DIETRO LE QUINTE/ Mannino: Meloni vuole votare il Colle con Pd e M5s per legittimarsi

- int. Calogero Mannino

Pd e M5s intendono perpetuare il sistema di potere che vige dal ’92, sotto la tutela della magistratura. E stavolta con il sì della Meloni

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Il palazzo del Quirinale (LaPresse)

Conte e i grillini imprimono il sigillo della scomunica laica più intransigente – quella dei pm antimafia Gratteri e De Raho – sulla “improcedibilità” voluta dalla ministra Cartabia. Il dossier verrà riaperto, la ministra invoca l’appuntamento europeo (i fondi) e abbozza: “lo status quo non è in discussione”. Cioè i problemi vanno affrontati, in un modo o nell’altro. Come? Lo dirà l’aula. Ma è stato anche il giorno del green pass (cercasi soluzione), della Fornero consulente del governo per indispettire Salvini, della Meloni che sta all’opposizione ma vuole poltrone in Rai e parla di “coalizione a rischio”.

Secondo Calogero Mannino, più volte ministro Dc, non è il solito copione. Questa volta le spinte sulla giustizia vengono da molto in alto. Bisogna salvaguardare il patto che esiste da Scalfaro in poi. La Meloni pensa di legittimarsi votando il nuovo capo dello Stato con Pd e M5s, ma commette un errore.

Prima Il Fatto Quotidiano, poi Conte, poi Gratteri e De Raho: con la riforma Cartabia “salterà il 50 per cento dei processi”. A che cosa stiamo assistendo? 

A una reazione di rifiuto, da parte di una larga parte della magistratura, delle linee di riforma proposte dalla guardasigilli.

Insomma, i soliti noti.

Non proprio. Questa volta il fronte è più diffuso e articolato. Ci sono anche qualificate resistenze istituzionali. Di più che dire?

Che cosa non sono disposti a concedere?

Non vogliono che sia il parlamento a determinare la tabella dei reati perseguibili. Rimane sospesa poi la questione del Csm.

D’accordo, ma può essere più esplicito?

Il punto vero è che tutti i soggetti e le forze politiche che devono la loro ragione di presenza alla tutela o al permesso della magistratura, i “salvati” – tra i quali un pezzo di sopravvissuti del ’92 – non permetteranno che qualcuno la tocchi.

Nemmeno se c’è di mezzo il Piano nazionale di ripresa e resilienza fatto dal governo che sostengono?

Tentano di piegare Draghi al compromesso che possono accettare.

E ci riusciranno?

Draghi non è Ercole. La sua forza politica è la sua persona. Infatti non è un tecnico, è un politico solo. Abbiamo già detto altra volta della solitudine dei numeri primi.

Ovvero?

Sta giocando al meglio un ruolo importantissimo che le circostanze storiche, quasi impersonalmente, gli hanno posto sul capo, ma i suoi piedi sono comunque di argilla.

Vuol dire che la forza di cui Draghi non dispone potrebbe venire solo dalle elezioni politiche?

Ma scusi, qual è oggi il traguardo politico?

Non la seguo, onorevole Mannino.

Oggi c’è un accordo permanente tra 5 Stelle e Pd. Il cambio di segreteria non conta. Letta sta solamente giocando con più veemenza il ruolo che Zingaretti avrebbe giocato con più garbo. Dunque Pd e M5s hanno un’alleanza di ferro. Con almeno due obiettivi.

Quali sono?

Il primo è controllare l’elezione del presidente della Repubblica. Il secondo è arrivare alla fine della legislatura per logorare nel frattempo il centrodestra e tentare di vincere le elezioni. Nei sondaggi la Lega scende, anche minimamente, la Meloni sale, sale, sale.

In che modo avviene questo logoramento?

Intanto per questo gioco di rincorsa e sorpasso. Poi inducendo la Lega ad enfatizzare nella quotidianità la manifestazione della sua natura populista, che rimane anomala rispetto agli indirizzi prevalenti in Europa.

Questo è l’appunto di un fedele europeista.

Non si capisce perché Salvini esiti a chiedere l’ingresso nel Ppe. Comunque, il Pd in questo modo dimostrerebbe l’impossibilità della coalizione a guida Salvini a governare l’Italia.

Torniamo al primo obiettivo. Pd e M5s chi metterebbero al Colle?

Un presidente della Repubblica che faccia da nume tutelare e al tempo stesso da regista “spirituale” della sinistra. Com’è stato in tutti questi anni da Scalfaro in poi.

Ma hanno i numeri per eleggerlo?

