministrazione chiude il 2019 con almeno 70 miliardi di euro di debiti commerciali verso i privati. Non sono conteggiati nel debito pubblico – si sa – ma pesano sulla nostra economia. Qualche testa calda, ed è un complimento, ha fatto ridere mezza Europa e tremare l’altra metà ipotizzando i mini-Bot per pagarli. In realtà se lo Stato riuscisse in tre mesi a verificare quali di quei debiti siano “liquidi, certi ed esigibili” e offrire ai suoi creditori la scelta se incassarli nei tempi lunghissimi consueti oppure subito, pagandoglieli con il denaro raccolto emettendo nuovo debito pubblico, ma in tal caso rinunciando per le future forniture già contrattualizzate ad un 10% del prezzo pattuito in gara per le precedenti, lo Stato farebbe quel che fa ogni impresa privata, anche grande, per uscire dalla crisi: scambiare tempo con denaro. Ma ci vorrebbe una legge creativa, che verrebbe impugnata per incostituzionalità (ogni cosa è impugnabile per questo) e creerebbe scossoni politici a una maggioranza tenuta insieme con lo sputo.

Un altro esempio: l’uso del contante. Che ridurlo sia efficace contro la malavita è pacifico. Malavita significa economia sommersa, e quindi evasione fiscale; malavita significa narcotraffico. Ma nessuno ci riesce, impotente contro la pressione delle lobby contrarie. Basterebbe una soglia di 100 euro al singolo acquisto contabilizzabile in contanti da pubblici esercizi, artigiani e negozianti e sicuramente qualche beneficio ci sarebbe. Niente.

E ancora: il caso Autostrade. Visto che la magistratura deciderà, come sempre, quando la sua sentenza sarà inutile all’amministrazione della giustizia, il governo dovrebbe chiedere il commissariamento giudiziale dell’azienda, cosa che tra l’altro la Procura stessa avrebbe dovuto già imporre per prevenire l’inquinamento delle prove che, se vi sono eventuali colpevoli annidati negli uffici, sarà a quest’ora già stato perpetrato. E invece niente, troppo occupate come sono le forze politiche a beccarsi reciprocamente per nulla.

Insomma: dietro quel gesto così atipico di Fioramonti – e a meno di dietrofront che lo ridurrebbero a una sceneggiata di quart’ordine – c’è una denuncia: il re è nudo. La politica è debole, il governo imbelle, lo Stato non ha soldi e non può usare i sistemi che gli permetterebbero di trovarne. Il resto è una propaganda che smercia come importanti provvedimenticchi dall’impatto modestissimo.

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