DIETRO LE QUINTE/ I calcoli sulla testa di Conte nel patto Renzi-Salvini

- Anselmo Del Duca

Per la maggioranza M5s-Pd l’incidente rimane dietro l’angolo e la vera golden share rimane saldamente nelle mani di Renzi. Che in gennaio scoprirà le carte

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Matteo Renzi. Sullo sfondo, Matteo Salvini (LaPresse)

La pistola di Matteo Renzi è davvero carica, oppure è a salve? Si concentra in questo interrogativo gran parte dell’enigma sulla vita residua del governo Conte bis. Per i corridoi di Montecitorio e di Palazzo Madama (e pure al Quirinale) tutti gli osservatori si chiedono cosa abbia in testa l’ex premier. Un dato è certo: da settimane ormai nel suo mirino c’è il suo successore alla guida dell’esecutivo, e questo bombardamento del quartier generale certo aggrava una situazione già di per sé al limite.

L’immagine che la compagine di governo sta dando è desolante: divisi su tutto. In queste condizioni la sessione di bilancio arranca, accumulando ritardi clamorosi. Con ogni probabilità per la prima volta nella storia della Repubblica la Camera dovrà accettare a scatola chiusa quanto questa settimana verrà votato al Senato. Un testo ancora in fase di limatura, ma che a Montecitorio arriverà blindato e che passerà a colpi di fiducia a ridosso del Natale. Se così non fosse, si concretizzerebbe lo spettro dell’esercizio provvisorio. Ma se un simile strozzamento del dibattito parlamentare fosse stato attuato da un governo di centrodestra, già si parlerebbe di colpo di Stato, o poco meno.

Il presidente Mattarella è perfettamente conscio della situazione, ma poco può fare in questa fase, anche se i suoi interventi si moltiplicano, da quelli visibili (l’incontro con i sindacati sul caso Ilva e il risarcimento chiesto dall’Inps alle bambine figlie della donna uccisa dal marito), a quelli meno evidenti, come i colloqui con Conte per evitare il peggio.

In condizioni normali un simile quadro politico non potrebbe restare in piedi oltre il varo della legge di bilancio. Ma qui non c’è nulla di normale. C’è una formazione politica di maggioranza relativa che si sente venir meno la terra sotto i piedi e che nei sondaggi pesa la metà (forse) rispetto a venti mesi fa. E c’è un secondo partito di governo dove monta l’insofferenza per una coalizione contro natura, per un feeling mai sbocciato. “Con questi governare è impossibile”, mormorano quotidianamente in Transatlantico, “cambiano idea ogni giorno su ogni argomento”. E l’intervista di Delrio a Repubblica della settimana scorsa (“Non abbiamo paura di andare a votare”) non era tattica. Corrispondeva a una rabbia crescente fra le fila democratiche. Una rabbia nutrita di scontri di fondo, come Fondo salva-Stati e prescrizione, temi sui quali le posizioni mostrano distanze siderali. Serviranno acrobazie retoriche per superarle, e non è detto che basti.

Per la maggioranza giallorossa l’incidente di percorso rimane dietro l’angolo, ma la vera golden share rimane saldamente nelle mani di Matteo Renzi. Pd e 5 Stelle hanno troppa paura di andare al voto per staccare la spina. Certo, C’è l’ipotesi di sfarinamento della galassia grillina, ma un freddo calcolo di buonsenso imporrebbe alle due maggiori formazioni che sostengono Conte di continuare a convivere, anche se non si capisce per fare cosa (a parte impedire l’arrivo di Salvini a Palazzo Chigi).

Gennaio sarà il mese in cui Renzi dovrà scoprire le sue carte. E questo al di là del groviglio di scadenze, che vanno dalla definizione del referendum sul taglio dei parlamentari all’ammissibilità del quesito sulla legge elettorale, dalla riforma della medesima sino alle elezioni regionali in Emilia-Romagna e in Calabria. Il senatore di Scandicci dovrà decidere se incassare o meno il bonus di (probabile) consenso per chi avrà il coraggio di staccare la spina a questa tormentata esperienza di governo (di cui pure è stato il principale artefice).

Fare un rapporto costi-benefici visto con gli occhi di Renzi non è facile. Certo è che gli occhi sono tutti su di lui. Un incontro con Salvini a casa di Denis Verdini è stato seccamente smentito da tutti gli interessati, e con esso anche il patto scellerato che avrebbe previsto la fine del governo in cambio di un candidato leghista molto debole per le regionali in Toscana, roccaforte del “giglio magico”. Eppure sono proprio i segnali di fumo che si scambieranno i due Matteo, oltre che le urne emiliane, che ci diranno se questa legislatura in primavera sarà giunta al capolinea oppure no.

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