Se il centrodestra non si dà un disegno politico, sì. Renzi sta provando ad inserirsi nei giochi che portano alla scelta finale del candidato. E che il suo tentativo sia temuto, lo si vede dal fatto che è sottoposto a un’aggressione sistematica da parte della magistratura.

Quale sarebbe il suo ruolo?

Il boccino che dissemina le biglie nel biliardo all’americana. Ma potrebbe fare questo solo con un centrodestra politicamente raccordato al suo disegno.

E secondo lei la Meloni ci starebbe? 

No, infatti. A volte dà la sensazione di procedere per un cammino tutto suo, per una ragione molto semplice. Siccome naviga nei cieli del successo, spera di continuare a volare. Ma è un cielo che potrebbe presto farle toccare terra.

In molte parti d’Italia, soprattutto al Sud, FdI sta raccattando di tutto e di più. Come personale politico, intendo.

Lo so. Infatti potrebbe presto ritrovarsi a deludere i suoi elettori.

E perché?

Faccio un’ipotesi possibile e non anche probabile. Il giorno in cui la Meloni votasse quella candidatura con Pd e M5s, la confusione di identità politica, già di suo fortemente critica, riceverebbe uno scossone molto forte. Non è sicuro che possa beneficiarne in termini di legittimazione.

Aspetti, ho capito bene? Lei sta dicendo che la Meloni voterà il presidente della Repubblica con Pd e M5s.

Non ho detto proprio questo. È una possibilità.

Si fa un gran parlare della Cartabia. Presidente della Repubblica, la prima donna. Con il voto della Meloni.

Ho dato risposte franche e molto libere perché soltanto personali. Ho detto dei giochi e degli interessi politici, forse anche in termini fantasiosi… Non vorrei concretizzare un’ipotesi con un nome anche molto rispettabile come quello della professoressa Cartabia. Che al momento deve guardarsi anche dalla cortesia del nuovo capo dei 5 Stelle.

E la sfida di Meloni a Salvini, il primato nel centrodestra?

Ritengo che quando si tratterà di votare, nel 2023, le previsioni si rileveranno scostate da quelle attuali. Probabilmente i voti ritorneranno entro percentuali di consenso più proporzionate.

Che prospettive vede per Draghi?

Draghi è una persona di assoluta lucidità che ha scelto di servire l’Italia. E lo sta facendo. Si rende conto che l’unica forza politica che di fatto lo sta sostenendo è la Lega. L’elettorato della Lega che conta, quello del Nord produttivo, sta con lui, con Draghi. Se volesse, un giorno potrebbe dire: sono il leader del centrodestra. Ma non gli interessa diventare la punta di diamante di uno schieramento politico.

Vuole soltanto rendere un servizio al paese.

Fino al punto in cui glielo lasciano fare. Ma sa di essere una personalità isolata. Ha soltanto qualche consigliere, purtroppo piuttosto malinconico, come tutti gli intellettuali solipsisti. Non ha neppure canali con gli apparati, che tuttavia lo stanno seguendo. In qualche modo come avvenne per De Gasperi.

Non potrebbe essere lui il nuovo presidente della Repubblica?

E chi lo elegge? Letta, prendendo a bersaglio Salvini, prende a bersaglio Draghi e lo fa diventare, nell’immaginario determinato dalle movenze del gioco politico, il candidato del centrodestra. Ma il centrodestra non è in grado di assicurare tutto il proprio contributo, in quanto disunito.

La strategia di Letta di rappresentare la sinistra radicale sembra molto miope. Secondo lei sta funzionando?

Quella di Letta è una battaglia di bandiera per rappresentare tutto il politicamente corretto che c’è in Italia. Punta su quello. Ha dalla sua un ampio sostegno: Corriere, Repubblica, Stampa, Messaggero, La7. Certo, c’è un paradosso, ma è solo apparente. Dalla caduta del muro di Berlino il partito post-comunista dalle denominazioni di volta in volta mutate ha cercato un’identità. Adesso è quella del politicamente corretto, e la fisionomia è quella del partito radicale borghese-popolare.

Che cos’è, in pratica?

Un populismo gentile, più elegante. Da meritare il voto dei Parioli.

Ha parlato di paradosso. Qual è?

Letta viene dal mondo cattolico.

E l’apparenza dove sta?

Il richiamo ripetuto ad encicliche papali non lo vincola a criteri ed indirizzi programmatici e politici. Né a farsi carico di questioni complesse come quelle che ha espresso la segreteria di Stato vaticana. Il viso è girato dall’altra parte.

Perché può farlo?

Perché il politicamente corretto è visto con misericordia anche da una parte del clero.

(Federico Ferraù) 

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