DIETRO LE QUINTE/ Stop alle correnti: l’idea di Zingaretti per non finire come Renzi

- Gennaro da Varzi

Non è Zingaretti ad aver messo alle porte i renziani: sono stati loro a non voler entrare nella nuova segreteria Pd. E adesso il segretario ha le correnti nel mirino

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Nicola Zingaretti, segretario del Pd (LaPresse)

Il “buonismo” zingarettiano è giunto alla sua prova più difficile. Il segretario del Pd ha imposto in queste ore a tutti i suoi l’assoluto silenzio. Già questo è da considerasi un grande risultato, visto che dal fronte della maggioranza non è partito un solo tweet a difesa della nuova segreteria nazionale. Per cui la quantità di critiche arrivate dal fronte renziano integralista, riunito ad Assisi in una convention nel fine settimana, si sono perse nel vuoto.

Solo Calenda, in assoluta solitudine, ha continuato a twittare tutto il giorno alimentando – non si sa quanto consapevolmente – il clima di scontro frontale all’interno del partito. Infatti il neo-eletto parlamentare europeo, in preda ad un delirio da sindrome unitaria, è passato in poche ore dal dichiarare “lo schifo per un partito che si divide in un momento così difficile per il paese”, alla vergogna “per aver chiesto voti per un partito ridotto così male”, fino all’appello accorato a Gentiloni affinché convochi l’ennesimo “caminetto” (una riedizione della famosa cena che non fu in grado di organizzare circa un anno fa) dei capi corrente per vedere il da farsi. Uno stato confusionale assoluto quello dell’ex ministro dello Sviluppo, superato solo da Matteo Richetti, che lapidario gli domanda “se non ora quando?”. Sottintendendo che è arrivato finalmente il momento di fare il nuovo partito.

Ad Assisi un manipolo di irriducibili ha sparato ad alzo zero contro la segreteria nominata da Zingaretti, reo, dal loro punto di vista, di aver dato vita ad un organismo monocolore.

Sarà poi lo stesso Giachetti a smentire i suoi e a confermare in serata che è stato proprio lui a rifiutare l’invito a farne parte.

La nuova segreteria è molto meno zingarettiana di quello che si pensa. Largo spazio è stato dato alle due correnti che hanno condiviso il successo alle primarie, quelle che fanno capo ad Orlando e a Franceschini. L’ex ministro della Giustizia porta a casa, oltre alla sua vice-segreteria, il coordinatore (Andrea Martella), la scuola (Camilla Sgambati) e le politiche del lavoro (Giuseppe Provenzano). Alla corrente di Franceschini, oltre alla vice-segretaria donna (Paola De Micheli), entrano in segreteria Roberta Pinotti (sicurezza), Marina Sereni (enti locali) e Stefano Vaccari (organizzazione). Nel nuovo direttorio trovano posto anche le più piccole realtà di Cuperlo, a cui il segretario affida la Fondazione culturale, Martina, a cui va la presidenza della commissione per il nuovo statuto, e dello stesso presidente del partito Gentiloni, con la nomina di Enzo Amendola a responsabile internazionale.

Di “fedelissimi” di Zingaretti in realtà ci sono solo Nicola Oddati (Mezzogiorno) e Roberto Morassut (infrastrutture e territorio). Un discorso a parte merita la pattuglia dei lombardi ex renziani passati pochi giorni prima delle primarie con il nuovo segretario. In particolare entra in segreteria (dopo due tentativi andati a vuoto) l’ex segretario della federazione milanese Pietro Bussolati, con la responsabilità imprese e professioni, mentre al rieletto sindaco di Bergamo Giorgio Gori Zingaretti affida la consulta dei sindaci Pd.

Ultima annotazione riguarda la corrente Lotti-Guerini. Prima dello scandalo del Csm, Lotti si era battuto con i suoi perché prevalesse una linea di collaborazione con il nuovo segretario, in aperto contrasto con quanto sostenuto dalla coppia Giachetti-Ascani e dalla stessa Boschi. La sua uscita di scena ha spinto inevitabilmente anche la componente di “base riformista” fuori dalla segreteria. Sarà ora compito di Lorenzo Guerini riportare quello che resta del gruppo renziano più collaborativo su posizione di dialogo con il nuovo gruppo dirigente.

L’attacco di cui si parla quindi sembra essere molto meno importante ed incisivo di quello che vogliono far credere i giornali. La linea “buonista” (mai litigare, ma rispondere ad accuse personali) prima ancora di essere la linea scelta dal segretario, è ormai fatta propria dal corpo profondo del partito che non ne può più di scontri feroci sui social tra fazioni prive di rappresentanza reale e scarsa presenza nel territorio. In questo senso è probabile che Zingaretti – cogliendo l’attimo – faccia un ulteriore significativo passo avanti verso il superamento delle correnti, arrivando addirittura a togliere loro quella “agibilità politica illimitata” di cui fino ad oggi hanno goduto.

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